Da Lido con il gruppo ultras all’incontro con O’Rey, Michele Camera: “Catanzaro, sei gioia”
La storia di Michele Camera, presidente del Catanzaro Club Massimo Palanca che in O’Rey ha trovato un amico. Nel segno del destino: “La mia prima trasferta fu a Roma il 4 marzo del ’79, con la sua tripletta. Lo conobbi casualmente in un bar anni dopo, fu la moglie a darmi fiducia”
La storia di Michele Camera
L’alba di un nuovo giorno a tagliare la linea dell’orizzonte e il maestrale a fare da contorno alle onde del mare, agitato d’inverno tanto che reclamare il suo spazio con il burrascoso vociare e sereno nelle assolate domeniche di fine primavera. Nel piazzale antistante i pullman, da Lido, don Mimì Tarzia fa la conta dei ragazzi presenti. L’entusiasmo trasuda dai loro volti e poco importa la destinazione, se la compagnia vale tutto nel nome di una passione condivisa.
Michele Camera ricorda così i suoi primi inizi in giallorosso. A fianco dei gruppi che avrebbero solcato l’avventura del tifo organizzato: generazioni imbevute di un sentire comune, l’appartenenza al bene più alto: il Catanzaro. “Il primo flash è legato ai ricordi d’infanzia – racconta il signor Michele – Gli zii che mi hanno portato allo stadio, la mia prima volta fu Catanzaro-Napoli 0-0 del 1976. Ma anche gli amici con cui ho condiviso tanto: un ambiente più genuino, dove la passione risaltava a tutti gli effetti. Oggi il calcio è un po’ cambiato, le tv e le leggi pure, si tratta di un ambiente totalmente diverso. Basti pensare che all’età di 12 anni facevo già le trasferte”.
Le trasferte in pullman e la nascita dei primi gruppi organizzati
E la prima, in questo senso, fu baciata dal destino. “Roma, 4 marzo del 1979 con la tripletta di Massimo Palanca. La trasferta è un’emozione unica sempre, vai allo stadio fuori dalla tua città, quelli che sono nel bus sono con te e anche se li conosci solo di vista ti sembravano amici di vecchia data. Ai miei tempi i grandi portavano vino e salumi, per me era quasi una trasferta silenziosa piena di emozione. L’ultima trasferta grossa che ho fatto è stata Salerno, ma di trasferte bellissime ce ne sono state: quella di Ascoli nel 2004 con i Marina Supporters fu memorabile. La promozione in B, la festa in campo…incredibile”.
La nostalgia a riavvolgere il nastro del tempo vissuto ma anche la storia di una simbiosi forte, tra il tifo giallorosso e Catanzaro Lido. “Negli anni Sessanta e Settanta don Mimì Tarzia organizzava le trasferte per seguire i giallorossi e il suo locale era un punto di riferimento per tutti i marinoti e non soltanto per discutere delle vicende della squadra. Personalmente dal 1976 al 1979 andavo allo stadio accompagnato, la cosa si fece seria dal 1980: partivo da Lido con il bus e seguivo il gruppo ultras. Agli inizi degli anni Ottanta, alle superiori, insieme a un gruppo di amici fondammo i Navajo Eagles che insieme ad altri ragazzi del campetto e ai ragazzi del Bronx e al Gruppo Murano fu l’inizio della nostra avventura giallorossa. Parliamo del 1983: il nostro posto allo stadio era in curva insieme agli ultras da sempre in basso a sinistra, dove ancora in tanti si riuniscono. Sempre in quel periodo si unirono a noi i ragazzi del gruppo del rione Fortuna, sempre presenti. Anni bellissimi. Il “Wazzup” era il muretto del lungomare a Casciolino, sotto casa dove tutti i ragazzi della mia età si riunivano, e poi in quel periodo le trasferte di Casarano, Lecce, Cava de’ Tirreni, oltre ai derby. Questi gruppi erano segni di identificazione, la nostra libertà di espressione. Se penso a oggi, le leggi attuali hanno fatto rimpiangere la storia degli ultras: era un altro ragionamento una volta, senza limiti e restrizioni”.
Il Catanzaro Club Massimo Palanca
Il 3 settembre del 1997 non è una data comune a tutte le altre: nasce il Catanzaro Club Massimo Palanca. Ma sarà l’incontro con O’Rey in persona, qualche anno più avanti, a segnare la vita di Michele. “Di Massimo ho due foto sui social, una con lo scooter (la nostra immagine di copertina, ndr) e una al mio matrimonio assieme. Lo conobbi casualmente in un bar, mi trovavo con alcuni amici con cui avevamo aperto il club nel 1997. Massimo stava mangiando, chiesi il permesso di potergli parlare e la moglie, seduta con lui, gli disse che avevo la faccia da bravo tifoso. Lui allora acconsentì. Una volta seduto mi presentai e gli dissi che volevamo riprendere il club in un’altra maniera, con i suoi consigli. Massimo sembrava scettico, fu la moglie – una persona splendida – a darmi fiducia: ci scambiammo il numero di telefono e la settimana dopo la sconfitta nella finale playoff con l’Acireale (era il 2003, ndr) ripartimmo con il club. Ancora oggi sento Massimo almeno una volta a settimana: gli racconto tutto. Tanto che lui esclama spesso “ma rompi sempre!” e io gli dico che ormai abbiamo fatto un patto e non può scappare (sorride, ndr)”. Un rapporto che va oltre il calcio. “E’ un uomo umile, che ha una purezza d’animo incredibile. Mi ha insegnato tanto, non solo a livello calcistico: lui sul club ha sempre chiesto onestà e ci segue sempre. È capace di chiamarti e dirti che scende a Catanzaro il giorno dopo. Mai una parola fuori posto, una persona leale nella vita e nel Catanzaro”.
