Dino Zoff, Palanca e la radio. Giuseppe Bisantis: “Il Catanzaro non lo scegli, ti sceglie lui”
Intervista a Giuseppe Bisantis, voce di Tutto il calcio minuto per minuto, riconosciuto tifoso delle Aquile. Anzi, “semplicemente malato”, come definisce in questo racconto. “Mi auguro di poterla fare ancora una radiocronaca del Catanzaro. Il futuro? Sicuro che la società, saldamente al comando, possa far avverare il sogno di tornare dove siamo stati”
La porta socchiusa e l’eco compiuto e ardito che si fa spazio nel corridoio di casa. Un sussulto, una voce, ad accendere la fantasia e avvolgere le emozioni di un bambino. I suoi occhi sono curiosi verso quel sentire e brillano di un desiderio che oggi, a distanza di qualche primavera sbiadita, non cenna a placarsi.
La storia di Giuseppe Bisantis

Conserva gli occhi di quel bambino Giuseppe Bisantis, tenendo stretta stretta a sé la compagna di una vita intera: la radio. Come onde di una frequenza che fluttuano senza tempo, senza conoscere incrinature. La voce che dalla sua Catanzaro è partita scandendo lo sport nazionalpopolare, il calcio, ma anche molto altro. Gli studi di Scienze Politiche a elevarne lo spirito critico, il Master vinto per la Scuola di Giornalismo a Perugia ad aprire nel 1998 la sua esperienza in Rai, più di una seconda casa. Muovendosi tra la gavetta e la formazione sul campo, o meglio sui terreni di gioco della Serie A e della Serie B: diventando una delle voci più riconosciute del palinsesto di “Tutto il calcio minuto per minuto”. La scatola magica che “rubò” la sua infanzia con i suoi sogni.
“L’effetto che mi fa oggi, quando sono passati trent’anni è di un’eterna gratitudine – racconta – Mi posso ritenere fortunato. Ogni persona da bambino vuole fare il lavoro dei propri sogni, poi le vie ti portano magari da qualche altra parte e qualche collega, seppur bravo, si è ritrovato a fare qualcosa che non pensava di fare. Io invece no. C’è stato un momento preciso in cui ho capito che volevo fare questo nella vita: prima media, tema. Bisognava parlare di un personaggio della storia, della politica o della cultura che ci appassionasse. All’epoca il mio idolo era Dino Zoff, il portiere della nazionale, perché io giocavo in porta ma anche perché Zoff incarna il modello della persona seria. Insomma, feci questo tema su Zoff e presi un volto altissimo, io che a scuola me la cavavo facendo il giusto. La professoressa, Conti ricordo il suo cognome, mi disse: “Secondo me dovresti fare il giornalista sportivo”. Avevo poco più di 10 anni…Faccio un lavoro che mi piace e per di più sono pagato. Grazie alla Rai ho visto posti che se non ci fosse stato il calcio di mezzo, non avrei visitato. Ho la fortuna di fare un lavoro che mi piace così tanto che non mi pesa, anche se mi capita di stare fuori casa 220 giorni all’anno: non ci sono sabati o festivi che tengano. Per non parlare di oggi, con le partite che si sono moltiplicate. Non credo che sarei riuscito a fare un lavoro d’ufficio, per me il lavoro del giornalista è quello sul campo, aver realizzato questo sogno non ha prezzo”.
La prima volta allo stadio per vedere il Catanzaro
Una storia nella storia che ha forti tinte giallorosse. Il Catanzaro e una fredda domenica di dicembre a condensare un dolce ricatto d’amore. “Ci sono tante immagini che legano la mia mente al Catanzaro. Penso alla mia prima volta allo stadio che fu in campo neutro, il 30 dicembre del 1977, per Catanzaro-Bari dove perdemmo 3-2. Una partita rocambolesca, nell’anno in cui quel Catanzaro di Giorgio Sereni salì in serie A. Giocammo a Reggio Calabria perché avevamo squalificato il Militare. Era la mia prima volta assoluta allo stadio, ricordo che per noi segnarono Palanca e Nicolini. Ma anche che, essendo dicembre, a ogni giocatore veniva dato un panettone. Allo stadio ci andai con mio padre, che non è mai stato un appassionato di calcio ma invece di radio e tutte le domeniche ascoltava “Tutto il calcio minuto per minuto”. Parliamo di oltre cinquant’anni fa, non c’erano collegamenti facili e io che sentivo queste voci”. Altre immagini sono invece legate al Ceravolo. “Il mio settore erano i Distinti: l’appuntamento imperdibile era la prima gara dell’anno di Coppa Italia, io che mi trovavo al mare e le ore e ore di fila in macchina. Il mio primo approccio, comunque, al Catanzaro è stato nel 1976 essendo io nato nel 1969: il calcio non è mai stato disgiunto dal Catanzaro. Ho vissuto gli anni della Serie A, gli album delle figurine: uno che ricordo particolarmente e che conservo ancora è quello della stagione 1976-77, con i giocatori raffigurati in azione e i loro volti in tondino. Quella squadra mi ha fatto innamorare del calcio”. Tanto che Giuseppe, quella formazione se la ricorda ancora con memoria enciclopedica. “L’allenatore Gianni Di Marzio e poi: Pellizzaro, Silipo, Braca, Palanca, Novembre, Ranieri, Vichi, Maldera, Improta, Boccolini, Nicolini, Vignando, Banelli, Nemo, Sperotto, Michesi, Arbitrio, Rondinelli. E anche altri giovani come Petrini e Mondello”.

