I quotidiani a Di Marzio e la trafila nei giallorossi. Massimo Brescia: “Il Catanzaro è cultura”
Ospite questa settimana della rubrica “Il Giallorosso nel cuore” Massimo Brescia, apprezzato opinionista e con un passato importante nel Catanzaro di cui ha fatto tutta la trafila a partire dai Pulcini. Senza dimenticare di papà “Turi” che fu tra coloro che diedero vita alla prima formazione della storia giallorossa. “Il Catanzaro è qualcosa di famiglia, un richiamo innato”
La storia di Massimo Brescia

Il profumo della carta stampata, rilegata di prima mattina e portata sotto al braccio con il sole a scaldare la rugiada sui tetti delle case. Gocce d’acqua, che somigliano alle lacrime di papà Salvatore e di quel Catanzaro-Bari che fa capolino con la storia.
Immagini evocative che fanno il paio con le emozioni, a custodire il sensibile e privilegiato racconto di Massimo Brescia. Ex calciatore del vivaio giallorosso, di cui ha fatto tutta la trafila partendo dai Pulcini sino a guadagnare considerazione in prima squadra, la carriera da manager d’azienda in giro per il mondo e gli impegni sul territorio calabrese da apprezzato conduttore. Il Catanzaro un piacevole adagio, compagno di mille avventure. “La prima immagine che ho in mente non può che essere legata a mio padre – esordisce Massimo Brescia – Mio padre venne chiamato dal barone Enrico “Nico” Talamo che, conoscendo la sua esperienza nel mondo del calcio, chiese collaborazione tra i soggetti tecnici per inaugurare la stagione professionistica. Mio padre fu sia calciatore, tra i primi a vestire il giallorosso nel 1929 atto di fondazione dell’Unione Sportiva Catanzaro sotto l’allora guida dell’ungherese Géza Kertész, sia a ricoprire naturalmente varie funzioni anche dopo la Seconda Guerra Mondiale come segretario e dirigente del club. Il Catanzaro quindi è qualcosa di famiglia, un richiamo quasi innato”.

Retaggio di una storia scolpita negli annali. “Il rapporto personale con il Catanzaro nasce chiaramente accompagnato da mio padre allo stadio – prosegue –, di quando da bambino assistetti a Catanzaro-Bari, lo spareggio di Napoli del 27 giugno 1971 in cui prevalse Mammì. E ricordo mio padre negli ultimi minuti di partita, così concitati, lui visibilmente emozionato come non mai: vedeva la sua creatura spiccare il volo. Un palpitio che condivideva con tutti noi: non trovo le parole giuste, forse, per significare che cosa volesse dire una squadra calabrese in Serie A. Non possiamo paragonarlo ai tempi tecnologici di oggi, in cui siamo più vicini a gioire, ma che all’epoca non erano catalogabili. Era un mondo diverso: a Milano si girava già con le Rolls-Royce mentre qui da noi c’era gente che arrivava in città con il ciuccio. Era quasi proibitivo sognare, la gioia scaturita e quelle settimane successive al Bari mi stordirono. Il senso di aver scritto la storia si percepiva con maggiore fremito, adesso invece si è perso il significato di quanto fosse stato tutto quanto straordinario: ci salvammo l’anno prima per una differenza reti migliore, scampando la Serie C1, ingaggiammo una squadra di semi-sconosciuti, per poi fare qualcosa di letteralmente storico, culturale, sociale. La Calabria poteva essere finalmente protagonista, anche solo al sentire la parola Catanzaro in televisione si gonfiava il petto”.
“Quella giornata a Roma accanto al re del Tonga…”
La vita di Massimo Brescia racconta molto del Catanzaro vissuto nelle sue partite storiche, di retroscena e incontri che hanno segnato la cultura giallorossa. “Ricordo molto carinamente un altro episodio, legato al famoso Roma-Catanzaro del 4 marzo 1979. La nostra vittoria per 3-1, la straordinaria tripletta di Massimo Palanca. Io ero lì, mi trovavo in tribuna Monte Mario ad assistere alla partita: accanto a me c’erano una giovanissima, poi divenuta una bravissima attrice, Jo Champa con il fratello Venanzio e accanto a noi sedeva il re del Tonga il quale assistette alla realizzazione da calcio d’angolo di Palanca. Fu uno spettacolo. Non ce l’aspettavamo una vittoria così roboante, questo exploit di Massimo, e poi Roma che è la città che risulta essere la più popolata da calabresi. Tornando invece a qualche anno prima, non posso non citare il 30 gennaio del 1972, Catanzaro-Juventus 1-0. La vittoria di Mammì nel fango. Anni dopo, incontrai Francesco Morini storico stopper della Juventus: tentai di prenderlo in giro, sottolineando che grazie a un suo errore il Catanzaro riuscì a segnare con Mammì. E lui mi corresse, sostenendo che in marcatura ci fosse Spinosi. Mi raccontò che una volta tornati a Torino il presidente Boniperti li minacciò di andare a lavorare in fabbrica per la sconfitta rimediata”.
Il curioso aneddoto con mister Di Marzio
Questione di anni e quella avventura vissuta da tifoso cambierà per sempre inclinazione. “Il percorso con le giovanili del Catanzaro è stato facile, nel senso che ero dotato rispetto ai miei coetanei. Partendo dai Pulcini ho avuto la possibilità di fare tutta la trafila, godendo di qualche chiamata in Prima squadra con mister Gianni Di Marzio. Abitavamo nello stesso palazzo, tutte le mattine passeggiavo il mio cane sotto casa e Di Marzio si affacciava per chiedermi di andargli a comprare il giornale. Corriere dello Sport e Gazzetta del Sud, ovviamente. Era una vessazione che subivo con piacere e che mi incaricavo di eseguire, un qualcosa che mi rendeva orgoglioso di poterla fare. Poi, uno di quei giorni, mi disse: “Vieni domenica mattina che ti alleni con noi”. Chiesi se mi stesse prendendo in giro. Ma poi ebbi addirittura spazio in un’amichevole giocata proprio allo stadio contro la Nazionale Militare. Entrai nel secondo tempo, perdevamo 1-0 con rete di Muraro: confesso che entrai paralizzato dalla paura, dal terrore. L’impatto, anche se parlavamo soltanto di un’amichevole, mi scioccò”.

