Al fratello Danilo deve tutto, Mirko: “Grazie al Catanzaro continua a vivere il nostro rapporto”
Cresciuti assieme, andando allo stadio e anche in trasferta, Mirko Orlando ricorda con il Catanzaro Club Danilo Orlando suo fratello: “Quando sono in curva sento che lui è accanto a me”.
La storia di Mirko Orlando e di una famiglia tutta giallorossa
La brezza del vento che soffia in faccia, con l’adrenalina che agita d’eccitazione il calcio d’inizio e i tifosi che a poco a poco guadagnano gli spalti. Dai seggiolini della Capraro, stracolmi di gente, ci sono tutti.
Mirko, nonno Giuseppe, zio Eugenio, papà Vitaliano e Danilo. Come la migliore formazione che si rispetti, giallorossa neanche a dirlo. E poco importa se oggi di quella fotografia è rimasta la patina ingiallita, segnata di qualche anno fa, perché non c’è ricordo migliore se vissuto profondamente nel cuore di chi resta.
La storia di Mirko Orlando parte da qui. Da una famiglia interamente votata al Catanzaro. “Se penso al mio primo ricordo in giallorosso la mente va a quando ero piccolino e andavo allo stadio – dice – Andavo con mio padre, mio zio, mio fratello e mio nonno. L’amore per il calcio e per il Catanzaro lo devo alla mia famiglia. Mio fratello quando avevo tre anni mi portò a Roma per vedere Palanca, una storia infinita che nasce da mio nonno e che io cerco di portare avanti. Ho mia figlia di 8 anni che mi porto sempre con me, quando posso, e spero presto anche il mio bimbo di 3 anni. Cerco di insegnare loro ad amare questa città e la loro squadra. Oggi il Catanzaro viene amato anche dai bambini, perché siamo dove siamo, mentre una volta in C eravamo pochi allo stadio ma, d’altronde, se non si insegnano tante cose i bambini vanno a tifare le squadre più blasonate”. Ricordi partite particolari vissute allo stadio? “Di particolari no, andavamo sempre in curva, per stare tutti insieme ed era l’unica cosa che per me fosse importante. Posso ricordami la promozione in B del 2004, la trasferta che facemmo ad Ascoli tutti insieme, un grande ricordo. Fu molto bello, organizzammo per l’occasione un pullman di amici, gli abbracci e i pianti: venivamo da serie di stagioni che ci salvavamo all’ultimo ed è stata quella gioia a dirci che finalmente qualcosa di bello si stava realizzando. Un po’ come tre anni fa, quando siamo tornati in B: a Salerno sono venuti i miei figli, mio papà che festeggiava la festa del papà e mia mamma che faceva pure il compleanno. Mi emoziono solo a pensarci, qualcosa di indelebile perché vissuto anche con i miei figli. Mi auguro che di cose ancora più belle possano vivere”.
Con dignità e profonda riconoscenza alla vita, Mirko disegna il quadro della sua di famiglia. Nonostante quello che un giorno di 17 anni fa scompaginò il corso degli eventi, quello che agli occhi di tutti può sembrare ingiusto. “Nel 2009 ho perso mio fratello Danilo a causa di un incidente stradale, per via del maltempo che causò una frana all’altezza di Altilia Grimaldi. Tornava a casa dopo aver giocato a calcetto. Di quei cinque allo stadio oggi ne siamo rimasti in due, io e mio papà Vitaliano che tra l’altro quella sera era proprio a bordo di quel furgone. Dico sempre che nella sfortuna c’è stata la fortuna di avere almeno mio padre con me e non di aver perso anche lui”.
Che ragazzo era Danilo? “Un ragazzo pacato, magari vivace nelle sue passioni come quella del futsal. Il rapporto con lui è stato sempre simbiotico, dal giocare a calcetto all’andare insieme allo stadio. Un vero rapporto di fratelli, lui più grande di me di 4 anni, a darmi consigli. Ci spalleggiavamo per ogni marachella fatta, era un rapporto solo d’amore. Insieme abbiamo vissuto le trasferte del Catanzaro, il primo anno di B a Torino con la macchina o al San Nicola di Bari. Se a lui toglievi il Catanzaro toglievi la vita, non se ne staccava. Oggi, quando mi siedo in curva e guardo il seggiolino che c’è fianco al mio, sento che lui è accanto a me”.
Dal suo amore per i colori giallorossi ne è nato l’impegno di costituire un club: il Catanzaro Club Danilo Orlando. “Il club è nato nel 2017, quando il Catanzaro è stato comprato dai Noto. Alla presentazione del nostro sodalizio c’era infatti il presidente Floriano Noto, insieme ad alcuni calciatori dell’epoca come Infantino e Van Ransbeeck. La presentazione si tenne in Comune e mio padre disse al presidente: “Io la A l’ho vista, ora è tempo che la vedano mio figlio e i miei nipoti”. Il presidente sorrise. È un club familiare, fatto di amici. Tante persone mi chiedevano di aprire un club e intitolarlo a Danilo e grazie all’aiuto di Gianluigi Mardente è stato possibile realizzare questo obiettivo”.
