Il Toro, Zelig e Giorgio Corona. Claudia Penoni si racconta: “Il Catanzaro significa famiglia”
La storia di Claudia Penoni, attrice del piccolo e grande schermo, simpaticamente legata ai colori giallorossi. “Ogni volta che ho potuto venire giù a Catanzaro o raggiungerlo in B qui al Nord l’ho sempre fatto”. Gli esordi in teatro, il cuore granata e un sogno nel cassetto
Ci sono personaggi che entrano nel cuore della gente, con le proprie spigolature a solleticare delle emozioni o più semplicemente una risata a crepapelle. Perché specchio del vivere quotidiano, con il segreto dell’ironia custodito nella posa e nei gesti tesi che alla fine rilasciano sempre il buonumore.
La storia di Claudia Penoni

E ci sono, poi, degli incontri che a volte rasentano il multiverso, un po’ come questa storia “particolarmente” giallorossa. Voce narrante è l’attrice Claudia Penoni. Lei che mantovana d’origine e con radici a Torino è legata al Catanzaro. Tutto per “colpa” dell’amore. “Il Catanzaro per me è fonte di divertimento – racconta – Ogni volta che ho potuto venire giù a Catanzaro o raggiungerlo in B qui al Nord l’ho sempre fatto. Catanzaro significa famiglia dato che prima colui che era il mio fidanzato e oggi è mio marito tifa per i giallorossi, cresciuto a Milano ma con papà catanzarese”.
“Ritrovarmi nella Curva Capraro fu una situazione che mi piacque”
Un amore a prima vista. “Con il Catanzaro ci conoscemmo nel 2003, 23 anni fa. Era l’anno in cui mi fidanzai con mio marito e mi disse “devo capire se tu ti innamori del Catanzaro” – ricorda sorridendo – Andai giù ed ebbi la fortuna di conoscere un ambiente bellissimo, ospitale e con le persone che ho conosciuto davvero simpatiche e calorose. La primissima immagine che conservo è quella di Ascoli, della promozione in B, dove io c’ero: avevamo la fortuna, io e mio marito, di essere liberi in quel periodo e partimmo in macchina. In me c’è l’immagine di Ascoli giallorossa, viali e strade dove ci fu un’invasione pacifica: erano tanti anni che mancavamo dalla B e c’era questa voglia di rivalsa, di fama. Io non ero una che andava generalmente negli stadi, eppure mio marito era solito prendere l’aereo per andare a vedersi giù la partita allo stadio e mi convinse diverse volte a venire. Rigorosamente in Curva Capraro, la cosa bella che notai è che eravamo molte donne, in un periodo dove rispetto ad adesso non era così scontato. Insomma, non ero una mosca bianca. Anzi, mi sfidarono ad imparare la formazione, dato che essendo attrice l’avrei imparata a memoria. Fatto sta che andammo giù il sabato per trovare amici e parenti e pur non essendo tifosa nata, ritrovarmi persone così belle, il mio fidanzato, insomma fu una situazione che mi piacque”.
Il Torino e Re Giorgio Corona
E pensare che il cuore batte granata. “Sono del 1962, gli anni in cui Torino richiamava tanti immigrati per la Fiat. Così mio padre, che era mantovano, si trasferì a Torino per lavoro e furono gli amici che conobbe a portarlo allo stadio. Erano gli anni che ancora ricordavano il grande Torino, c’era ancora il lutto vivido di Superga, e tutta questa partecipazione fece innamorare mio padre. Di riflesso la cosa fu trasmessa anche a me. Anche se non vado allo stadio tifo Torino e quando sento che qualcuno tifa Juventus mi infastidisco. Però dico una cosa: se avessi più tempo, anche con mio marito che per via del lavoro è sempre impegnato, andrei in giro per vedere il Catanzaro. Per il Torino no, ma quegli anni al seguito del Catanzaro di Giorgio Corona li rifarei subito”.
