La voce delle imprese giallorosse, Vittorio Giummo: “Catanzaro nel cuore, una passione di cui vado fiero”

La voce delle imprese giallorosse, Vittorio Giummo: “Catanzaro nel cuore, una passione di cui vado fiero”

La storia di Vittorio Giummo, con il Catanzaro nel destino. “Papà era siciliano e vinse un concorso per lavoro. Doveva decidere se trasferirsi a Reggio Calabria o Catanzaro e scelse Catanzaro. Le telecronache? Una passione nata da ragazzo, le creavo mentre giocavo a subbuteo con gli amici”

Ci sono frequenze che restano scolpite nel cuore di chi le ascolta. Frammenti che raccolgono immagini e pensieri, legandoli alle ragioni di un’emozione che non conosce riposo. E poi ci sono voci, che nel fragore di un sentire comune, hanno scritto pagine indelebili di storia. Di successi, strappati sul crinale del pathos emotivo, e di delusioni che vuoi o non vuoi fortificano sempre.

La storia di Vittorio Giummo

Di generazioni cresciute sotto il segno della sua voce Vittorio Giummo ne ha ben donde. Le cuffie e un microfono a raccontare in presa diretta le gesta del Catanzaro ma soprattutto il suo garbo, unito alla professionalità, a condire una carriera vissuta di giallorosso. “Ho iniziato a seguire il Catanzaro da piccolo, quando avevo 5-6 anni, grazie a mio padre Antonio che pur essendo siciliano mi ha trasmesso la passione per i colori giallorossi – racconta – Un ricordo visivo è quello del 1971, Catanzaro-Inter il primo anno di Serie A con la vittoria dei nerazzurri per 2-0. Una vera e propria emozione, con oltre 30mila spettatori, io in tribuna centrale con papà a seguire la partita solo su un piede, da quanto eravamo pigiati tutti, e un succo di frutta rovesciato addosso che ancora oggi mi fa sorridere. Ricordo le promozioni del Catanzaro in A da piccolino, corso Mazzini in festa e papà che mi fece un cappellino giallorosso”.

Catanzaro nel destino. “Papà era siciliano e vinse un concorso per lavoro. Doveva decidere se trasferirsi a Reggio Calabria o Catanzaro e scelse Catanzaro. Fu un personaggio di spicco dell’agricoltura, funzionario e dirigente. Arrivò in città a metà degli anni Cinquanta e conobbe mia madre, originaria di Reggio. Io sono del 1964, nato a Catanzaro e vivo nel centro storico: sono legato a questa città. Porto con me i valori dell’umiltà e del rispetto che i miei genitori mi hanno trasmesso, l’educazione e la disponibilità nella vita anche quando c’è tensione e nervosismo. Bisogna affrontare i momenti della vita con educazione, sempre, umiltà, rispetto e impegno oltre che il sacrificio per il lavoro”.

La passione per la radio e la televisione

La simpatia per il Milan di Capello e Rivera e la passione per il giornalismo. “Ho proseguito sin da ragazzino a frequentare lo stadio e il Catanzaro, sempre con grande calore e partecipazione. Avevo due anime, da una parte l’anima del Catanzaro tifoso e dall’altra una forte simpatia per il Milan durata pochi anni. La passione ha preso sempre più il sopravvento e il mio cuore si è dedicato solo ed esclusivamente al Catanzaro. Anche l’attività giornalistica è sempre stata una passione fatta mia da piccolino. Creavo giornalini e li scritturavo da solo, seguivo il Festival di Sanremo e mi inventavo come inviato, scrivevo le interviste ai cantanti e commentavo su questo giornale di fantasia i programmi tv. Sono figlio della generazione della tv in bianco e nero, dei due canali, poi della tv a colori e della terza rete e infine di Fininvest. Se dovessi parlare della tv dalla fine degli anni Sessanta a oggi, dico che è cresciuta dal punto di vista tecnologico, anche se la televisione di una volta era meno isterica e urlata. Ora per lo share si tende a creare spettacolo caotico, tutto diventa spezzettato, dal punto di vista personale e professionale preferisco un tipo di televisione più calma e serena, di alto profilo, con professionisti di alto livello che ci sono anche adesso, seppur siano macinati da questo sistema. Attraverso la televisione e la radio si raccontava il mondo sociale e poi abbiamo vissuto l’immancabile “Tutto il calcio minuto per minuto”. Si giocava rigorosamente la domenica pomeriggio e allora il sabato nelle varie case, special modo durante il periodo natalizio, mi ritrovavo con i miei amici e compagni di liceo a giocare a subbuteo. Creavo delle telecronache mentre giocavamo, una passione nata in me e che, mi hanno raccontato, forse mi ha iniettato mio nonno paterno che purtroppo non ho conosciuto”.

