Un altro giro di Serie A come da bambino, Maurizio: “Prima di morire vorrei riviverlo così il mio Catanzaro”
Intervista a Maurizio Magliocco, tifosissimo dei giallorossi. Il racconto dell’infanzia, vissuta a due passi dallo stadio, giocando dove oggi c’è la biglietteria. “Dalla mattina alla sera era un evento, chissà se Noto per il centenario sta organizzando il salto in Serie A”
Il volto incollato alla rete, con il mento che posa sui fili di ferro e gli occhi che, facendosi spazio tra i fori degli striscioni, sforzano la vista per immortalare uno scatto, un gesto, una giocata che vale la vita.
La storia di Maurizio Magliocco
Gli occhi innocenti e vividi del bambino che occupava gli spalti della Curva Ovest albergano ancora oggi in Maurizio Magliocco, che il “grande Catanzaro” – come lo definisce lui – l’ha vissuto assorbendone ogni sfumatura. Di un colore giallorosso. “Sono nato il 23 giugno del 1969 – esordisce Maurizio – e la cosa particolare è che sulla carta d’identità c’è scritto Roma. Nacqui a Roma, è vero, anche se poi con la mia famiglia tornammo in Calabria subito dopo. Quando me lo fanno notare, che sono di Roma, rispondo sempre che in verità sono giallorosso. Tornando a Catanzaro, i miei presero casa nei pressi dello stadio, in via Francesco Paglia. Il club dei tifosi, dove c’è la sede degli ultras e con i ragazzi della mia generazione ci siamo cresciuti là, davanti alle porte dello stadio”.

La famiglia Magliocco e il Catanzaro, una storia tramandata di padre in figlio: “U fijju e’ Pellizzaru u randa”, l’adagio che ha sempre raccontato di Maurizio. “Le prime volte allo stadio ricordo vagamente che mi portava mio padre Salvatore o quando mi faceva andare, una volta per entrare bastava che ti mettevi davanti a un adulto e allora riuscivi ad entrare. I bambini e i ragazzini stavano ai tempi con il viso attaccato alla rete, arrivavamo quasi per miracolo a vedere la partita in curva dove c’erano gli striscioni e nei fori vedevamo le partite”.
“Quando giocavamo in casa era un viavai continuo”
Immagini che posano sui ricordi e sulla nostalgia. “Non c’era la biglietteria posizionata davanti allo stadio come oggi, era tutto libero e usavamo quel pezzo di strada per giocare a calcio durante la settimana. Dove c’è oggi il murales degli Uc facevamo le linee della porta: una striscia pitturata di bianco e il palo della luce erano le estremità. E spesso capitava che, sempre in settimana, durante gli allenamenti ci facevano entrare in campo a fare i raccattapalle, mica come adesso. Ricordo in questo senso un fatto curioso: in uno di quei Catanzaro dell’epoca giocava un certo Luigi Maldera, un signore alto, più di 190cm, che era dotato di un tiro potente. Beh, una volta tirò una staffilata sotto la Est e il pallone uscì fuori dallo stadio, il custode ci chiese di cercarlo ma quel pallone non lo trovammo mai più. Anche se quelli della mia generazione eravamo piccolini, l’aria della partita si respirava tutta la settimana da lunedì alla domenica: ricordo che il giovedì durante la partitella della prima squadra, allo stadio, la curva era piena. C’erano almeno 700-800 persone, il gioco del pallone una volta era più marcato rispetto a quello di adesso. Dalla mattina alla sera, quando il Catanzaro giocava in casa era un viavai continuo: non c’erano regole, l’opposto di adesso. Lo stadio si riempiva in una maniera assurda, che ancora oggi mi domando come facevamo a starci tutti. Ai tempi della Serie A quando c’erano tante persone sulle gradinate della curva, tanti si fermavano nei corridoi, tra la parte sotto e quella della sopra del settore. Fuori dallo stadio c’erano delle bancarelle, si poteva comprare della frutta secca e poi c’erano i giochi proibiti, era un evento nel vero senso della parola. Vedevi i tanti tifosi che provenivano dai paesini e facevano i pic nic, con la teglia di pasta al forno e la damigiana di vino. Ecco, la prima immagine che ho pensando al Catanzaro è lo stadio: pieno, noi che mangiavamo e pranzavamo veloce per andarci, con papà che ci portava. Io mi posizionavo sotto la Ovest, settore dove sono stato fino al ritorno in B nel 2004. Ora non ci vado più, sono diventato più esigente e me ne sto in tribuna. Forse perché ho un passato da calciatore, da bambino giocavo con la Pro Catanzaro ed ero su tutta la fascia. Ho sempre giocato a livello dilettantistico, ho avuto anche la possibilità di fare qualche provino ma ho sempre rifiutato perché non mi ritenevo forte: la cosa che penso, ancora oggi, è che una volta non ti riprendeva nessuno. All’età di 17-18 anni giocavo con mio papà nel campo sotto la Curva Est, in qualche occasione mi scappò qualche gol dalla bandierina: chi lo sa se fosse successo oggi, forse la mia storia sarebbe cambiata”.