Re Giorgio, simbolo di una generazione intera. “Ho conosciuto Giorgio Corona nel 2003, tramite gli amici di mio marito. Per me fu un grande onore e glielo dissi pure stringendogli la mano. In quel periodo era fortissimo e poi, l’entusiasmo, aiutava ad affezionarti ancora di più a quei giocatori. Se ho conosciuto altri calciatori? In generale, nella mia vita, ne ho conosciuti tre. A parte Corona, Javier Zanetti a margine di “Life Bites”, una sitcom per ragazzi che facevo su Disney Channel e che, guarda caso, seguivano le sue figlie. Il regista chiese se avesse avuto voglia di fare da guest star in una puntata e lì ho potuto conoscerlo, un ragazzo molto simpatico e carico. Feci un favore a mio marito che lo ammirava avendo tra le sue passioni anche l’Inter e poi aveva un passato da terzino tutta fascia”. E il terzo? “Massimo Palanca. L’abbiamo conosciuto tanti anni fa a Camerino nelle Marche, la sua città, credo fosse il 2007 o 2008. Avevo in programma una tournée da quelle parti e lui mi disse “Senti Claudia, so dov’è il negozio di Palanca, andiamo a conoscerlo”. Passammo quasi una giornata da lui, un mito. Dei calciatori di oggi non ho avuto il piacere di conoscere Iemmello, ma al Catanzaro io voglio bene anche se sono passati tanti anni”.
“Quando guardo il Catanzaro mi agito”
Il tuo rapporto con le partite? “Quando posso le guardo alla televisione, ma divento fastidiosa. Metto becco su tutto, mi agito. Credo che l’inizio, poco prima della partita, sia un momento molto bello. Di preparazione perché si è in attesa di un evento, alla fine quello che ti accompagna è una finta rilassatezza. Finta perché si percepisce l’atmosfera, il brusìo degli amici, ma anche la speranza del risultato. Si vive quel “friccicore” che è molto bello. Ora che va tutto di corsa, la vita con le sue cose, si vive un evento quasi straordinario, scambi due parole con chi ti sta affianco, hai modo di respirare lo stesso clima. È come se fosse un evento di gruppo, sei in attesa di qualcosa di magico che sta per arrivare. Il tempo resta sospeso”.
Zelig, Cripztak e la professione di attrice: “Volevo fare la veterinaria”

Il grande pubblico l’ha conosciuta con Zelig. E un personaggio, Cripztak, che insieme a Petrektek – di Leonardo Manera – sono tornati recentemente a far divertire il pubblico di Canale 5 portando in scena il cinema polacco. Ancora dopo la prima volta nel 2007, a distanza di oltre vent’anni dove di esperienze ne sono maturate. Eppure quel personaggio torna sempre, anche se con profonda riconoscenza. “A Zelig devo la mia vita. Il fatto di essere legata a dei personaggi la vivo serenamente, quando faccio teatro forse il piccolo vincolo che mi viene chiesto è quello di far ridere. Se andassi in teatro con un dramma solo come un monologo non credo che lo accetterebbero. Far ridere è una cosa di grande vanto e lo faccio volentieri, ecco forse quella è l’unica cosa che è cambiata nella mia vita. Per il resto continuo a lavorare, anche se ora sono in pensione e posso scegliere. Ma la comicità è una prigionia dorata: se ho firmato migliaia di cartoline, fatto un sacco di selfie è grazie a Cripztak che amerò per sempre. Anche aver incontrato Leonardo Manera, che già aveva ideato il cinema polacco in una tournée estiva del 2003, in un modo del tutto casuale nel 2007 è stato importante”.
