Il cinema, il teatro e i baffi di O’Rey. Francesco Colella si racconta: “Catanzaro la mia Itaca”
La storia dell’attore catanzarese Francesco Colella. “Per me recitare è la maniera di conoscere il mondo, un’esigenza esistenziale: mi dà respiro ma anche un privilegio che mi voglio concedere”. La passione per il giallorosso trasmessa da papà Dino e le partite nei villaggi estivi con i campioni del passato: “Li guardavamo con occhi meravigliati. Palanca ti comunicava la sua eleganza”
Un velo di cipria a fissare le linee del volto corrucciato da intimi pensamenti, con l’adrenalina in corpo che prima di salire sul palco si fonde nell’arte dell’attesa. La stessa dei 22 che ogni domenica varcano la soglia del rettangolo verde di gioco nel tentativo di rispondere al desiderio dei propri beniamini: regalare spettacolo. Come quella di un attore dinanzi al suo pubblico.
La storia di Francesco Colella
È un dono, quello della recitazione, che custodisce in profondità Francesco Colella, che dalla sua Catanzaro è partito cavalcando una carriera di spessore. Dalle prime compagnie di teatro in giro per la Calabria all’Accademia Silvio D’Amico, in cui si diplomerà, passando per il Piccolo di Milano e il Teatro di Roma formando un sodalizio artistico di intensa produzione con il regista Luca Ronconi. Cinema, televisione e teatro scanditi da personaggi, interpretazioni e riconoscimenti: su tutti il Premio UBU nel 2010 come miglior attore non protagonista e qualche anno più tardi, nel 2016, il Premio “Miglior attore” al Roma Web Fest.

Luoghi, conoscenze e incontri in giro per lo Stivale ma che confluiscono nel suo centro. “Catanzaro non è solo un ricordo, è la città dove torno sempre – racconta Francesco – Lì ci sono i miei ricordi d’infanzia, di scuola, con gli amici e la famiglia. Catanzaro mi ha dato l’imprinting di cittadino del mondo, dandomi anche addirittura le avvisaglie o quei segnali che mi invitavano a fare l’attore. Non avevo lo sguardo altrove, Catanzaro era sì il posto dal quale mi sarei mosso ma ognuno di noi ha la sua Itaca. Sono nato e cresciuto al Rione De Filippis, uno dei luoghi del cuore, nella parrocchia del Santissimo Salvatore con don Vincenzo Zoccali. È qui che è affiorato il mio primo rapporto con il cinema, le proiezioni dei film, ma all’epoca mi piaceva fare anche il chierichetto con i primi germi, se vogliamo, della rappresentazione. E poi c’era un campetto polveroso dove si giocava a calcio, mio padre organizzava dei tornei con bambini e ragazzi di tutto il rione. Ricordi sudati sotto la calura o al freddo, la cosa più bella era avere la divisa: la nostra squadra si chiamava Le Aquile e aveva i colori giallorossi. Si provava tanta felicità ed euforia, ricordo che uno dei tornei lo vincemmo noi, la felicità fu enorme. Ruolo? Giocavo avanti certe volte ma ero affascinato dall’eroismo dei portieri, come Dino Zoff, mi immaginavo i tuffi e le prese laterali con le braccia tese. Il gesto per me più bello, tanto che a volte mi tuffavo pure io senza prendere il pallone”.
Papà Dino e il Catanzaro di oggi vissuto con gli amici
Il Catanzaro e papà Dino. “Negli ultimi anni mi sono informato, sapendo del Catanzaro e godendomi le vittorie da lontano, il piacere di sentire da tifosi di altre squadre come negli ultimi anni il Catanzaro sia stato vocato a squadra generosa, temibile e questo dà maggiore orgoglio. Certe volte è bello sentire la tua realtà dalle persone estranee o che ne sentono parlare, hanno una risonanza diversa. Anche perché abbiamo vissuto anni sottotraccia. Oggi gli occhi con cui guardo il Catanzaro sono gli occhi dei miei amici, gli occhi più lucenti. E sono contento perché Claudia Olivadese e Giampaolo Negro sono abbonati e ho il piacere di farmi raccontare non solo i risultati ma la preparazione prima della partita. Un racconto caldo e avvolgente che rafforza il legame. Attraverso i loro occhi ho respirato l’entusiasmo che è cresciuto tantissimo negli ultimi anni e questo mi piace molto: la squadra di calcio crea aggregazione umana e vedere persone che partecipano a questo rito laico di andare a vedere la partita, tra aspettative, dolori e gioie il me evocano un racconto bellissimo. Dopodiché, il mio legame con il Catanzaro è antico. Parliamo degli anni Ottanta, del Catanzaro in Serie A, dove si vivevano le partite con un senso di avventura. Ti sentivi legato al resto d’Italia perché qui arrivavano le grandi squadre ed era molto emozionante. Ricordo che le estati i miei genitori prendevano noleggio al Villaggio Costaraba e lì c’erano anche tanti calciatori giallorossi. Mio padre organizzava questi tornei, con noi ragazzi chiamati a giocare ma ti ritrovavi in squadra gente come Massimo Palanca, Edi Bivi, Massimo Mauro, Fausto Silipo, Claudio Ranieri: tutti villeggianti che poi si mettevano a giocare, in mezzo a questo gioco dove sapevamo di giocare in mezzo a dei giganti. Li guardavamo con occhi meravigliati”.
