Nato “per sbaglio” a Crotone e la stessa sciarpa da vent’anni, Gaetano: “La fede non si misura dai risultati”

Nato “per sbaglio” a Crotone e la stessa sciarpa da vent’anni, Gaetano: “La fede non si misura dai risultati”

Intervista a Gaetano Letizia, tifoso doc delle Aquile che ha vissuto intere generazioni di tifo in giallorosso. “Oggi il tifoso è cambiato: noi avevamo quella voglia di vedere il Catanzaro, al di là di quale condizione si ritrovasse”. La sua è una passione naturale: “Il giallorosso la gioia della mia vita”

La luce dei bagliori di Napoli, il frastuono delle rotaie su cui poggiano gli speranzosi treni giunti dalla polverosa Calabria. Mammì e i ragazzi di Seghedoni portati in trionfo. La festa, il Catanzaro in Serie A, pagina di storia incancellabile. Neanche spazzata via qualche anno più tardi dai duecento del “Ceravolo”. Dei tempi bui, di quando facevi fatica a non farti sentire, dell’eco che risuonava nello stadio monco di passione ma mai di dignità.

La storia di Gaetano Letizia

Gaetano Letizia

È una storia di appartenenza quella che lega Gaetano Letizia al Catanzaro. Di chi, ironia o semplice consuetudine delle colonie estive, sulla carta d’identità ha scritto qualcosa di molto curioso. “Sono nato a Crotone, quasi per sbaglio – racconta sorridendo il signor Gaetano – Ho sempre vissuto a Catanzaro ma si dà il caso che tutte le estati mia mamma tornava dai suoi genitori e 75 anni fa, il 10 giugno 1951, le si ruppero le acque proprio quando si trovava a casa dei miei nonni. Ma tempo qualche mese e ho fatto ritorno nella “mia” Catanzaro. I primi anni li ho trascorsi a Piazza Roma, poi dietro il Palazzo della Provincia e infine a Pontepiccolo dove tuttora abito in quella che era casa dei miei genitori”.

I soldi per le trasferte: sete di Catanzaro

Il 23 giugno 1971 un gruppo di tifosi giallorossi a Bologna per lo spareggio contro l’Atalanta: Gaetano è il ragazzo seduto in basso a destra

Se ti chiedo del Catanzaro, la tua prima immagine in mente qual è? “Ho iniziato con papà da piccolino che era un super tifoso – spiega – Abitavo in via Raffaelli, avevo circa 7-9 anni. E papà mi portava a piedi da lì allo stadio, mi aveva indottrinato lui. All’epoca non c’era la curva ed entravi nello stadio dalla porta, i sedili erano quasi a livello di campo e tutti i bambini giocavano su questi gradini con la palla di carta. Il mio approccio è stato questo, da tifosissimo. Man mano ho apprezzato e crescendo mi sono applicato. Il 27 giugno del 1971 ero a Napoli, la primissima emozione per il salto in Serie A. Ricordo che dissi a degli amici sugli spalti di andarcene perché intravedevo che la situazione stesse peggiorando: i tifosi del Bari erano infuriati, noi segnammo grazie a Mammì e a Pozzani che salvò il risultato. Avevo paura che succedesse qualcosa al triplice fischio ma fu una giornata meravigliosa. Sono stato anche a Reggio Emilia, il gol di Impronta al “Mirabello” che ci ha riportati in Serie A allo scadere, così come a Terni per lo spareggio nel 1975 contro il Verona dove morì il nostro tifoso Carlo Maria Talarico. Partivamo con i pullman, tutti “scarcinati”, sapevi quando partivi ma non di certo quando saresti tornato. Ma non ci pensavi, oggi invece il tifoso è cambiato: noi avevamo quella voglia di vedere il Catanzaro, al di là di che condizione si ritrovasse. E prima di partire in trasferta giravamo per le case, io e i miei amici, a raccogliere qualche soldo: dove andavi dove andavi, qualcosa ti davano. Un’altra vita”.

Ghersetich, Fanello, Raise, Bigagnoli e la finale di Coppa Italia con la Fiorentina. “Ci sono tanti giocatori e allenatori che conservo nel cuore, è difficile in tal senso stabilire quale sia stato il Catanzaro migliore. Ricordo con piacere il primo anno di Gaetano Auteri, una delle formazioni più belle mai avute: poi si sa che il calciatore fa anche grande l’allenatore e se si riescono a mettere gli attori a fare la commedia, non c’è poi da meravigliarsi dei risultati. Nella mia carriera di tifoso non posso non citare ovviamente Palanca, Corona, Franzon, Vichi, oppure di quando ho iniziato: Fanello, Bigagnoli, Mecozzi. Poi è chiaro che la mente umana ti riporta agli anni più recenti”.

