In giro per l’Italia ma Domenico torna sempre a casa: “Il Catanzaro è una seconda famiglia”

In giro per l’Italia ma Domenico torna sempre a casa: “Il Catanzaro è una seconda famiglia”

Il primo ricordo targato Catanzaro-Juventus del 1982, sotto al pino nella curva che frequenta ancora oggi. “E’ l’anima dello stadio. I Noto? Solo da ringraziare, ci hanno tolto dalla melma”

Ruote che toccano l’asfalto e scivolano valicando i confini di casa. Le ciglia aggratigliate e le gote su cui si poggiano gli occhi stanchi che chiamano sete di riposo. Ma nell’anima una fierezza, a infondere di orgoglio il sudore e la fatica.

La storia di Domenico Gallo

Domenico Gallo con la mascotte dei giallorossi

Quando Domenico Gallo parla di Catanzaro e della sua squadra del cuore un sussulto scuote il suo racconto. Come se quel preciso istante potesse rimettere a posto tutti i turbamenti di una vita intensa, di un lavoro che impegna e pregna forma e sostanza della sua quotidianità. Emozioni che appartengono a un sentimento comune difficile da spiegare. Semplicemente atavico: semplicemente casa. “Ho 53 anni e sono nato e cresciuto a Catanzaro. Quartiere? Catanzaro è unica”. E basta questo per condensare la storia di Domenico in giallorosso: vissuta d’un fiato. “Il primo ricordo in giallorosso è un Catanzaro-Juventus 0-1. Parliamo del 1982, poco prima dei Mondiali che vincemmo in quell’estate. Ricordo il rigore non dato a Borghi e lo Scudetto, la seconda stella, messa sul petto dei bianconeri. Io quella partita mi trovavo sotto il pino, avevo dieci anni e lì da allora quel posto in curva non l’ho mai lasciato”.

Domenico e la curva, un rapporto mai interrotto

E pensare che tra pochi mesi cambierà. “Io la curva la vedrei così com’è, sarà perché ci sono cresciuto praticamente. Ma gli anni avanzano ed è giusto farla nuova, mi piacerebbe si considerasse l’idea di un doppio anello e non farla da solo 5mila posti. La curva è l’anima dello stadio, là si ragiona in modo diverso: si tifa e basta. I “tecnici” li lasciamo agli altri settori”.

La passione tramessa da papà e Francesco

La passione per il Catanzaro chi gliel’ha tramessa? “Mio padre. Conservo con me l’immagine di un cappellino giallorosso perché aveva a che fare con questi cappellini tramite alcune società d’élite dove lavorava. E poi devo la passione per il Catanzaro a un amico di famiglia che purtroppo non c’è più: Francesco Gimigliano, uno dei fondatori degli Uc ‘73. Era un fornaio, cresciuto a pane e Catanzaro: guai a chi gli toccava il Catanzaro!”.

Anni struggenti, segnati da gesta di calciatori romantici passati sui Tre colli. “Sicuramente i calciatori a cui sono più legato sono Palanca, Ranieri, Borghi, Corona, Masini e Zunico: adesso sono gli anni di Pietro Iemmello. Abbiamo avuto anche questo ragazzino, Cisse, che purtroppo non è nostro. Se dovessi metterli a confronto, di tutti indubbiamente Palanca non si discute, è il giocatore più forte che abbiamo mai visto qui a Catanzaro. Sulla stessa onda inserirei Lorenzo, Corona e Iemmello. Come allenatori, invece, penso a mister Guerini o Fabbri, anni in cui si respirava un’aria differente con la possibilità di una promozione in A, poi fallita. Il Catanzaro l’ho sempre seguito. Ci sono state diverse trasferte che ho fatto, anche negli ultimi anni: penso al “San Nicola” di Bari ma anche Salerno e il “Barbera” di Palermo, nell’anno del ritorno in B. Non pensavamo di andare a vincere e invece Iemmello prima e Biasci poi ci hanno regalato una grande soddisfazione”.

“Mi arrabbio con l’arbitraggio ma se si combatte non me la prendo”

Che rapporto ha con le partite? “Non me la prendo a male quando si perde, soprattutto se si combatte. Ogni tanto mi arrabbio con l’arbitraggio ma non perché non può sbagliare ma quando vedo partite “pilotate” non può un arbitro arrivare e ripetere gli stessi errori che danno in A. Le emozioni sono sempre quelle di quando ho iniziato a frequentare lo stadio ma sono maturato nel vedere le partite. Ormai capisco che se la partita va in quel modo, non ne faccio un dramma. Mi ero un po’ allontanato dopo la storia del gol di Monelli al 94’ contro la Lazio, all’epoca non esisteva l’extra-time e l’arbitro aspettava il gol del pareggio. Ricordo ancora quel pallone schizzato fuori dal settore dei Distinti che fu buttato fuori perché era finita la partita”.

Il presente ha sovvertito la spirale negativa delle delusioni, solleticando per il futuro sogni arditi. “Le gioie più belle provate da tifoso dei giallorossi rispondono alle promozioni, forse la più bella è l’ultima perché non pensavo ci riuscissimo. La speranza, invece, di poter tornare a calcare i fasti di un tempo, la Serie A, è l’ultima a morire. Ma già la B di questi anni è come una A, per noi è difficile mantenerla…anche a livello di strutture se non fanno la bretella che collega la Curva Est con Siano siamo sbattuti fuori. E non si tratta solo dello stadio ma di un servizio che sarebbe a disposizione di tutta la comunità. Sui Noto nulla da dire, c’è solo da ringraziare perché ci hanno tolto dalla melma”.

“Bello ricevere la stima di altre persone”

Se dovesse spiegarlo a chi non lo sa o a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per lei il Catanzaro? “Una seconda famiglia. Perché per me è la città ed è come una seconda famiglia: Catanzaro è unica. Mi occupo di mattoni artigianali a mano e uscendo con il mio lavoro sono spesso fuori regione o in giro per l’Italia. Quando arrivi e ti chiedono di dove sei e tu rispondi di Catanzaro ti riconoscono, è bello ricevere la stima di altre persone. Ma questo è un discorso che estendo a tutta la Calabria, la nostra è una terra meravigliosa e dovrebbe essere vista per altre cose e non per quello che vogliono far passare”.

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