“Ho un rapporto molto emozionale con il Catanzaro”
Immagini e suoni che si fondono nell’appartenenza di un rito custodito di padre in figlio. “I miei ricordi allo stadio sono legati a mio padre Dino, che mi portò a vedere un Catanzaro-Juventus e altre partite in tribuna. Mi ricordo il tragitto per andare allo stadio: posteggiavi la macchina e ti facevi queste salite con gli altri tifosi come una carovana, io tenuto da mio padre mano nella mano per tutta la calca. Può sembrare strano ma l’effetto che mi faceva strano era restare incantato dall’odore del prato, da quel verde così compatto e poi soprattutto dallo schiocco con il pallone. Il sentire, il vociare dei giocatori: sentivi il rumore e il piede che toccava la sfera. Sono tutti dettagli, magari poetici, ma per me emozionanti e con mio padre lo erano ancora di più. C’erano delle domeniche che mi lasciava da mia nonna. E io amavo disegnare, nell’attesa che tornasse dallo stadio a riprendermi, nell’attesa del risultato, seduto sul tavolo da cucina”.
L’idolo, neanche a dirlo, era O’Rey. “Tra i disegni che facevo più spesso c’era lui, Massimo Palanca, gli facevo pure i baffi. Un uomo piccolo di corporatura, con il suo famoso 37 di piedi, e i suoi baffi iconici ma dava in me l’idea di quanto fosse forte, gigantesco di fronte all’apparenza fragilità e per me era una combinazione bellissima. Ti comunicava grande eleganza, ti faceva sentire parte del suo gioco: a me piacciono quei giocatori che all’apparenza possono sembrare normali ma che poi hanno quel guizzo, quella maniera di condurre il gioco che supera la tecnica. È qualcosa di esistenziale. Non sono un tifoso accanito come tanti, che hanno quelle conoscenze tecniche, ma ho un rapporto molto emozionale con il calcio e il Catanzaro”.
Anche il calcio se vogliamo è una forma di spettacolo. Credi ci siano punti di contatto con il teatro? “Faccio l’attore e la differenza credo sia nella prestazione. Nel portare avanti attraverso un personaggio l’umanità che ha niente a che fare con la tecnica. Quando fai l’attore la devi nascondere, o meglio diventa tramite per comunicare una storia di uomini, fatta di cadute e salite. Ma anche quando parliamo di quei giocatori del tempo sentivi questa umanità, in fondo dietro di loro si nascondevano uomini con le loro emozioni. Detto questo, non ho la misura per stabilire una gerarchia su quale mestiere sia più difficile, sicuramente in ambedue i casi ci vogliono sacrificio e studio. Ma poi dipende cosa vuoi essere. Per me la recitazione è un mezzo di conoscenza e di evoluzione umana, non per fare soldi: non ci riuscirei. Il mio con la recitazione è un rapporto intimo. Ho la sensazione, oggigiorno, che ci siano bravissimi giocatori ma la cui bravura non va di pari passo con l’evoluzione umana. A me piace il punto di rottura: sia nello sport sia nello spettacolo la perfezione è tale da svuotare la propria umanità. Amo invece le persone che sanno perdere”.