“Ogni tanto sogno ancora Catanzaro-Lazio”
I ricordi si consumano e fanno spazio agli aneddoti. “Il mio approccio in giallorosso è sì legato al 1976-77 ma devo dire, in verità, già dalla fine del 1975-76, quando vincemmo al Mirabello di Reggio Emilia contro la Reggiana per 2-1. Ogni volta che vado per lavoro a Reggio Emilia il mio pellegrinaggio lo devo fare a quel mitico impianto. Quanto alle altre formazioni, penso che la migliore sia stata quella del 1980-81 con Bruno Pace: allora la Gazzetta dello Sport fece il campionato delle provinciali e noi ce la giocammo con l’Ascoli, dietro invece c’era l’Avellino. Ovviamente non posso non dimenticare il grande Catanzaro del 1987-88 e quel Catanzaro-Lazio. D’Elia (l’arbitro che diresse la gara beffa persa dai giallorossi, ndr) non l’ho mai amato e non voglio infierire dato che ora non c’è più, ma all’epoca mi trovavo in tribuna lato Curva Ovest e vidi per bene gli ultimi secondi della gara. Se andiamo a rivedere le immagini Masi calcia lontanissimo, Martina recupera e poi Rizzolo passa a Monelli che in girata fece gol. Masi disse anni dopo quella gara che l’arbitro D’Elia aveva affermato in campo “batti e fischio”, invece così purtroppo non fu. Ogni tanto sogno ancora quell’episodio, ricordo che al triplice fischio mi scoppiò forte la testa e uscii dallo stadio tramortito: era un campionato fortissimo con squadre come Atalanta, Bologna e Lecce”.
“Ho avuto il piacere e l’onore di diventare amico di Palanca, il mio idolo”
Un altro calcio, forse. “Vivendola dal di dentro c’è un po’ di nostalgia. Se penso al Catanzaro il mio idolo è Palanca, ho avuto il piacere e l’onore di diventare un suo amico. Una persona perbene. È vero che i calciatori d’altra generazione sono più umani e avvicinabili, ma lui ha significato tantissimo per la nostra realtà: ricordo che Sandro Ciotti lo soprannominò il “Cruijff dei poveri” e ne parlò come uno sinistri più forti d’Europa. Forse è dall’avvento in Italia di Silvio Berlusconi che l’allargamento delle rose e il sistema dei diritti televisivi ha cambiato il mondo del calcio: ormai gli incassi non sono più la voce principale, se le tv crollano crolla il sistema e i giocatori sono in mano sempre più ai procuratori. Nonostante ci siano ragazzi e giovani interessantissimi, penso a Cisse di cui Antognoni (Giancarlo Antognoni, campione e oggi capodelegazione dell’Under 21, ndr) mi disse un paio di mesi fa che non aveva mia visto un giocatore così forte e poi Liberali della cui esplosione siamo stati fortunati”.
