Sellia Marina, una Vespa e il club Palanca. Italo Bianchi: “Il Catanzaro un compagno di vita”
Intervista al presidente del Catanzaro Club “Massimo Palanca” di Sellia Marina. Gli anni dell’università a Firenze, il giallorosso vissuto con papà Alfonso e gli anni bui vissuti allo stadio. “Anche il meno bravo va incitato sempre, perché indossa la maglia del Catanzaro”
La brezza marina con il suo fiato ad asciugare la livrea del motociclo, riscaldata dal tiepido sole settembrino. In sella un ragazzo di Calabria, rigoglioso di pensieri che disegnano la sua strada. Quella di una vita che sarà spesa nel suo più grande ideale: il Catanzaro.
La storia di Italo Bianchi

Di quei viaggi nella Maremma toscana, di quegli inverni miti e dei temerari pomeriggi ad annotarsi le partite del Catanzaro, Italo Bianchi ne custodisce segreti e virtù disseminando gemme di una gioventù vissuta in giallorosso. E che, sia mai, alberga ancora nel suo animo. “Ho 63 anni e sono di Catanzaro anche se poi il matrimonio con mia moglie mi ha portato a trasferirmi a Sellia Marina – racconta il signor Italo, 63 anni all’anagrafe – Il mio primo ricordo giallorosso? Indubbiamente si lega a mio padre Alfonso, colui che mi ha trasmesso l’amore per questi colori. Ero molto piccolino ma ricordo bene il 1971, la prima volta in A, dato che avevo circa dieci anni. Come un flash rivivo nella testa e nel cuore mentre ne parlo la storica partita di Angelo Mammì contro la Juventus con mio padre che mi lanciò in aria dopo la sua rete. Da quella partita non ne ho mai persa una, almeno fino agli anni dell’università quando dalla tribuna centrale ho scelto di andare in curva e da allora non mi sposto. All’epoca dell’università studiavo a Firenze e mi spostavo con il mio vespone per la Toscana oppure quando giocavamo ad esempio in Umbria o nel Nord Italia: è stato in quegli anni che ho imparato a conoscere il Torneo di Viareggio, fu bello poter scoprire giovani talenti che poi avrebbero avuto successo e seguito. Di loro mi ricordo due giovani ragazzi dell’Udinese, uno di loro si chiamava Odoacre Chierico mentre l’altro Gianfranco Cinello”.
L’incontro con Palanca e la nascita del club: “Cerchiamo una sede per fare nuove iniziative”
Ma c’è un motivo più alto che restituisce alla memoria collettiva catanzarese colui che riuscì a incarnare l’essenza giallorossa fino a diventarne mito. “Certamente il calciatore della storia del Catanzaro a cui sono più legato è Massimo Palanca. Essere cresciuto ammirando le sue giocate e pensare che poi ci siamo conosciuti è un qualcosa di inspiegabile. Ho il suo numero di telefono, mostrarlo quando inizio a parlare del Catanzaro con altre persone è un orgoglio”.

