Niente barba quando giocano i giallorossi e allo stadio ci è andato pure con la febbre. Carlo: “Il Catanzaro non si può tradire”

Niente barba quando giocano i giallorossi e allo stadio ci è andato pure con la febbre. Carlo: “Il Catanzaro non si può tradire”

La storia curiosa e tutta giallorossa di Carlo Pugliese, cresciuto nel rione stadio. La passione trasmessa da papà Cecé, le prime volte “Al Prato” e poi Gianni Bui ma non solo. “Il Catanzaro rappresenta un amore, come quello che si dà a una figlia, a una madre, una moglie”. 

Le trasferte in Sicilia rigorosamente in macchina, a consumare chilometri ruota ruota sull’asfalto e a raccogliere spesso figuracce. Perché la storia del Catanzaro, la storia dell’Aquila Imperiale ha vissuto anche le pagine più umilianti. Dei campi in terra battuta. Delle squadre di periferia e degli sfottò ricaduti nell’oblio. Come cenere, ma il cui braciere mai si è spento continuando ad ardere fuoco. Chiaramente giallorosso.

La storia di Carlo Pugliese

Carlo Pugliese con Jari Vandeputte qualche stagione fa

La storia di Carlo Pugliese nasce un autunno di settant’anni fa. Da Roma-Catanzaro e da papà Cecé. “Quando penso al Catanzaro la mia prima immagine della mente risale a qui – racconta Carlo, 72 anni oggi e originario del rione stadio – Seguo i giallorossi da quando salimmo in Serie B sul finire degli anni Cinquanta. Ricordo che nella stagione 1958-1959 mio papà mi portò a casa (io che ero ancora piccolino) dalla sfida con la Roma un pallone giallorosso: lo ricordo ancora oggi come un sogno”. 

“In Serie C calo di tifo ma con i Noto risvegliato l’amore”

Gli inizi in Curva Est. “Si chiamava all’epoca Il Prato perché l’ingresso aveva sì e no una decina di gradini. Si andava allo stadio all’epoca in anticipo per trovare posto ma anche per mangiare: una volta le gare si giocavano alle 14 e allo stadio si andava per mezzogiorno. La città viveva di calcio dal lunedì alla domenica successiva: non c’erano stop di attese. Dalla domenica sera al lunedì successivo non c’era sconfitta o vittoria che tenessero. Si parlava sempre di Catanzaro. Durante la settimana si andava al Vecchio Militare per vedere gli allenamenti e si stava lì fino al tramonto quando poi i calciatori battevano i calci di rigore. Il Catanzaro oggi? Non voglio dire che sia stata un’epoca diversa prima, certo l’avvento dei social ha influito ma il rapporto è rimasto tale. C’è stato un calo di tifo quando siamo stati in Serie C, però da quando i Noto hanno rilevato la società l’amore viscerato è scoppiato, era come un amore dormiente: come fuoco sotto la cenere”.

Carlo Pugliese con il cane Loky testimonial per la campagna abbonamenti nella stagione 2020-2021

La fiumarella, il Ponte Morandi e Gianni Bui. “Con il passare del tempo e della mia gioventù, ho proseguito con il Catanzaro portando allo stadio gli amici. Si giocava a pallone nei rioni, sotto la “fiumarella” dove si trovava il campo Al Bersaglio, uno spazio di terra battuta chiamato così perché quasi una volta al mese la caserma portava i militari a tirare al bersaglio. Giocavamo lì nel periodo dell’autunno e anche in primavera: io me ne stavo in porta. Le pietre delimitavano la porta, non c’erano pali: una volta parando un rigore, una pietra mi andò sulla mano e mi si ruppero tre dita. Pensando ai giocatori dell’epoca sono legatissimo a Gianni Bui, di testa era micidiale: sui calci d’angolo colpiva di testa sulla seconda linea dell’area grande di rigore. Ma ricordo anche Ghersetic, Tonani, il mitico Palanca, anche Rizzo che batteva delle punizioni micidiali a foglia morta. Penso anche al periodo di Gigi Fabbri, Carmelo Di Bella, Bruno Pace con cui sforammo la Coppa dei Campioni. Tempi bellissimi”.

Gli aneddoti in trasferta e la questione stadio

Potranno mai essere replicati? “Penso che possiamo, non voglio essere di parte perché sono stato per tantissimi anni un collaboratore della famiglia Noto. Tuttavia dico che abbiamo a che fare con gente che programma, magari fra poco no, però credo che la programmazione porterà i suoi frutti. Torneranno i tempi belli, la società spero sia tutta unita: la squadra ha bisogno della tifoseria, non di abbattersi dopo queste sconfitte. Paghiamo, per forza di cose, anche la situazione stadio: la programmazione dei lavori andava eseguita meglio, a mio parere. Quanto al luogo, io il Catanzaro lo seguirei anche a Sala: non è questo di capienza o di dove debba stare l’impianto, il Catanzaro è il Catanzaro. Certo, mi spiacerebbe se dovesse disputare le sue gare interne a Lecce o addirittura a Piacenza. Il Catanzaro rimane comunque nel cuore che batte e io lo seguo quando il tempo me lo permette: sono cardiopatico e il medico mi vieta nelle giornate fredde di seguire dal vivo i giallorossi. Ma quando posso il mio sostegno dalla Tribuna Ovest non manca”. 