Le strade con il Catanzaro si divisero di lì a poco. “Non ho rimorsi, so bene che ci voglia un pizzico di fortuna ma è anche vero che sono necessarie delle abilità che io probabilmente non avevo, delle attitudini caratteriali una delle quali ho esemplificato poc’anzi. Venni dato successivamente alla Vigor Lamezia, poi ancora al Sambiase e al Marina di Gioiosa: si disputava in cornici di un calcio vero, comunque molto seguito e che imponeva delle regole atletiche e di disciplina. Esperienze che mi hanno dato una certa indipendenza”.
L’impegno con le Vecchie Glorie Giallorosse
Non c’è estate che tenga che il suo apporto non manchi alla squadra delle mitiche Vecchie Glorie Giallorosse. “Mi diverto ancora, in giro per la Calabria, sfidando le rappresentative locali. Incontri quasi totalmente questi giovanissimi e noi ci difendiamo egregiamente, oserei dire. Abbiamo Nicolini che a 71 anni trotta ancora in mezzo al campo, una saggezza che ci permette di essere competitivi; Tonino Criniti, Antonio Soda il nostro bomber, capitan Banelli che scende in campo ancora per qualche minuto; Fausto Silipo che ci viene a dare una mano e poi Massimo Savio, Renato Mancini, Umberto Scorrano, Roberto Borrello dalla sapienza tecnica elevatissima; Maurizio Raise fraterno amico con cui siamo cresciuti assieme abitando vicini di casa e figlio di Stefano Raise mio allenatore nel settore giovanile. E ancora Armando Cascione con cui siamo molto legati, Tato Sabadini, Salvatore Scarfone e Leonardo Vanzetto che ha ancora piena aria nei polmoni per il suo fare instancabile”.
Da tifoso giallorosso, c’è un Catanzaro tipo a cui si sente più affezionato? “Sarebbe facile parlare degli anni gloriosi della Serie A, delle formazioni e dei giocatori che hanno contribuito a fare la storia. Mi piace in tal senso ricordare gli anni bui, la stagione della prima venuta di Gaetano Auteri che grazie allo sviluppo e al gioco ha saputo deliziare il competente pubblico catanzarese. Una squadra che non ha ottenuto i risultati sperati, meritevoli forse, ma in contrasto con una società incapace di programmare”.
La figura del portiere, a lei molto cara, sembra essere quella maggiormente investita dai cambiamenti, nelle intenzioni e nella reputazione del calcio moderno. È di questo avviso? “Non è cambiato solo il modo di interpretare il ruolo ma anche il calcio in generale. A cominciare dall’attrezzo: il pallone di oggi, diversamente dall’epoca, è chiaramente diverso. Come se, facendo un paragone con il tennis, la racchetta di legno sia stata sostituita da quelle attuali. Il pallone di quando giocavo nelle giovanili del Catanzaro fino alla trafila della prima squadra era un pallone pesantissimo, diventava un’anguria, quindi non consentiva soluzioni balistiche. Palanca, per fare un esempio, può darsi che non avrebbe potuto toccare palla ma in caso di tiri liberi, con la sua precisione di tiro, sarebbe andato a segno 30-40 volte in una stagione. Anche i fisici sono mutati, per non parlare della statura del portiere: si ricorderà della prestazione in un Roma-Catanzaro terminato 1-1 di un tale Francesco Quintini, alto poco meno di un metro e settanta. Ebbene, qualcosa di inconcepibile se rapportato alle altezze di oggi. Quanto all’impostazione dal basso, le squadre di oggi sfruttano la linea di fuorigioco per dare meno spazi di manovra all’avversario: ma sono dell’idea che prima o poi si troveranno delle soluzioni per trovare questi spazi, una che suggerisco da diverso tempo è di allungare la linea del pallone non su quella di centrocampo, bensì sulla trequarti. È un dato di fatto che si gioca oramai in un fazzoletto di 20-30 metri di campo”.
“Gioco spettacolare di Gorgone, chiaro che ci vuole tempo”