Un orgoglio a cui circa vent’anni fa è stato dato forma, grazie alla costituzione del Catanzaro Club “Massimo Palanca” di Sellia Maria. “Io faccio il presidente, Giuseppe Amelio è il vice mentre ci sono altri consiglieri tra cui Luciano Leuzzi che è il tesoriere, Ezio Foceri e Paolo Vaccaro. Facevo parte del club Massimo Palanca di Catanzaro Lido, in origine, dopo il trasferimento a Sellia Marina ebbi l’idea di creare un club qui. Conservo un ricordo personale: d’accordo con il presidente storico di Lido Michele Camera parlai direttamente con Palanca se poteva fargli piacere l’iniziativa. Da persona seria quale è, chiese chi ci fosse dietro il progetto: Michele garantì per me e quando venne qui a Sellia ci conoscemmo”.
Non un semplice club ma negli anni un punto di riferimento per la comunità. “L’idea che sta alla base del club non è solo per parlare del Catanzaro e delle partite, o di fare la solita classica cena tra soci. Bensì quella di fare del sociale, in questo senso di iniziative ne abbiamo realizzate diverse. Negli anni passati abbiamo fatto la Befana giallorossa, le giornate speciali Panini dove regalavamo l’album ai bambini e distribuivamo le bustine di figurine. All’apertura del club invitammo invece mister Provenza, il direttore Impronta e tutta la squadra, fu una grande emozione averli con noi. Ora come ora ci stiamo ricostruendo anche se senza il ricambio generazionale è difficile. Ci stiamo dando da fare per trovare una nuova sede e creare nuove iniziative: ci piacerebbe, ad esempio, fare la colletta alimentare per le famiglie più bisognose del territorio o trovare una sede adeguata a far sì che i ragazzi con dei maestri magari in pensione possano trascorrere i pomeriggi per aiuto compiti, di chi insomma non può permettersi delle ripetizioni. L’entusiasmo e la passione da parte del vecchio gruppo ci sono sempre”.
“Spero che i tifosi di oggi diventino più saggi di noi”
Con lo spirito di chi, prima in tribuna e oggi in curva, è sempre stato fianco a fianco al suo Catanzaro. “Il rapporto con le partite è cambiato, nel senso che sei più misurato, non ti arrampichi certo come quando avevi vent’anni ma le emozioni e le arrabbiature, quelle, sono rimaste. Ho con me le immagini di viaggi curiosi come a Salerno, l’ultimo di quando siamo saliti in B con l’invasione dei 10mila tifosi, momento che vissi insieme a mia moglie Iole e i miei figli Malachie e Jordan. Se guardo oggi la generazione di nuovi tifosi dico che è un fenomeno recente, maturato grazie all’arrivo dei Noto, quando cioè allo stadio erano rimasti solo “i vecchi”. Circa 700-800 persone. Il grande merito, va dato atto, è di aver avvicinato le famiglie e i più giovani allo stadio”. Con un invito. “La speranza è che questi tifosi diventino più saggi di noi, al netto di quello che viene scritto sui social dove ci sono spesso tifosi occasionali. Fossero stati tifosi di vent’anni dei campionati di Serie C vissuti al contempo con la Reggina in A e il Crotone in B sarebbero stati forse più misurati i commenti – sostiene – anche perché la squadra si incita sempre, anche il meno bravo perché indossa la maglia del Catanzaro e va incitato”.
Da tifoso qual è stato il punto più alto della sua storia in giallorosso e quando invece si è toccato il fondo? “Il fondo si è toccato con Aiello, situazione che si trascinava dalla gestione di Parente-Poggi e che ha impoverito man mano la squadra. Ricordo l’allenatore Zé Maria e il direttore Malu Mpasinkatu, ma anche i giocatori seduti a centrocampo e poi, soprattutto, la sconfitta con la Cisco Roma 4-0. Un campionato che avevamo dominato: io c’ero, dopo venti minuti fui costretto ad assistere a quello spettacolo indecoroso. Il punto più alto? Non c’è. Sono sempre andato allo stadio anche quando eravamo in C, quando c’erano 400 persone. Per me l’amore del Catanzaro è viscerale, a quelli che criticano ora, cosa dovevamo dire o fare noi a quei tempi?”.
“Prima o poi torneremo a vivere la A di un tempo”
Il futuro si innesta tra sogni proibiti e solide realtà. “Il progetto dei Noto è stato sempre chiaro: mai promesse ma il consolidamento della B che arriva dallo stesso consolidamento della società. È chiaro poi che i tifosi vogliono che si raggiungano degli obiettivi: alla A da vivere come un tempo penso ci si arrivi un giorno, prima o poi”.
Se dovesse spiegarlo a chi non lo sa o a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per lei il Catanzaro? “Un compagno di vita, è sempre stato così. Anche all’università e anche da piccolo compravo il Corriere dello Sport, di cui ora anche se in formato digitale conservo l’abitudine. Il mio sabato in fondo era questo, con il giornale e la schedina del Totocalcio. Ai tempi mettevano in commercio il blocco schedine, che li utilizzavi o no in ricevitoria li trovavi dai barbieri, che lisciavano sulla striscia il cuoio attaccato al muro e poi ti passavano insaponato il rasoio per radere la barba e lo ripulivano sulla schedina. Sul Catanzaro non ho mai scommesso, anche se quando era presente mettevo sempre la vittoria: giocavo con il cuore”. Un ghigno sottile a chiudere il racconto, incastonato in frammenti di nostalgia.










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