“Se ripenso a quegli anni mi vengono i brividi e scoppio a piangere”
Tante le partite vissute, alcune addirittura nella stessa partita. “Forse la più bella che sceglierei è Catanzaro-Inter 3-2 di Coppa Italia, la semifinale di ritorno ai tempi di Bruno Pace. Mi pare che ci fu il record d’incasso, durante la settimana si respirava tanta emozione. Ancora oggi mia moglie mi prende in giro perché vado spesso a riguardare le immagini su Youtube di quella gara e io vado a scorgere se nel pubblico, nei filmati di quell’epoca, mi vedo. Dirò qualcosa che forse sembra esagerato ma è la realtà: quando riguardo e ripenso a quegli anni mi vengono i brividi e piango ancora”.
Bergomi e quella maglia negata
C’è un Catanzaro che di più hai nel cuore? “Ne ho tante di formazioni nel cuore, credo che quella del 1981 sia stata la migliore. Non posso dimenticare anche quella di Gigi Fabbri del 1984 e di Guerini del 1987-88, un’annata quest’ultima drammatica con il palo contro la Triestina di Palanca e un po’ di sfortuna ma forse anche per questo bellissima – aggiunge Maurizio, con gli aneddoti che si consumano – Un’altra partita particolare fu Catanzaro-Roma, lo stadio stracolmo, con la gara che fu sospesa per vento. Si recuperò il giorno dopo, il lunedì, alle 14.30 e io ero presente: la gente pur di arrivare allo stadio in tempo lasciava la macchina sulla tangenziale e se la faceva a piedi per 7-8 km! La fila delle macchine parcheggiate e il gol di Bivi dopo 7 minuti, un boato che si sentì fino a Lido dicono. Forse qualcuno si sentì male, ebbe un infarto, lo stesso che potrei avere io se tornassimo in quella categoria. A proposito, nell’ultima stagione di A si giocò il 15 maggio 1983 Catanzaro-Inter: finì 1-2 per l’Inter e io sotto i Distinti decisi di scavalcare a fine gara per andare incontro ai giocatori. Lo ricordo come un flash: chiesi a Bergomi la maglia ma lui disse che non poteva lasciarmela. Altri tempi, insomma”.
“Prima di morire vorrei rivedere la Serie A”
L’augurio è di quelli poetici. “Non so se oggi che emozioni proveremo a rivedere la Serie A, sarà un’atmosfera diversa da allora, ma sicuramente sarà tutto emozionante. Prima di morire vorrei rivederla con il mio Catanzaro, magari Noto la sta programmando per il nostro centenario che ricorre fra tre anni. La società sta facendo quello che ha sempre detto, consolidare la categoria anche perché non è necessario fare un passo più lungo della gamba. Sono sicuro che quando i Noto vorranno salire faranno una squadra composta da giocatori funzionali a quel tipo di obiettivo. Il rapporto con le partite? Mi arrabbio spesso, non mi vergogno ad ammetterlo. Scambio di continuo messaggi con mio fratello Alessio, non dico che alla fine della partita devo farmi una doccia ma ci manca poco (sorride, ndr). Con Alessio ho fatto diverse trasferte assieme, anche di recente in Serie B. Anni addietro fummo a Taranto con quel gol all’ultimo minuto di Pastore, una volta a Catania nel 1999 in Serie C dove se non ci fossero state le forze dell’ordine, per i tafferugli che si crearono, non so come andava a finire. E poi anche Cosenza, una volta che ci lasciarono a piedi alla stazione: 9 km a piedi per arrivare allo stadio! Quando arrivammo però il Catanzaro aveva già segnato. Una invece che feci ai tempi del militare appartiene alla stagione 1991-92, mi trovavo a Bologna e conobbi un tifoso viola con cui ci scambiammo le sciarpe: quel ragazzo, mi pare si chiamasse Francesco Montigiani, lo sto ancora cercando sui social. Mi piacerebbe mettermi in contatto con lui, solo per sapere come sta”.
“Il Catanzaro una ragione di vita”
Non solo gioie, anche tante delusioni nel cammino ma Maurizio è tornato sempre lì, a casa sua. “C’è stato un piccolo periodo in cui non ci andavo allo stadio, a parte la leva militare, perché allo stadio ci vai come se provassi una dipendenza. Non si può spiegare, hai 20 anni o 80 ma ti emozioni lo stesso. I tifosi avversari ti sfottono, perché dicono che la nostra storia di Serie A appartiene alla preistoria ma, quando lo dicono a me, io rispondo sempre che io almeno su Youtube posso andarci a vedere quello che siamo stati. I ricordi aiutano a vivere, il passato fa parte del presente e della nostra vita. La percezione, che avevamo in quei tempi che ho avuto la fortuna di viverli, era di un grande Catanzaro: non solo per la Calabria ma per un intero Meridione, forse insieme a Napoli e Palermo che sono le formazioni più rappresentative del Sud. Quando rivedo quelle immagini mi emoziono, magari un giorno potessimo riviverle: sono convinto che se tornassimo a Milano, Torino o Roma non saremmo meno di 5-10mila”.
Se dovessi spiegarlo a chi non lo sa o a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Eh – un sospiro rotto dall’emozione prima di continuare -, non voglio dire insieme alla mia famiglia o subito dopo, ma sicuramente fa parte della mia vita. Una ragione di vita, forse perché abbiamo avuto sin da piccoli sta cosa e ci è rimasta dentro. Condiziona l’umore, mio specialmente, immediatamente dopo la partita. Qualcosa di forte, irrazionale”. Semplicemente, amore.











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