“Vivo da solo, con me porto sempre la sciarpa del 2004”

Un legame mai spezzato. “Il Catanzaro l’ho sempre amato, anche quando andavamo in 200 allo stadio e lo dico non per presunzione. Un motto che faccio mio e che dico spesso è che è facile essere tifosi quando vinci 4-0, è quando perdi 4-0 che lì devi stare vicino alla squadra perché ha più bisogno del tuo sostegno. La fede non si misura dai risultati. Il mio settore è la curva, da sempre: ho ancora il primo abbonamento in Serie A, quando si faceva “a botte” per averne uno”. Già la curva… “Ho preso un pezzetto come tutti, c’è tristezza nel vederla abbattuta però dico che la vita cambia. Ti sposi e poi ti lasci, cambia anche in queste cose. È finita un’era: spero che con la nuova curva non succedano situazioni spiacevoli, come il lancio di oggetti visto che saremo vicini al campo. Ma sono fiducioso che i ragazzi della curva capiranno”.

C’è più adrenalina o tensione nel guardare i giallorossi? “Solo adrenalina. Non sono un tifoso che soffre o è scaramantico. Il giorno prima della gara mi carico di entusiasmo, non vedo l’ora e non avverto paure: a 75 anni arrivi a una maturazione tale che gestisci le emozioni. Allo stadio vado ore prima, voglio vivere l’attesa lì in zona stadio, voglio vivere la sensazione e la gioia di quelli che urlano. Vivo da solo e con me porto sempre la mia sciarpetta. Ecco, se proprio dobbiamo parlare di scaramanzia, indosso la sciarpetta con cui salimmo in B nel 2004 contro il Chieti ad Ascoli. È una reliquia che conservo tuttora”.

Il ritorno in Serie A tra aspettative e presente

Tra aspettative e realtà, misurando il tempo con giudizio. “Come inizio quest’anno è chiaro non sono contento. Però tornando all’esperienza, non è che negli ultimi tre anni abbiamo iniziato bene: non voglio fare il filosofo, mi limito ad aspettare. Questi ultimi tre anni ci hanno smentito, il tifoso ragiona come se ogni partita dovesse terminare 4-0 per noi. E invece l’esperienza suggerisce di aspettare, soprattutto quest’anno con una squadra “smembrata”, con un cambio allenatore e giocatori a cui va dato il tempo di conoscersi. Le troppe uscite? Sì ma è cambiato il mercato, credo che abbia fatto anche bene chi è voluto andare via per cercare un guadagno migliore. La cosa dell’amore per la maglia non ci ho mai creduto e la società non ne ha fatto drammi, loro conoscono le motivazioni reali ed è per questo che, in linea generale, non mi affeziono più da qualche anno a questa parte ai giocatori. Qualcuno, come Vivarini, andò via sbagliando ma si va avanti: il benedetto bicchiere per carattere lo guardo sempre mezzo pieno, i ragazzi faranno benissimo però ci vuole tempo. Serie A? Torneremo sì, ma a delle condizioni. Il presidente vuole uno stadio nuovo ma questo potrebbe frenare l’ambizione: lui è un imprenditore e ragiona diversamente da noi. Comunque, quello che dico spesso ai ragazzi della curva è che auguro loro di poter vivere quello che io ho vissuto la prima volta in Serie A: qualcosa di fenomenale”.

“Guai a chi mi tocca il Catanzaro”

Se dovessi spiegarlo a chi non lo sa o a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Devo partire necessariamente da tantissimi anni fa. Alla prima promozione, di quando la Calabria e il Sud erano sconosciuti. Con l’avvento della prima Serie A gli squadroni del Nord dovevano scendere giù e io l’ho vissuta come una rivalsa sociale. Ci hanno sempre calcolato pochissimo, tuttora lo siamo ancora un po’: eravamo emarginati da tutti, sentire dire dai presidenti “dobbiamo andare a giocare nei pagliai di Catanzaro”, non sapevano manco dove eravamo. Finalmente, grazie al calcio, si sono accorciate le distanze. Va bene, sì i pagliai, ma intanto dovete venire a giocare da noi e questo ci ha permesso di far conoscere la città, la Calabria. Il Catanzaro mi fa stare bene, rappresenta la gioia e la mia città: non è facile dirti perché ma è qualcosa che sento dentro, nel cuore, qualcosa che nasce naturale. Forse per l’età con cui tutto è iniziato, ero piccolino, forse per questi colori: è come quando ti innamori di una donna. Amo il Catanzaro da piccolino e continuerò a farlo. Di nascita purtroppo non sono catanzarese, essendo nato a Crotone “per sbaglio”, ma catanzarese mi sento e guai a chi il Catanzaro me lo tocca”.

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Il Giallorosso nel cuore