La mitica figurina di Bivi e le trasferte in Serie C, Mimmo: “Il Catanzaro non si abbandona mai”

La mitica figurina di Bivi e le trasferte in Serie C, Mimmo: “Il Catanzaro non si abbandona mai”

Intervista a Domenico “Mimmo” Bagnato, che il giallorosso lo rivendica con orgoglio e partecipazione. “Oggi per la nostra realtà sociale la Serie B è la nostra Champions League: alcuni mi sembra che non l’abbiano capito”. La gioventù passata in cortile e quel brusìo dal Vecchio Militare… 

Il volto felice e le mani indaffarate, a passare e ripassare sotto gli occhi le figurine Panini nel cortile di casa insieme agli amici. Le più grandi, finalmente, rilegate a immagine del Catanzaro. Con sottofondo il brusìo, quasi leggiadro nell’aria, che condensa le reazioni del Vecchio Militare alla visione dei giallorossi in azione.

La storia di Domenico “Mimmo” Bagnato

Domenico Bagnato

Sono le immagini che toccano il cuore di Domenico Bagnato, che il Catanzaro lo vive da oltre mezzo secolo. Tenera compagnia di giochi. “Sono nato, cresciuto e “pasciuto” a Catanzaro – racconta Domenico “Mimmo” Bagnato – La prima immagine in mente è legata indissolubilmente a quei colori che mi hanno trasmesso tutta la mia famiglia, a cominciare da mio padre, mio zio e anche mio fratello più grande. Oggi è solito succedere che ti innamori delle grandi squadre, invece io mi appassionai subito a questi colori che hanno sempre rappresentato l’ideale sportivo”.

Edi Bivi e le figurine Panini

Le prime domeniche con il Catanzaro che appartengono a un tempo che non c’è più. “Sono nato nel 1970, anni in cui si stava nel cortile con gli amici, delle figurine Panini. Sin dai 5-6 anni ero intento a spulciare le figurine: anche se io volevo già andare allo stadio, i miei ripetevano che ero ancora troppo piccolo per la tanta gente che accorreva sugli spalti. Ricordo allora che aprivano le porte dello stadio gli ultimi dieci minuti e quindi mi portavano solo da quel momento della partita: mi impressionava questo impatto. Fatto sta che ogni volta dall’altezza della Curva Ovest costringevo mio padre a farmi scendere dalla macchina e così farmi entrare: quella visione, quella cornice di pubblico, mi stregò. Poi la Domenica Sprint e 90° Minuto, le trasmissioni che parlavano del mio Catanzaro, fortificarono la passione”. Si diceva delle figurine…”Sì, vedi i calciatori della tua città e provi un certo orgoglio. Penso alle figurine speciali, innanzitutto per il Catanzaro: le più grandi, quelle delle big. Ne ricordo una in particolare di Edi Bivi, che prendemmo dalla serie C. Dalla stagione 1980-81 iniziai a guardare le partite del Catanzaro e ricordo esattamente quella estate con Bivi ragazzino e la prima amichevole a Grado contro la Triestina. C’era Mauro, Zaninelli…a casa conservo ancora gli albumi di quegli anni, ma anche degli anni Settanta e Sessanta di mio fratello e tutti i calendari con i risultati che custodiva mio padre. Cosa che faccio tuttora anch’io”.

C’è una formazione tipo o un calciatore a cui sei più legato? “Ce ne sono diversi. Dagli anni Ottanta, quando facemmo l’ascensore in Serie B, per poi risalire con mister Fabbri nel 1984-85 avevamo una formazione che mi appassionò per davvero. Fu una lotta serrata e agguerrita con Palermo e Messina, almeno fino alle ultime due giornate: si festeggiò con l’Akragas vincendo 4-0 e tutti insieme ci recammo in zona Prefettura dove il presidente Albano aveva le ristorazioni collettive. Primo, secondo e frutta vennero distribuiti. In settimana durante gli allenamenti ci si radunava invece al Market di Iiritano, dove generazioni intere di tifosi hanno lasciato un pezzo di cuore”.

“Quando ami una donna stravedi per lei, così il Catanzaro”

Il Catanzaro sempre e comunque. “Nel bene e nel male ci sono stato sempre, magari avrò mancato a qualche appuntamento negli anni anonimi della C2 dal ’91-’92 al ’95-’96, ma se vogliamo l’era Albano fino all’anno 1989-1990, l’ultimo di Serie B. Poi siamo stati retrocessi dopo lo spareggio di Lecce e io lì c’ero, vittime di una gestione poco oculata. Trasferte? Ora sono sposato e ne faccio meno ma ne ho fatte diverse e anche brutte. Ricordo un Matera-Catanzaro terminato 1-1, pareggiammo con Paolo Mollica: andammo lì con i bus partiti dal rione Pontegrande. Arrivammo allo stadio e ci buttarono delle pietre che tiravano nel nostro settore. Eravamo altri anni, i maledetti campi di Serie C2”. Cosa ti spingeva a tornare allo stadio dopo le tante delusioni consumate? “Quando tu ami una donna stravedi per lei, le vuoi bene e la stessa cosa è il Catanzaro. Una bandiera che ti scalfisce, che ti rende propenso a perdonare sempre, a sostenere. La squadra non si abbandona mai”.

