Belvedere di Spinello e una storia tutta giallorossa, Francesco: “Catanzaro, mi fai soffrire ma ne vale la pena”
Le dita poggiano sulla manopola della radio, agitandola con cura minuziosa per cercare la frequenza giusta. Una voce dall’altra parte dello stereo, tra le incrinature delle onde di frequenza, si fa spazio all’interno dell’abitacolo. Le emozioni di un racconto a scalpitare l’animo di un giovane ragazzo che il Catanzaro non ha mai smesso di tenerlo stretto a sé.
La storia di Francesco Chiaranza

Era una vecchia Golf bianca quella su cui sedeva Francesco, negli anni Ottanta. A fantasticare sui suoi beniamini di un tempo, dalla sua Belvedere di Spinello, in provincia di Crotone, feudo giallorosso. “La prima immagine mia del Catanzaro risale al 1° novembre del 1981, Catanzaro-Milan 3-0 – esordisce Francesco Chiaranza, oggi 52enne e di professione avvocato – È un ricordo che custodisco come data convenzionale: una data storica anche perché all’epoca il Catanzaro era l’unica squadra della Calabria. Avevo 9 anni e noi ragazzini eravamo ammaliati dalle squadre forti: non nascondo che ero un giovanissimo simpatizzante dell’Inter ma all’arrivo di quel Catanzaro passò tutto in secondo piano”. La prima volta allo stadio si fece attendere. “Considerando che mio papà non era un appassionato di calcio, seppur della nazionale sì, e che io abitassi a 100km dallo stadio dovetti attendere il maggio del 1989: gara di Serie B, Catanzaro-Avellino 1-1. A quella partita mi accompagnò mio cugino Giuseppe e mio zio Giovanni, un vecchio tifoso delle Aquile venuto purtroppo a mancare, il quale non veniva a vedere il Catanzaro dai tempi della A perché rimasto deluso dagli anni della C. La prima partita allo stadio sembrava per me un sogno”.
Belvedere di Spinello e la radio
Soprattutto per chi abitava lontano dal suo affetto più grande. “Belvedere è sempre stato un feudo del Catanzaro e lo è ancora. Ovviamente ciò si comprende che con le nuove generazioni qualcosa è cambiato attraverso l’avvento del Crotone, la sua scalata alla Serie A, a fronte dei nostri campionati di C. Ma a tifare Catanzaro ci siamo sempre stati, io e mio fratello Giuseppe, oltre ad amici con cui abbiamo deciso di fondare dopo la promozione del 2004 il Catanzaro Club Belvedere di Spinello “Franco Sculco”, grande tifoso dei giallorossi. Un club del Catanzaro ma mai formalmente riconosciuto, nato sotto l’egida della moglie di Franco. Le sfide contro il Crotone? Sempre vissute con patema d’animo. Dal punto di vista sportivo la mia fede non ha mai avuto dubbi o vacillato, anche nei momenti storici più complicati. È stata dura durante quei periodi di stacco quando noi eravamo in C2 e il Crotone in B: non era facile vivere nella provincia con l’etichetta del giallorosso, restammo in pochi a farlo ma lo facemmo a testa alta”.

L’adolescenza vissuta senza telefonini o smart tv: solo una radio e le sue frequenze. “La domenica era un appuntamento sacro. Il Catanzaro non c’era sulle reti nazionali e poi le partite le ascoltavi alla radio. Quando il Catanzaro scese in Serie C1 nell’84-85 avevo 12 anni e c’era Rtc Telecalabria che trasmetteva le radiocronache, con l’avvocato Parise e il mitico Mario Mirabello. Seguire il Catanzaro qui a Belvedere non era facile, anche perché la frequenza era difficilissima da trovare e non sempre prendeva. Allora seppur non avessi la patente prendevo la macchina, una Golf vecchia tipo bianca, che sapevo guidare e me ne andavo in giro in mezza campagna con una radio che aveva un’antenna esterna cercando il punto esatto. Di partite seguite alla radio ne ricordo a bizzeffe ma quella che mi segnò profondamente fu lo spareggio di Lecce contro il Nola. La partita che possiamo cristallizzare come l’inizio della fine: ricordo ancora il vantaggio del Nola con gol di Concina, alla notizia mi crollò il tettuccio della macchina addosso. Ma la rimonta e la vittoria finale per 2-1 mi diedero una gioia immensa, tanto che andai ad appendere sul balcone di casa mia la bandiera del Catanzaro. Poi però dopo qualche giorno successe quello che successe con la presunta telefonata di Chiarella e l’illecito di Terni che ci condannò alla C2, 15mila persone andate allo stadio e tradite. Un’altra grande delusione fu senza dubbio il pareggio di Monelli della Lazio, facevo il primo superiore: in quella gara furono tantissimi i belvederesi che andarono allo stadio. La partita non era collegata con Tutto il calcio minuto per minuto ma solo attraverso degli aggiornamenti era possibile sapere il risultato. “Scusa Ameri, il pareggio della Lazio…”: mi si gelò il sangue. Quel gol fu un momento tristissimo. Una partita che invece andai ad assistere fu quella di Roma Astrea-Catanzaro, non so se tutti se la ricordano. Facevo il militare a Roma e quel giorno di domenica mi preparai con tanto di sciarpa al seguito per andare a seguire il mio Catanzaro a Casal de Marmo. Perdemmo 2-0 e lì sentii una profonda umiliazione”.
“A Gregorio e al professor Capicotto devo la passione dei giallorossi”
Ma perché dopo tante delusioni e amarezze di nuovo il Catanzaro? “Il Catanzaro me l’ha fatto entrare nella pelle il professore Francesco Capicotto, fratello di Nando, storico venditore di bandiere. Nel 1985 il professore Capicotto ebbe il suo primo incarico a Belvedere di Spinello e venne ad abitare in affitto presso una casa di proprietà di mio padre e allora diventammo amici. I pomeriggi mi aiutava a studiare e una volta mi chiese di poter guardare il Catanzaro, siccome ogni lunedì c’erano su Telespazio le repliche delle partite dei giallorossi impegnati in C1. Fatto sta che quando vidi il suo trasporto, per una partita peraltro in differita e di cui conoscevamo già il risultato, capii cosa significare avere una passione. È stato lui a trasmettermela, oltre a un carissimo amico di Catanzaro che voglio salutare tramite questa intervista, Gregorio Buccolieri”.