Le prime uscite del nuovo campionato hanno raccolto impressioni eterogenee. “E’ un inizio di stagione ricco di luci e ombre. Le luci sono rappresentate dal gioco di mister Gorgone, un gioco spettacolare che mette in cattedra i giocatori che hanno voglia di fare e personalità. Poi, è chiaro, la difesa ha registrato qualche imprecisione: ci sono meccanismi che vanno oliati. Non sono tuttavia pessimista. Dopo quattro giornate sia Caserta che Aquilani erano già oggetto di attenzione. Mai come quest’anno l’organico è stato rinnovato, con la società attenta al bilancio e a calibrare le uscite e le entrate. Abbiamo ad oggi la certezza della sommatoria tecnica di chi è andato via: Brighenti, Pittarello, Liberali, Cisse che è stato un exploit se si pensa che dopo mezza stagione in B fa il titolare al Milan. È chiaro che c’è sempre l’incognita quando si cambia, un’incognita che bisogna colmare soprattutto in difesa: le scalate di marcatura devono essere ben comprese, l’affiatamento e l’intensa tra compagni devono crescere. La società sa come lavorare”.
“Quella volta di ritorno da Hong Kong…”
Hong Kong, Rio de Janeiro, la California. Incontri e conoscenze che nel percorso professionale di Massimo Brescia – una brillante carriera di pool manager di una riconosciuta azienda italiana – si sono susseguiti in un andirivieni davvero curioso con il Catanzaro. Rotta finale del suo lungo e affascinante peregrinare. “Il mio rapporto con le partite? Lo stato d’animo è di serenità, di chi vuole gustare un momento di sport ma quando il gioco si fa duro io non lo divento – sorride, ndr – I momenti più palpitanti li vivo come tifoso, non mi abbandono naturalmente a invettive contro l’arbitro o ai giocatori ma vivo in silenzio. Una volta, tornando da uno dei miei lunghi viaggi di lavoro di Hong Kong, ci misi 18 ore di viaggio per tornare a Catanzaro. Mi pare che ci fosse un Catanzaro-Reggina, credo di Serie C o di Serie B. Fatto sta che feci le corse per arrivare in tempo allo stadio: presi in tempo il bus da Lamezia per Catanzaro, “buttai la valigia” a casa e scappai in direzione stadio. Arrivai tutto trafelato sulla gradinata per vedere le squadre, parecchia gente si era piazzata nei settori con largo anticipo: forse un po’ muovendomi con la mia massa avrò spostato qualche altro tifoso. Uno di loro, notandomi, disse “Cumpà che io arrivo da Botricello”, a sottolineare la sua priorità nell’assistere alla partita come se la distanza da cui proveniva avesse conto. Risposi simpaticamente, pensando al mio arrivo last-minute, “Guardi, lasciamo stare”. Un’altra volta, invece, ero a Roma e il Catanzaro giocava a Caserta: eravamo io e il mio amico Alberto Failla reduci da una nottata romana. Decidemmo di partire con il mio Spider Lancia Belta 2000 che tuttora custodisco e intorno a Frosinone fondemmo il motore. Tornammo a casa con l’autostop, prima da un meccanico di Frosinone e poi ci prese un bus organizzato dal mitico Don Vittorio Meleca”.
“Il Catanzaro il nostro nutrimento”

Se dovesse spiegarlo a chi non lo sa o a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per lei il Catanzaro? “Una cultura che esula dall’aspetto calcistico. Fa parte dell’identità catanzarese, dei calabresi in generale perché sono sicuro che tutti portano con sé un pezzo di cuore: per quello che ha rappresentato, per una regione sconosciuta. Basti pensare che nel 1971, anno della nostra prima promozione in A, eravamo a soli 110 anni dall’Unità d’Italia e non si conoscevano minimamente quali fossero i contorni definiti di questa realtà, la nostra Calabria. La sua ascesa, quella del Catanzaro, ha garantito visibilità a tutto il territorio. Io lo vivo come se fosse parte della mia carta d’identità, come un mio documento e di cui tutti dovrebbero andarne orgogliosi. Non si può banalizzare pensando di credere che sia solo una squadra di pallone: fa parte dell’uso e del modo di essere. Oggi, quando si disputa una partita, è come se si creasse un evento che condiziona: come se fosse un familiare, che bisogna andare a trovare, per coccolare e motivare, come si fa con qualcuno che si ama e a volte si “cazzia”. Fa parte di un codice genetico che ci rafforza, è il nostro nutrimento”.





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