“Nessuna divisione, siamo una grande famiglia”
Oggi il Catanzaro Club Massimo Palanca rappresenta un punto di riferimento e coordinamento per le altre anime giallorosse. “Siamo una grande famiglia, insieme a noi c’è il club Massimo Palanca di Sellia Marina, quello di Magisano, Bologna e Stalettì. Opere divisionali non ne facciamo, anzi stiamo cercando di coinvolgere altri club come Isola Capo Rizzuto, Serrastretta e Settingiano. Collaboriamo con gli ultras cercando di coinvolgere tutta la tifoseria organizzata. Sono passati 28 anni, ricordo ancora l’inaugurazione sul corso con tanti amici che purtroppo non ci sono più. Sono stati anni non facilissimi tra la crisi, il Covid e l’evoluzione dei social che un po’ di matrice l’hanno fatta venire meno. Ma d’altronde i tempi sono cambiati: ora se diluvia il tifoso pensa che tanto può vedersi la partita da casa e saltarla per una volta dallo stadio, cosa che fino a dieci anni fa si sognava. La nostra sede oggi è molto più piccola dei suoi inizi, di quando arrivò Palanca la prima volta e si bloccò tutta la Marina. Ma il club è un punto di riferimento e resterà tale, se non tutti quasi tutti i tifosi del Catanzaro che vivono a Lido sono passati di qui”.
Ha mai fatto qualche pazzia per il Catanzaro? “Le trasferte sono tutte pazzie, nel senso buono. Perché sai quando parti ma non sai se e quando torni. Roma, Ascoli, Salerno, Fondi…ne ricordo tante, vissute con mio cognato in macchina e due amici di vecchia data. La più terribile, vuoi per il viaggio, fu quella di Fermo ma anche un Ascoli ai tempi del militare. Chiaro che poi i successi amplificano le emozioni, l’ultima di Salerno ho rivisto gente che non vedevo da tanto”.
Il percorso accademico e il rapporto con le partite
Il suo rapporto con le partite? “Per me la gioia più grande è quando facciamo un gol, in qualsiasi categoria. È come se avessi un applausometro e in ogni momento della partita, anche in tv, il battito è accelerato. Durante la gara del Catanzaro mi identifico in quei colori: un anno fa mi sono laureato in Infermieristica e come tesi ho confrontato l’organizzazione lavorativa del mio lavoro e quella calcistica sul modello del Catanzaro. Un successo importante, improntato sulla programmazione e non sull’improvvisazione. Ed è per questo che io sono fiducioso sempre, bisogna stare vicini a questa società perché non tutti possono avere la base forte che abbiamo noi. Confido una cosa: dopo Cisco Roma-Catanzaro non ci volevo più andare allo stadio ma alla fine fui uno di quei trecento presenti al ritorno. Perché quell’amore e la gioia che ti dà il Catanzaro non te le danno le tante situazioni che attraversiamo nella nostra vita. Qualcuno scherza sul fatto che quando sono iniziate le guerre puniche c’ero io con il Catanzaro, sono sempre stato vero e genuino e nei momenti bui non ho mai dato contro. Sono anche fasi della vita, a vent’anni perdevi e non mangiavi mentre adesso, ai miei 58 anni, hai bisogno di mangiare. Tra fallimenti, playoff persi e campionati che pensavi di vincere e invece non li hai più vinti, ora siamo in ottima condizione e per la A è solo questione di tempo”.
“I 30 anni del club? Festeggiarli in un’altra categoria…”
Se dovesse spiegarlo a chi non lo sa o a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per lei il Catanzaro? “Quella parte della giornata che metti davanti a tutte le situazioni, una situazione gioiosa calcisticamente parlando e con riferimento alla nostra tifoseria. Con i nostri club stiamo cercando di avvicinare i bambini, il progetto è di avvicinare le scuole di Lido e far conoscere la passione pura del tifo giallorosso: passare delle giornate intere a scoprire le nostre attività, l’impegno sociale e la visione degli allenamenti della squadra. Vedere la purezza di ciò che vuol dire tifare la propria squadra del cuore”. L’augurio per i 30 anni del club? “Di festeggiarli in un’altra categoria e penso che ci siamo capiti”.











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