Seguiva il Milan ma poi la vicina di casa l’ha contagiata, Angela: “Catanzaro, un amore a prima vista”
La storia di Angela Perri, originaria di Pontegrande. “Sono sempre stata appassionata di calcio, ma ora nella mia vita c’è il Catanzaro. Vado in curva: la cosa più bella è sentire gli ultras cantare a squarciagola, canto pure io che quasi non mi riconosco”
Le treccine sulla testa negli anni di scuola, rigorosamente alla Ruud Gullit, simbolo di una delle formazioni più rigogliose e forti della storia del calcio. Di quel Milan d’oro, epopea infinita di berlusconiana espressione. E di un amore per il calcio che fuggiva dalle critiche smisurate dei social, dalle logiche degli algoritmi: un pallone a rotolare sui prati di Italia ’90, indugio follemente romantico.
La storia di Angela Perri
Del Milan e del pallone Angela Perri si è innamorata presto, prestissimo. Il Catanzaro? Un dolce imprevisto. “Sono sempre stata appassionata di calcio – racconta Angela, classe 1982 e originaria di Pontegrande – Seguivo il Milan, mi facevo le treccine alla Gullit e poi ho continuato a vedere i rossoneri quando c’erano i mitici Inzaghi e Kakà. Ma ora nella mia vita c’è solo il Catanzaro. Sono quattro anni che lo seguo, dall’anno della promozione: è stato amore a prima vista”.
La passione trasmessa da Nonna Concetta
Infuso da una persona davvero speciale, che porta con sé una storia che rasenta l’incredulità. “Le passioni spesso sono di padre in figlio, nel mio caso non è stato proprio così. Mio papà Guido lo chiamavano Palanca perché era molto bravo, almeno questo è quello che mi racconta chi mio padre l’ha conosciuto per bene. L’amore per il Catanzaro me l’ha trasmesso una signora che chiamo affettuosamente Nonna Concetta. Nonna per modo di dire, nel senso che è la mia vicina di casa che conosco da una vita, i miei figli la chiamano nonna e io anche. Una signora tutta compita, d’un pezzo, che a vederla allo stadio si trasforma letteralmente: lì in curva, a esultare o incavolarsi, con animo e partecipazione. Scoprire quelle sue reazioni, così spontanee, mi ha contagiato”.
La prima volta allo stadio? “Tutti insieme fu in casa contro il Venezia, in quella partita infinita che venne sospesa per l’acquazzone. Mentre io personalmente la prima volta non ricordo bene quale fosse, so solo che la mia amica Eleonora, figlia di Concetta, una domenica mi disse: “Oggi tu vieni con me, ti vieni a vedere il Catanzaro”. Era l’ultimo anno di C. Andammo in curva, iniziai a vedere i fumogeni e sentire i cori: fu un’emozione fortissima, una cosa bellissima anche perché conosco la maggior parte degli ultras. Ci siamo cresciuti nel quartiere e vederli con questo afflato spingere per i giallorossi è qualcosa che mi ha colpito. Così come la compattezza che vedevo nei calciatori, perché non vedevo la squadra moscia che veniva descritta, magari sui social. Lo ricordo bene che i primi mesi di Vivarini e di Magalini ci furono critiche. Posso dire che ho avuto modo di conoscerli personalmente grazie al mio lavoro (Angela si occupa di ristorazione, ndr) e sono sempre stati disponibili, cordiali e a modo. Quando sentivo parlare male di loro ero un po’ incavolata, perché certa gente parla a vanvera senza conoscere le vere situazioni: anche quando sono andati via dopo mesi di successi”.
“Sento il peso della partita, allo stadio vado due ore prima”
Non c’è sabato o domenica che tengano per seguire alla lettera una tradizione diventata rito. “Quando vado allo stadio se c’è la partita alle 18, noi siamo già alle 16. Su quelle sedie in curva, sia con il freddo, la pioggia o il sole noi ci siamo: io, nonna Concetta, la mia amica Eleonora e mia figlia Desirée”. Parte di una seconda famiglia, più allargata e calda nel fragore delle voci che si elevano in coro all’unisono. “Quando gioca il Catanzaro vado un po’ nel panico, nel senso che mi emoziono particolarmente. Sento il peso della partita, soprattutto se devo lavorare e non posso guardarmi la partita divento ansiosa. Sarà per nonna Concetta, 68 anni e lì allo stadio a urlare; anche quando giochiamo in trasferta non può mancare all’appuntamento: si piazza davanti al televisore e guai a chi la sposta. Per me un momento bello di quando sono allo stadio è l’ingresso in campo dei calciatori, ma quello che diventa ancora più bello è ascoltare gli ultras cantare a squarciagola, canto pure io che quasi che non mi riconosco”.
C’è un Catanzaro a cui sei più affezionata? Un giocatore tipo? “Adoravo Martinelli, grande capitano. Anche Scognamillo, ma Martinelli era il capo leader: vedere come trascinava la squadra in campo e fuori, le sue lacrime a Salerno…insomma, è il mio preferito”.
“Arriveremo terzi, credo in questa squadra”
Da quella rincorsa magica, a uscire dalle sabbie mobili della C, di tempo ne è passato. Una nuova era è iniziata, scolpita con interpreti diversi. “Di logiche di mercato non ne capisco tanto ma acquistare questi giovani in estate credo sia stato un bel colpo, certo Biasci o Scognamillo non li avrei tolti, però come in ogni lavoro bisogna dare tempo ai giovani. Aquilani mi sembra un allenatore che sa il fatto suo, quindi l’invito che faccio è di non demoralizzarsi guardando questi social: ognuno fa il suo mestiere e sa quello che fa. Anzi, dirò di più: secondo me arriveremo terzi in classifica, credo molto in questo Catanzaro. Altra cosa che voglio dire è che dall’anno scorso seguo molto anche la Primavera, mi piace tanto Arditi, il nostro giovane attaccante. Un grosso in bocca al lupo a loro e al direttore Carmelo Moro che conosco personalmente, una persona squisita, un uomo speciale che ama questi ragazzi come fossero suoi figli”.
Il futuro e l’effetto Catanzaro: “Passione unica, va oltre tutto”
E parlando di giovani, come immagini il futuro dei giallorossi? “Prima o poi torneremo in Serie A. Se non sarà il prossimo, penso che tra due anni saliremo. Naturalmente belli compatti con il presidente e tutti i ragazzi: penso che una società come questa in Serie B non esiste. Floriano e Derio Noto sono dei presidenti speciali, umani e disponibili su tutto. La società e la squadra sono come una famiglia e noi tutti dobbiamo essere accanto a loro, sostenerli. Solo così arriveranno le soddisfazioni, almeno è come la vedo io”.
Ultima, corre d’obbligo a chiudere l’intervista. Se dovessi spiegarlo a chi non lo sa o chi non lo conosce, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Qualcosa che va oltre i colori della mia città, è proprio la passione che c’è dentro di me. Una passione unica, un’emozione unica. Quando gioca il Catanzaro dovremmo tutti fermare quello che stiamo facendo: andare allo stadio o se non si ha la possibilità di farlo almeno guardarselo da casa”. Troppo importante da spiegare, in fondo bisogna viverlo.

















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