Perché l’attrice? “Volevo fare la veterinaria. Non potei frequentare l’università a causa della salute di mio papà, allora andai a lavorare in un’azienda ma non mi piaceva. Decisi di iscrivermi a una scuola di recitazione tanto per tirarmi fuori da quella bolla, da una situazione di tristezza. A muovermi fu la voglia di divertirmi, la curiosità nel vedere cosa accadeva nel dietro le quinte. Fu Margherita Fumero, per tanti anni al Drive In con Enrico Beruschi e che in quella scuola faceva l’insegnante, a dirmi che facevo ridere. Raccontavo bene le barzellette e facevo monologhi e personaggi: dopo qualche tempo mi prese nella sua compagnia. Diceva che facevo ridere e io le rispondevo “mai sei sicura?”. Dovette convincermi e anche le risate della gente mi aiutarono. Ero lusingata. Per me ridere era pensare a Raimondo Vianello con Sandra Mondaini oppure Stan Laurel (Stanlio di Stanlio e Ollio, ndr) che amavo tanto. Iniziai a intrepretare personaggi comici e divertenti, con qualche monologo da sola, pensando che se facevo ridere allora era proprio bello: una volta con la Fumero c’era da riempire un buco di un vestito complicato che lei doveva indossare. L’autore Mario Viberti che scriveva monologhi ne scrisse uno per me e lo trovai il modo giusto di interpretarlo. Allo spettacolo assistette un critico piemontese che uscì il giorno dopo con un articolo dicendo “la Penoni ha i tempi comici”. Fu la prima volta, quando lessi quell’articolo, che presi consapevolezza dei miei mezzi. Quando senti che il pubblico ride alle tue battute torni dietro il palco e ti senti alta un metro di più, ma l’effetto dura poco perché poi bisogna tornare con i piedi per terra”.
“Il batticuore c’è sempre prima di salire sul palco”
Attrice e comica. Qual è il segreto di saper far ridere e come è cambiato questo mestiere con la sfera del politicamente corretto? “Forse c’è qualche paletto in più, per tutelare delle minoranze. È forse un pochettino più difficile oggi, ma se uno se ha i tempi comici, la battuta e soprattutto i sinonimi con cui puoi trovare il modo di ridere lo stesso allora ecco che il problema viene superato. Questo avviene quando hai una battuta divertente e intelligente. Quando invece vedo pezzi comici aggressivi e volgari mi spiace, perché si sceglie la via più facile”. Dopo tanti anni di carriera, c’è ancora adrenalina? “Il batticuore c’è sempre, quando si era giovani e immaturi durava di più con la paura di dimenticarti magari una battuta. Invece con l’esperienza sai che c’è sempre un modo di salvarti. Ricordo un aneddoto a “La zanzara d’oro” nel 1996, un festival di comici a cui presi parte: andava in diretta su Rai Uno da Bologna. Ero con una mia amica di Torino, facevamo uno sketch, a presentare c’erano Enzo Iacchetti e Loretta Goggi. Prima di entrare c’era un’agitazione che ti divorava. La Goggi ci disse “Questa agitazione dura per sempre, tenetelo a mente se uno vuole fare bene questo mestiere deve averla sempre”. Questa frase mi è rimasta impressa e allora, se la provo, dico che è tutto ok”.
Nei tuoi anni a Zelig hai mai avuto occasione di condividere la tua passione per il Catanzaro? “Quelli con cui ho lavorato tifavano le squadre del Nord, per ovvi motivi. Zelig è una lavatrice, arrivavano tanti attori e altri andavano via, anche perché la tv è vorticosa ed è difficile custodire affetti continui. Stai insieme a pochi per poco tempo. Ad ogni modo, quando si parlava del mio Catanzaro erano tutti straniti da questa passione ma poi ne erano divertiti, ad esempio Paolo Cevoli rideva di buon gusto. Mi diceva “Vabbè, l’importante è seguire qualcosa”: anche lui è tifoso, mi pare del Bologna, e in fondo tra tifosi ci si capisce”.
Il sogno nel cassetto di Claudia
Hai un sogno nel cassetto? “Sono stata fortunata, ho spaziato su tutto. Anche nel cinema, con Cado dalle nubi grazie a Checco Zalone – Claudia Penoni era Raffaella Mantegazza, madre di Marika per cui Checco perde la testa, ndr -, che mi ha dato tanta popolarità. Qualcuno dice che ho avuto fortuna anche se Luca (Medici, ndr) mi aveva visto a Zelig e credo che se mi abbia scelto per il suo film voleva dire che qualcosa di buono aveva intravisto. Tornando al sogno, sono una grande amante dei costumi e del Medioevo. Rimango affascinata: il vestito ti trasforma, l’abito ti aiuta tantissimo per diventare personaggio. Magari un giorno, chissà, interpreterò un personaggio che vive in quell’epoca”.





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