Gli inizi a Catanzaro e in giro per le tournée della Calabria
Essere attore. Quando hai capito che questa sarebbe stata la tua strada? “Non ricordo quando c’è stata la consapevolezza della scelta, non avviene subito ma avviene in età più matura, sono entrato in un mondo dove improvvisamente recitare mi dava piacere, era un rifugio, dove il tempo restava sospeso. Alle elementari ebbi una maestra supplente a cui piaceva il teatro e ci dava delle letture dialogate: le elaboravo in maniera istintiva e questo piaceva. Sempre da bambino, verso gli 11 anni, Lillo Zingaropoli faceva teatro a Catanzaro e mi prese nella sua compagnia. Partecipavamo a una trasmissione dal titolo “Scopri il mondo”, con delle scenette comiche ed era diventato un appuntamento fisso. Poi cominciai a lavorare nella compagnia di Salvatore Emilio Corea, dove svolsi spettacoli, commedie di respiro francese: una drammaturgia non solo regionale. E io ero una mascotte, mi si dipingeva la faccia di bianco quando interpretavo delle scenette mimiche. Recitare è diventato a poco a poco lavoro, girando e facendo tournée per la Calabria”.
Come ci si prepara prima di un grande evento? “Dipende sempre dai personaggi da interpretare, dal fatto che si tratti di una rappresentanza teatrale o la scena di cinema. Il punto comune è l’arte dell’attesa, saper vivere l’attesa prima di entrare in scena o prima di cominciarla: sono momenti molto intimi, per ogni attore, ognuno li vive come vuole. Mi capita spesso di circondarmi di silenzio: devi farti portatore di una storia e devi pensare che la gente ammiri la mia capacità di fare personaggio oppure rifletti, guardando me trasmettitore di una storia che li riguarda. Come se avessi un legame emotivo che vada fuori di me. Spesso mi capita di interpretare personaggi di potere, di ndrangheta, e il disprezzo che provo in loro mi porta a lasciarli liberi, grotteschi senza compromissioni interne”.
Gli ultimi lavori: Mrs Playmen e La Gioia
In queste settimane Francesco Colella è protagonista al cinema con La Gioia, film in cui recita accanto a Valeria Golino e Jasmine Trinca ma anche su Netflix con “Mrs Playmen” vestendo i panni del marito della protagonista interpretata da Carolina Crescentini. A teatro, invece, è continuamente in scena con la compagnia di cui fa parte che si chiama Teatro di Lina. Sono appena stati a Roma con lo spettacolo “Meno di due” con la regia di Francesco Lagi, portato in scena anche in Calabria, dove è nata l’ispirazione del suo celebre spettacolo “I signori Lagonìa”. “Tornerà a maggio e a Catanzaro l’ho già portato. Faccio un’enorme signora che non si muove più con il suo silente marito, uno spettacolo in lingua calabrese che gira per l’Italia: non c’è cosa più bella che far assaporare altrove il suono della nostra lingua. Con la regia di Francesco Lagi sarò anche al cinema prossimamente con “Il Dio dell’Amore” dove reciterò Ovidio, il poeta dell’amore che gira per Roma nelle sue strade contemporanee, navigando tra luci e ombre. Per me recitare è la maniera di conoscere il mondo, un’esigenza esistenziale: mi dà respiro ma anche un privilegio che mi voglio concedere. Si è attore sempre, ricordo i periodi in cui ero dimenticato e questo mi diede una forza incredibile per creare spettacoli. E questo dico anche ai giovani: un attore non è quando lo fa, ma quando non se lo filano…”.
“Catanzaro rappresenta tutto”

Se dovessi spiegarlo a chi non lo sa o a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Non riesco a fare discorsi oggettivi. Rappresenta tutto, la mia terra: Isa e Dino erano i miei genitori, che ho perso un anno e mezzo fa nell’arco di cinque mesi e con loro custodisco il ricordo delle estati vissute e dei loro splendidi amici. La mia casa, Catanzaro, oggi la sento svuotata da quanto successo e allora devo trovare le mie coordinate per riallacciarmi di nuovo. Scendo ancora oggi e vado a trovare i miei fratelli anche se le estati e il Natale sono diversi. Catanzaro è vissuta in me grazie al legame profondo con i miei genitori, in cui sono stato parecchio figlio. Adesso probabilmente dovrò avere un rapporto più maturo e più personale. Ogni angolo di strada mi racconta tante cose che mi legano ai miei genitori, ai miei amici. Però, in qualche modo, dovrò trovare un modo tutto mio di stare a Catanzaro”. Forse il nuovo viaggio di Francesco è appena iniziato ma prima o poi tornerà alla sua Itaca.











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