Fiero di aver portato in vento il tempo, anche il più offuscato, delle avversità. “Ho girato spesso in trasferta. Non ho mai avuto un buon ricordo quando abbiamo giocato a Reggio Calabria, Crotone o Cosenza. Ai tempi di Granillo i tifosi amaranto ci buttavano i fogli della Gazzetta del Sud addosso, i cosentini ci hanno sempre odiato e anche i crotonesi hanno avuto sempre invidia nei nostri confronti. Ci tengo a precisare, comunque, che il riferimento è chiaramente sportivo. Ricordo, ad esempio, delle amichevoli con mio padre quando il Catanzaro affrontava il Crotone, all’epoca nei Dilettanti. Alcuni amici di mio padre non pranzavano nemmeno perché erano ansiosi di vedere la partita del Catanzaro, per disprezzarci calcisticamente. Una volta mio padre mi disse: “Carlo, ricordati che i colori del Catanzaro, il giallo e il rosso, finiscono alla galleria del Sansinato e al bivio di Catanzaro Lido”. Sono stato spesse volte in Sicilia, durante gli anni più difficili, a seguire il mio Catanzaro: partivo con la macchina, un vecchio Diesel, al mattino presto. A Messina si faceva il primo stop e si mangiava il cannolo quando si ripartiva. Vicino Catania, mi ricordo una volta che i giocatori si spogliarono nelle capanne addirittura. Per non parlare di Roma e del 4-1 patito con la Cisco Roma, che rabbia e che ritorno amaro quella domenica con i cosentini a sfotterci negli autogrill. Ero anche a Bologna quando perdemmo lo spareggio con l’Atalanta e in un bar gestito da un signore originario di Cosenza ci fu negato un bicchiere d’acqua, a noi che venivamo da Catanzaro. Sono stato anche a Napoli, questa volta per qualcosa di indimenticabile: la vittoria dello spareggio contro il Bari, la Serie A; una gioia che ho provato in misura simile a quando siamo risaliti in B a Salerno. Sono date storiche che purtroppo non si dimenticano”. Perché “purtroppo”? “Perché ho una certa età e vorrei rivedere la Serie A”.

“L’ansia c’è sempre, ho le mie scaramanzie”

Si deve passare allora dal presente. “Bisogna dare tempo a questo allenatore, i giocatori sono entrati in rosa da poche settimane senza avere una adeguata preparazione. Dopo la sosta possiamo pretendere qualcosa in più dall’allenatore, anche se ha trenta giocatori. Sono troppi, come fa? Ci sarà sempre chi vorrà giocare, Polito avrebbe dovuto cercare di snellire e non mettere in difficoltà il mister. Io resto comunque fiducioso”.

Il rapporto con il Catanzaro? Particolarmente sintomatico. “Ho le mie scaramanzie, indosso sempre dei braccialetti giallorossi in pelle e poi, sempre per la partita, non faccio la barba quando gioca il Catanzaro. Ho anche degli indumenti particolari che indosso sia in inverno che in estate. Il Catanzaro lo sento tatuato sulla pelle, mia moglie dice che a volte è un po’ esagerato questo mio sentimento ma cosa posso farci? L’ansia c’è sempre, anche a vivere le partite dalla televisione è tremendo perché non andare di persona è come se lo tradissi. Racconto un aneddoto: una volta abitavo dove oggi si entra per la Curva Est ed era domenica, il Catanzaro giocava in casa. Peccato che avevo la febbre a 39 e quindi per quella domenica, per forza di cose, restai a letto sin dalla mattina. Sentivo comunque le persone avvicinarsi ai cancelli, visto che le persone per posteggiare con la macchina lo facevano sotto casa mia: ero disperato, anche perché cercavo il biglietto della partita da venerdì. Insomma, mi stavo corrodendo il fegato. A cinque minuti dall’inizio della partita mi vestii, uscii di casa di nascosto da mia moglie e dando 10mila lire, ai tempi, ad un mio amico entrai in curva. Entrai tutto incappucciato, ma la cosa più bella fu al mio rientro: avevo dimenticato le chiavi di casa e quindi bussai a mia moglie. Lei sbiancò: “Ma tu che ci fai in piedi e fuori di casa?!?”. Ogni volta che la racconto mi viene da ridere. Anche un’altra volta, per una trasferta ad Acireale, ho mangiato qualcosa la sera prima che mi fece male, la notte passata con il febbrone e poi pillole e medicinali: l’indomani presi la borsa con i panini e partimmo per Acireale. Non mangiai. La partita terminò sull’1-1, in compenso mi ritirai almeno felice, ancora con la febbre ma al ritorno il mal di pancia mi calmò. Il cannolo però lo mangiai lo stesso”.

“L’amore dovrebbe essere questo, non prendersela a male”

Se dovessi spiegarlo a chi non lo sa o a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Un amore, come quello che si dà a una figlia, a una madre, una moglie. Un amore che non riesci a descrivere, che è con me. Non si può tradire un amore nel bene e nel male: sono rammaricato per l’andamento delle ultime partite ma non posso prendermela a male. L’amore dovrebbe essere questo in fondo, la gioia della mia vita”.

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Il Giallorosso nel cuore