Giovani che fanno il paio con il presente, con il Catanzaro dei Noto. “Nell’ambiente del calcio ci si conosce un po’ tutti e, dalla mia prospettiva di addetto ai lavori, sono tutti incuriositi che ci sia una società con una programmazione seria, una struttura solida. Si sta lavorando per lo stadio ed è chiaro che per fare il salto di qualità è necessario consolidarsi. È vero che fai la Serie A ma se poi sparisci non ha molto senso. Speriamo che le solite beghe politiche non frenino la programmazione della società. Il mio pensiero sullo stadio? Il tema si inserisce nella visione del catanzarese che è molto restrittiva. Quando si pensa a Lido o Germaneto si crede che siano quasi delle città fuori posto, io dico che dal punto di vista pratico sarebbe una svolta e so che il presidente caldeggia Germaneto. Ma il cuore mi dice di no, sono legato alle partite vissute al Ceravolo e di cui mi emoziono ancora. Nel 2014 ho avuto la fortuna di commentare i Mondiali di calcio in Brasile al Maracana di Rio, con un incredibile colpo d’occhio. Eppure il Catanzaro-Akragas di Serie C di quell’anno mi emozionò quasi di più: lo stadio, seppur con quella palazzina che mi dispiace definire orrenda e tutte le scomodità possibili, si immedesima con la città. Di stadi ne ho girati tanti ma il nostro è particolare, rappresenta molto la città”.
Le emozioni della radio tra Olimpiadi e finali del Mondiale
Cinque edizioni delle Olimpiadi estive, le Finali mondiali tra Qatar, Rio e Berlino. Eventi scolpiti nella carriera di cronista. “Sono state grandi emozioni. La più grande? Pur essendo calciofilo credo che forse sceglierei la medaglia d’oro di un ragazzo che magari non conosci e ti dà delle emozioni particolari: penso a un certo Monguzzi che vinse a Pechino nel 2008 nella lotta greco-romano. Ero l’unico giornalista italiano al seguito di quella finale. Ovviamente restano pure le finali di Champions League e i Mondiali di cui spero di fare ancora, anche se alla base di tutto c’è la fortuna di averle vissute e raccontate. Come anche delle persone che ho conosciuto: una volta intervistai Eddy Merx, il Cannibale, uno dei più grandi sportivi di sempre. Oppure Zoff, il mio idolo da bambino: al termine di un Brescia-Lazio mi sciolsi, dichiarando la mia ammirazione per lui. Non fece trasparire le sue emozioni, ma sono sicuro che le vivesse dentro”.
“La passione per il Catanzaro non si è mai allentata”
Tornando al Catanzaro che futuro immagini per le Aquile? “La A non la pronunciamo e a me sta bene così. Non credo che il prossimo sarà l’anno buono, visti i lavori allo stadio, ma una volta che avremo la base allora si costruirà qualcosa di bello: sono sicuro che la società, saldamente al comando, possa far avverare il sogno di tornare dove siamo stati. Ma dobbiamo essere contenti anche di quello che stiamo vivendo oggi, al nostro terzo anno consecutivo di Serie B dopo gli anni di Serie C, di quando non c’erano i telefonini e capitava di guardare con la mano tremante la pagina 218 del televideo per sapere come fosse andata la gara del Catanzaro. Di quel risultato che lampeggiava e di quegli anni in cui eravamo spariti dal mondo dell’informazione. La storia, quella storia, serve sempre per ricordare da dove sei partito. Dove abbiamo giocato, i campi perché fa tutto parte della crescita. Quest’anno sono 50 anni che seguo il Catanzaro, una passione che non si è mai allentata”.
“Il Catanzaro non l’ho scelto, ti sceglie lui. Mi auguro di fare ancora una radiocronaca dei giallorossi”
E chissà se un giorno, con il ritorno veleggiante delle Aquile, anche la voce tornerà a raccontare le gesta giallorosse. “Mi auguro di poterla fare ancora una radiocronaca del Catanzaro. Capitò ai tempi della Serie B di Poggi e Parente, ricordo che fui addirittura contestato in un Catanzaro-Perugia: mi trovavo nella cabina posta sopra i Distinti per la radiocronaca. Noi nel primo tempo arrancavamo e in uno dei miei interventi dissi che giocava meglio il Perugia; uno dei tifosi che aveva sentito si girò verso di me ed esclamò: “Bisà, chi ca**u cunti!”. Se ci ripenso sorrido ma, seppur con una grandissima sofferenza, cercai di mantenere il distacco. Ecco, la sofferenza è l’emozione che provo maggiormente guardando le partite: non sono tifoso ma semplicemente malato del Catanzaro”.
Se dovessi spiegarlo a chi non lo sa o a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Io non l’ho scelto, ti sceglie lui. Ci sono squadre che ritieni più simpatiche e altre meno, qualcosa che magari non ti spieghi. Ma il Catanzaro va oltre il tifo, con la sofferenza e l’emozione: Osvaldo Soriano, grande narratore, diceva che il calcio è uno dei misteri della vita. Beh, io sono un tifoso del Catanzaro e resterà così fino alla fine”. Legato alla vita, legato al giallorosso.



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