La gavetta senza web: “Dovevi afferrare le notizie con i denti”

Gli inizi al Giornale di Calabria e l’ingresso a Telespazio, semplicemente casa. “Iniziai a fare pratica nel 1989 al Giornale di Calabria dell’attuale direttore nonché presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Calabria Giuseppe Soluri, dedicandomi alla costruzione delle pagine: dalla cronaca all’attualità, passando allo sport. Di lì, pian piano, ho intrapreso il percorso da giornalista pubblicista e poi nel 1991 entrai a Telespazio: dopo due mesi di prova venni assunto iniziando il praticantato che a febbraio del 1994 mi permise di fare l’esame di stato e diventare giornalista professionista”. Ti ricordi i tuoi primi servizi? “All’epoca non c’era il web, le notizie le dovevi afferrare con i denti, dovevi camminare e andare sul posto. A volte, ti dovevi inventare le notizie: lavoravamo con macchine da scrivere, dovevi sviluppare fantasia e attraversare una gavetta abbastanza dura ma molto formativa”.

Diversi gli aneddoti consumati da cronista sportivo. “Parlando di fantasia, mi trovavo al Giornale di Calabria ed era il periodo estivo. Dovevo coprire una pagina sul Catanzaro e allora decido di “inventare” una notizia. Nel Catanzaro aveva giocato come centrocampista un certo Cristiani, scopro che figurava nell’elenco dei giocatori disoccupati. All’epoca venni a sapere che si trovava in ritiro con altri giocatori, c’era una equipe e mi feci passare da loro questo Cristiani. Gli dissi: “Creiamo un articolo dove tu vorresti tornare a giocare a Catanzaro?” Lui rispose perché no. Beh, fatto sta che poco dopo Cristiani tornò a vestire la maglia giallorossa e mi ringraziò. Un altro aneddoto curioso è stato su Beccalossi che venne a giocare a Catanzaro con la maglia del Brescia, ancora prima dell’Inter. Quando partii con l’intervista disse “Madonna che vocione che hai!”. Ma ce ne sono tanti di rapporti. Zeman ad esempio fu molto disponibile, venne con il Parma a metà degli anni Ottanta, andai nel ritiro a intervistarlo. Fui io alzarmi per andare via, un personaggio atipico e particolare ma molto gradevole con cui poter parlare di calcio. Ho anche conosciuto allenatori spocchiosi, altri umili. Uno che mi ha trasmesso molto a livello tattico è Franco Dellisanti, io seguivo gli allenamenti e lui mi spiegava i movimenti dei calciatori. E io, durante la partita, riuscivo a capire il perché di certe scelte”.

L’aneddoto su Toledo e le mitiche radiocronache

Altra epoca, qualcuno potrà obiettare. Dove il giornalista era figura riconosciuta e apprezzata, capace di installare rapporti di amicizia con il mondo del calcio. “Oggi è tutto cambiato. Il calciatore soffre il rapporto con le domande e io invece credo che un rapporto con un giornalista amico ti possa aiutare. Una volta avevi l’elenco dei tesserati con i numeri di telefono ed eri libero di chiamare, frequentavi gli allenamenti e si creava un rapporto più umano. Il calciatore di questo credo abbia bisogno. Ricordo in questo senso quando arrivò a Catanzaro Toledo. Si trovava in ritiro a Chiaravalle ed era sfiduciato perché sentiva la nostalgia del suo Brasile. Una mattina, salendo verso Chiaravalle per il ritiro, lo trovai sulla strada e aveva lo sguardo perso. Gli diedi fiducia, gli dissi di darsi tempo. Segnò in una partita contro il Martina Franca e mi ringraziò. Anche con Braglia, ai tempi della B, con Corona e il mitico Ferrigno ho custodito un bel rapporto. Questo per dire che ora è tutto molto freddo, si coltivano poco i rapporti umani”. 

La voce di Vittorio Giummo è di quelle cristallizzate nel tempo, di chi sia cresciuto senza le pay tv fantasticando sulle imprese del Magico e di chi ancora oggi preferisce l’emozione della “scatola magica” al cavo satellitare. Radiocronache che con quel “Rete del Catanzaro” sono rimaste inconfondibili. “La mia prima partita è stata Catanzaro-Ancona del 1989-1990, con la sconfitta del Catanzaro per 3-2. Non tengo il conto di quante ne abbia fatte ma sicuro sono arrivato al centinaio tra Coppa Italia e campionato, girando i campi più incredibili: dagli stadi veri e propri ai campi di periferia in C2. Di momenti belli ne custodisco tanti professionalmente parlando. Quel Perugia-Catanzaro 0-2 ai tempi della C2 mi ha emozionato, perché segnò la prima storica vittoria al “Curi” del Catanzaro che poi si ripeté con il 4-2 dell’anno successivo. La rete di Accursi e il raddoppio di Squillace in contropiede, la ricordo quella giornata anche perché a Perugia c’era la festa del cioccolato di cui sono ghiotto (sorride, ndr). Lo stile della radiocronaca l’ho creato da me, da ragazzo registravo Sandro Ciotti ed Enrico Ameri: li registravo con attenzione e lo stesso facevo con me stesso attraverso le cassette della redazione perché è importante studiare sempre per migliorare. L’importante di quando fai una radiocronaca è riascoltarsi, capire dove migliorare, tra le pause e il ritmo da dare all’azione. Ancora adesso mi riascolto, anche se la tv ha preso il sopravvento, con una spettacolarizzazione e un gridare dove non c’è bisogno che non mi piace”.