Le emozioni più belle da tifoso? “Sono quelle “purtroppo” con il Crotone, la vittoria in casa per 3-2 del 2003, un’emozione grandiosa, e l’1-1 a Crotone al ritorno dove io c’ero. Fu una grande partita e sentii i crotonesi dire che meritavamo la promozione. Ricordo poi anche gli ultimi anni, con Vivarini la gioia del derby vinto sul Cosenza per 2-0. Per il resto parliamo di una storia che dura da 45 anni, la mia con il Catanzaro, custodisco tantissimi ricordi”.
Qual è il rapporto con le partite? “Non ne ho persa una ma quando per ragioni di famiglia non posso guardare il Catanzaro, beh, diventa un martirio. Due anni fa a Barcellona con un mio amico, invece di pensare a come fare serata, al ristorante ci piazzammo con il cellullare a guardare Palermo-Catanzaro. Diciamo che il Catanzaro funge da volano per aggiustare le situazioni della vita quotidiana, condiziona l’umore e a me lo fa”.
Le squadre del cuore e il Catanzaro dei Noto
C’è un Catanzaro a cui sei più legato? “Cito il Catanzaro 1987-88: Zunico in porta, Corino a destra, Marco Rossi a sinistra, Masi e Cascione i centrali, Borrello sulla destra e a centrocampo Pesce, Soda, poi Palanca, De Vincenzo e Rispoli. Ho una buona memoria e tutti i calciatori passati da Catanzaro li ricordo quasi perfettamente. Penso che quanto a formazioni il Catanzaro 1981-1982 di Bruno Pace sia il più forte mai esistito, insieme poi a questo del 1987-88 e quello di Vivarini dove ho trovato il vero connubio tra società e tifosi. Una grande gioia”.

Aspettando di viverne delle altre. “Da quando i Noto hanno preso il Catanzaro mi fido ciecamente di loro, non ho mai mosso critiche al loro operato. Anzi, dispiace quando si parla del Catanzaro senza collegare il cervello e allora lì mi capita ogni tanto di intervenire sui social. Dei Noto mi fido spudoratamente, si tratta di grandissimi imprenditori, diventati tifosi, non penso possano compiere scelte sbagliate. Il Catanzaro di quest’anno, spero di non sbagliarmi, ha un livello meno forte dello scorso anno ma la stagione è anche girata male all’inizio e comunque potremmo fare meglio della stagione precedente. Cisse non è stato purtroppo di nostra proprietà e diventerà un fuoriclasse internazionale, il suo investimento è merito del tanto bistrattato Polito, anche Rispoli tiene margini di crescita enormi. Da questo punto di vista il prosieguo della stagione mi lascia molto fiducia”.
“Mi fa soffrire ma in fondo ne vale la pena”

Se dovessi spiegarlo a chi non lo sa o a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Io lo metto dopo la famiglia. Un qualcosa che non è spiegabile a parole, è difficile poterlo dire. Rappresenta una fede e un attaccamento viscerale a dei colori che mi sono entrati da bambino e che “purtroppo” non sono andati via. Dico purtroppo perché mi fa soffrire tanto, mi crea pensieri, ma in fondo ne vale la pena”. Un sorriso a chiosare le parole e la mente che torna all’immagine di quel ragazzino che, tutte le domeniche, accendeva la radio del suo cuore.



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