Il rapporto tra città e giocatori e la passione per l’arte

La passione per l’arte, il centro storico di Catanzaro e gli scorci naturalistici. “Per un certo periodo di tempo, dopo la scuola e gli studi al Liceo Artistico, mi occupavo di esporre delle caricature al rione Pontegrande legate al Catanzaro o comunque alle partite del campionato. Purtroppo non ne ho più con me materialmente, ma l’arte e l’amore per la raccolta di vecchie cose che trovo in giro sono una mia grande passione insieme chiaramente al calcio. Abito da sempre nella zona Nord della città, in linea d’area non mi trovo lontano dallo stadio e già da piccolino quando nel cortile giocavo con le macchinine sentivo boati dallo stadio. Sentivo i coinquilini del palazzo parlare, discutere su chi delle due squadre avesse segnato: li ricordo benissimo quei pomeriggi, ero sempre coinvolto. Ricordo inoltre già dalla mattina presto vedere arrivare i pullman dai paesi interni della Calabria, addirittura dalla Sicilia: questi sbarchi di persone con buste di roba da mangiare, le bandiere. Tutta sta gente, questi piazzali pieni di carte e lattine, un sacco di bancarelle per la città. Era un “inferno”. Nostalgia di quel calcio? Direi di sì, ma soprattutto di quei calciatori che vivevano Catanzaro non solo durante la partita ma anche nel centro della città: era molto frequente incontrarli e questo ti avvicinava ancora di più a loro”.

Domenico Bagnato con Massimo Palanca

Il settore di Mimmo è uno solo. “Sono da sempre abbonato in curva, sono un tifoso ma non dei gruppi organizzati. Vado sempre dall’altra parte, insieme a un gruppo di amici con cui scambio delle opinioni. Se ho delle scaramanzie? Come il vero sportivo scaramantico qualche rituale c’è e si tiene per sé. Sulla nuova curva penso che la struttura aveva fatto il suo tempo, per quanto ci sia affezionato non potevo accettare come fosse ridotta. Come mai all’idea che lo stadio debba rimanere lì, rischiando di rimanere sempre ancorati alle nostre idee, alle cose ataviche. Ben venga comunque la nuova gradinata, importante che ci sia un impianto che dia accesso a tutti”.

“La B la nostra Champions League”

E sulla prima traccia di questa stagione che idea di sei fatto? Ritieni che il gruppo abbia più perso che guadagnato nel tradizionale ricambio estivo? “Il calcio è fatto di queste cose, di alti e bassi o di gruppi che perdono elementi per trovarsene di nuovi. Non è come una volta, quando negli anni Ottanta la squadra veniva concepita come una famiglia: un giocatore sacrificava qualcosa per restare. Oggi ci sono ragazzi giovani e come tale vogliono fare esperienza. Quest’anno qualcosa si è “frantumato” ma fa bene alla società e alla nostra immagine il fatto che il percorso fatto con il Catanzaro abbia portato alcuni ragazzi altrove, giocando in palcoscenici importanti. Abbiamo cambiato sì qualcosa, vedi le uscite di Pontisso e Pompetti ad esempio, ma non ci stanno gli allarmismi. Io direi che la società è vigile, sta dietro all’allenatore e fa quadrato intorno all’ambiente. Il nostro obiettivo è la salvezza, mantenere la categoria. Oggi per la nostra realtà sociale la Serie B è la nostra Champions League: alcuni mi sembra che non l’abbiano capito. Dobbiamo rifarci un nome, perché siamo mancati tanto tempo. Metterei la firma per restare altri 10-15 anni in cadetteria: purtroppo la gente ama parlare, soprattutto dai social, e io che non li frequento non amo certi tipi di attacchi”.

In discussione c’è un patrimonio da difendere, non solo calcistico. “Il futuro di questa città, sia sociale sia sportivo, ci potrà dare maggiore soddisfazione solo se la gente percepisce, capisce e intuisce che deve lasciare lavorare questa società. Si parla sempre di categorie e obiettivi importanti, ma deve essere la società a fare il passo. Bisogna strutturarci prima, altrimenti il rischio è che questa proprietà un giorno possa tirarsi fuori e lasciarci a qualche fondo straniero. La società era nuova nel mondo del calcio, una volta capito l’ingranaggio ha dimostrato nell’arco di un anno e mezzo di essere seria, capace di fare i passi giusti. Quanto a quest’anno, aspettiamo: può darsi che Gorgone e Iemmello, con la squadra, possano raddrizzare il tiro risultati dopo risultati”.

“Il Catanzaro ti fa stare bene”

Se dovessi spiegarlo a chi non lo sa o a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Il Catanzaro è una creatura nata in me da bambino, cresciuta in età adolescenziale, che ti provoca emozioni e ti fa stare bene. Sembra assurdo, ma quando non facciamo risultati sono giù. Invece quando facciamo cose straordinarie, quando accendi la tv su Sportitalia o la Domenica Sportiva e senti che parlano di te, beh ti danno una carica impressionante. Solitamente ci vuole giovedì per riprendersi dalla domenica prima. Per me il Catanzaro è una cosa fondamentale, nell’aspetto sentimentale dell’anima”.

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Il Giallorosso nel cuore