“Mio figlio si chiama Danilo, glielo dovevo”
Il club vanta oggi al suo interno un centinaio di soci. “Il club è finalizzato a eventi di beneficenza, abbiamo fatto diverse iniziative nel corso di questi anni. All’anniversario dei 30 anni di mio fratello abbiamo devoluto le quote di tutti noi soci all’Ospedale oncologico pediatrico, i miei genitori ancora oggi continuano a fare attività di volontariato”. Anche questa è una forma di amore. “Tanti mi hanno chiesto del perché non abbia mai pianto per mio fratello. Rispondo sempre che quando è successo quello che è successo non ho avuto il tempo di metabolizzare: mio padre, coinvolto nell’incidente, fu un mese ricoverato in ospedale e neanche al funerale di mio fratello partecipò. Mia madre malata di cuore prese quella botta che poteva essere definitiva. Mi sono fatto forza, da solo, ho anche io quei momenti in cui piango perché mi manca mio fratello, a quest’ora poteva giocare con i miei figli ed insieme potevamo andare tutti allo stadio”. La voce rotta dall’emozione prima di aggiungere il nome di suo figlio. “Si chiama Danilo, glielo dovevo. Sa tutte le canzoni del Catanzaro, ringraziando a Dio”.
Il tuo rapporto con le partite? “Il Catanzaro e il club sono momenti di aggregazione, mangiamo e ci troviamo là allo stadio con gli amici anche 3-4 ore prima della partita. È un ritrovarsi tutti insieme. La tensione non manca, però il piacere di vivere l’attesa è qualcosa che porto con me da quando sono piccolo. Da quando ho 5 anni vado sempre in curva, la curva è la curva anche se per un anno sono andato in tribuna con mio zio. Alla fine di quell’anno ho deciso di tornarmene in curva perché allo stadio bisogna essere obiettivi, se giochiamo male sono il primo a sostenerlo ma persone che sono lì nel settore e ad ogni passaggio devono sputare sentenze allora no. Chi paga il biglietto può dire quello che vuole, ma ad ogni secondo diventa pesante”. E su questo Catanzaro cosa dici? “Sono molto fiducioso, la società ha preso ragazzi promettenti. Anche se ci manca un vice Iemmello, uno che in campo ti fa la differenza: manca un attaccante che fa reparto. Biasci non faceva reparto ma quel guizzo che aveva, il fiuto del gol, era la spalla ideale di Pietro. Io l’ho soprannominato Pippo Inzaghi perché va su tutti i palloni. Quest’anno si è deciso di puntare su Pittarello e Pandolfi, speriamo il rientro di Liberali possa fare qualcosa anche se è ancora un’incognita. Pompetti, poi, ci manca come il pane: quest’anno il campionato è equilibrato ma noi dobbiamo darci una mossa”.
Quella promessa chiesta da papà Vitaliano al presidente può attendere. “Io quella lettera non la pronuncio, sono scaramantico. Anche noi ce la meritiamo dopo tanti anni di Lega Pro, spero che possiamo gioire per andare oltre: se sarà tra un anno o dieci anni l’importante è che, stiamo dove stiamo, la passione non finisca perché Catanzaro vive di entusiasmo e come i calciatori stessi, se fanno bene diventano eroi altrimenti no. Siamo una piazza molto particolare, capace però di valorizzare anche calciatori arrivati qui da sconosciuti”.
C’è un Catanzaro a cui sei più legato? “Giorgio Corona, è stato uno dei tanti che mi ha fatto innamorare di questa squadra. Quando giocava a Mantova mandò la maglietta autografata per mio fratello, così come Mimmo Giampà. Guardando gli ultimi tempi sono legato a Biasci, più che altro mia figlia Gioia: hanno un rapporto particolare. Lui le ha regalato la maglietta della promozione in B, ogni tanto tramite l’account di mia moglie gli scrive su Instagram: fa tutto lei, a 8 anni…E lui risponde, è un ragazzo d’oro. Quando Biasci è andato via mia figlia ha pianto, gli ha mandato un messaggio dispiaciuta e lui le ha risposto dicendo che sarebbe tornato, di non preoccuparsi”.
Se dovessi spiegarlo a chi non lo sa o a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Passione, vita, tutto. Nel senso che ecco, per il Catanzaro molli famiglie per andare in trasferta, si fanno cose che non hanno ragione dall’essere spiegato. Mia moglie, ad esempio, quando vado allo stadio sa non che mi deve parlare e lo dico sorridendo. Ma grazie anche al Catanzaro continua a vivere il rapporto che ho con mio fratello Danilo. Al triplice fischio di Salerno la prima cosa che ho fatto è stata dare uno sguardo al cielo”. Perché può finire la vita ma l’amore, quello, continuerà per sempre.

















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