“Il giornalismo è un lavoro fatto di umiltà”

Se dovessi consigliare a chi, magari leggendo questa intervista, vuole diventare un giorno un giornalista che cosa gli diresti? “Di leggersi dentro. “Lo faccio solo per emulare gli altri o perché mi piace davvero?” Bisogna nascere con la vocazione giornalistica, all’inizio i guadagni non sono tanti ma la gavetta serve per mettersi in evidenza. Studiare ogni giorno, aggiornarsi, come d’altronde in qualsiasi settore. Il consiglio è di studiare le lingue, tenersi un vocabolario sempre alla portata di mano e ampliare le proprie conoscenze. Il giornalismo è un lavoro fatto di umiltà, non significa fare una radiocronaca ed essere arrivati. Significa lavorare per migliorare sempre e lavorare sugli errori, con passione: quella vera. Il rapporto con l’ambiente? Quando sono per strada ragazzi e tifosi mi fermano, c’è un bel rapporto e io sono sempre disponibile perché chi ti ferma significa che ti apprezza. Non sono uno che se la tira e questo la gente lo percepisce, mi fa piacere essere stimato e apprezzato”.

Tra tifo e professione. Come vivi le partite del Catanzaro? L’attesa? “Cerco di visualizzare qualcosa nella mia mente, l’ambiente, studiare l’avversario. Dal punto di vista emotivo non è che la vivo distaccata ma la vivo normale, quello che mi appassiona sono le trasferte perché sono sempre particolari. Rispetto a dieci anni fa le vivo con meno pathos ma perché l’esperienza ti porta ad avere un giusto distacco, a vivere meglio la partita”.

“Teniamoci stretta la B, evitiamo le critiche”

E su questa stagione che idea ti sei fatto? “E’ dal 1971 che vedo allenatori, presidenti e direttori. C’è stata una fase embrionale di difficile gestazione, l’allenatore giovane forse si è ritrovato con una rosa ampia e qualche acquisto non oculato. Io dico poi che il tifoso troppo critico mal lo sopporto, come siamo noi umani lo sono anche giocatori e allenatore e a volte non conosciamo i momenti difficili che magari stanno attraversando. La B è un campionato che ti dà la possibilità di riemergere. Sono anni importanti e belli, questi, vissuti grazie alla promozione con Vivarini che penso sia stato uno dei momenti più alti della nostra storia, un gioco bello e spettacolare simile a quello di Gigi Fabbri del 1984-85, annata che ricordo con grande piacere. Abbiamo vissuto anche stagioni complicate, gli anni della C2 e dei due fallimenti, gli spalti deserti del Ceravolo, situazioni antipatiche e anche sconfortanti ma io dico sempre che i cavalli di razza si vedono quando ci sono le salite. In questo senso, non abbiamo mollato quando c’era l’erba alta dietro la porta e le curve vuote, una tristezza infinita. Ai giovani di oggi dico teniamoci stretta questa B, remiamo tutti uniti. Evitiamo le critiche eccessive perché anche gli stessi calciatori le sentono. Ricordo ad esempio un Ebolitana-Catanzaro ai tempi della presidenza di Giuseppe Cosentino, con vittoria dei giallorossi. Io mi trovavo fuori nel piazzale antistadio. Una signora appena vide Carboni gli disse “Dai forza, è andata bene!”, lui le rispose sottolineando che dal campo aveva riconosciuto la signora ogni tanto fischiare dagli spalti. Il web oggigiorno ha una deriva pericolosa. Io dico solo una cosa: facciamo i tifosi e seguiamo il Catanzaro, a fine stagione si guarda la classifica e si tireranno le somme”.

Vittorio Giummo con il presidente Giuseppe Cosentino qualche stagione fa

Se dovessi spiegarlo a chi non lo sa o a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “La passione calcistica, l’amore per i colori che ho amato sin da piccolino. Chi non ama e non ha il cuore giallorosso non sa cosa significa. La vigilia e la partita se si vince tutti sono con il sorriso, se si perde si ha il broncio e spesso ti rovini la serata, anche in famiglia. Come me ad esempio – sorride, ndr – Mia sorella vive fuori Catanzaro e ormai si regola se deve chiamarmi dopo la partita del Catanzaro oppure no, in base al risultato. Per me è qualcosa che ho nel cuore, la passione giallorossa che grazie a papà ho ereditato e di cui ne vado fiero. Ho tanti amici e amiche fuori dalla Calabria che quando vedono il Catanzaro leggono il risultato e parlano dicendo del Catanzaro di Vittorio. Quando sono fuori città per lavoro voglio far conoscere la storia del Catanzaro, una storia tutta giallorossa, che di riflesso tocca anche alla città che deve tanto alla squadra di calcio. È qualcosa di unico”.

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Il Giallorosso nel cuore