Il pino della Curva Ovest e le trasferte in giro per l’Italia nel nome di una fede. Paolo: “Catanzaro il primo amore”

Il pino della Curva Ovest e le trasferte in giro per l’Italia nel nome di una fede. Paolo: “Catanzaro il primo amore”

La storia di Paolo Canino, della gioventù segnata in curva e di un rapporto strettissimo per le Aquile. “Il Catanzaro? Solo chi è un tifoso può capirlo, le emozioni che ti possono pervadere: una sensazione bellissima che non conosce età e sesso”. La prima trasferta in un Avellino-Catanzaro. “Feci il diavolo a quattro per andarci: convinsi mio padre e venne anche lui”.

I ricordi sbiaditi sgualciscono il cielo di un colore purpureo, quasi candido e prezioso, sotto la cui testa posa il cuore con le sue emozioni. Il grande Catanzaro della Serie A, la Curva Ovest avvolta in un unico impetuoso abbraccio e le trasferte in ragione di una fede. Giallo e rossa.

La storia di Paolo Canino

A sinistra Paolo Canino, in un selfie tutto giallorosso

Ripercorre la sua adolescenza Paolo Canino, quando bastava una sciarpa e il vento in poppa a seguire il suo Catanzaro. “La mia prima immagine se penso al Catanzaro è il pino della Curva Ovest – racconta – Ho iniziato ad andare allo stadio con mio padre e mio fratello più grande molto presto, sono del 1964 e penso che il primo anno fu quello della promozione in A del 1971. Lo spareggio contro il Bari a Napoli e la festa che durò forse per un mese, la folla di persone tra Cristallo e il Banco di Napoli. La passione per il Catanzaro me l’ha trasmessa mio fratello Nicola ma poi l’ho fatta mia, è vero che ebbi una sorta di emulazione nei confronti del fratello più grande ed è vero anche che una passione la condividi, ma se poi non c’è una fede allora ti allontani”.

Il curioso aneddoto su Alberto Tomba

Tanti anni in curva e le prime trasferte. “Tantissimo tempo da tifoso l’ho passato in curva ma proprio tanti anni – ricorda – Poi sono passato ai Distinti e in Tribuna Est. Ma devo anche citare il capo ultras Gianni Caruso, un capo carismatico che, anche lui, ha trasmesso in me questa passione che però poi crescendo è diventata mia. Perché il Catanzaro ce l’ho nel sangue e tuttora in casa non mi perdo una partita e vado anche in trasferta appena posso. La prima gara fuori fu un Avellino-Catanzaro terminato 0-0, era la stagione 1975-76 e feci il diavolo a quattro per andarci: convinsi mio padre e venne anche lui”. Di uno di questi viaggi si consuma un aneddoto piuttosto curioso, a testimonianza di un’appartenenza – quella di Paolo e di tutti i tifosi delle Aquile – davvero singolare. Stagione 1987-88, Bologna-Catanzaro 2-2: l’anno di Guerini sulla panchina giallorossa e di un’annata stregata oltre che segnata da vicende arbitrali. “Alberto Tomba aveva appena vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi Invernali e fece il giro di campo. Passò sotto la nostra curva con noi che avevamo esposto lo striscione “Ma quale Tomba, è O’Rey la vera bomba”. Tomba rimase incuriosito e ci applaudì. Era il campionato di Serie B, l’anno di Guerini e di un Catanzaro che ricordo con estremo piacere. Obiettivamente, bisogna dirlo, che quell’anno in A non ci vollero”.

“Da grande sei più razionale ma il legame è forte uguale”

Ci sono altri Catanzaro a cui sei più legato? “A parte quello di Guerini quando salimmo dalla C l’anno prima con mister Claudio Tobia, penso alla Serie A del 1981-82 di Bruno Pace. All’epoca abitavo a Lido ed ero conoscente di Salvadori e Zaninelli. Purtroppo l’anno successivo furono venduti pezzi grossi della rosa e retrocedemmo. Ricordo comunque l’anno della promozione in B con Poggi e Parente ma anche l’ultima promozione di tre anni fa con Vivarini, quella cavalcata fantastica: non puoi non sentirti legato a quella squadra. È chiaro che essendo più grande la si viva con più razionalità ma il legame è forte uguale”.

Rispetto ad anni ruggenti, di un calcio che forse non conserva più i valori di un tempo ma che, non per questo oggi, non smuova più o tradisca le lunghe attese, il pathos, la pura adrenalina prima di un calcio d’inizio. “Il calcio è cambiato tantissimo, prima era meno visibile. I tempi della Serie A, dei miei 17-18 anni vissuti, non è che siano sbiaditi ma semplicemente ci fu un approccio diverso. Catanzaro è una città che ha sempre vissuto di calcio e ha riscoperto forse una tradizione che dopo tantissimi anni di C era affievolita. Vedevamo 90° Minuto e i filmati dopo la partita: ora invece è un altro calcio. Più nostalgico quello di prima, ma ora lo si vive di più e io mi ci diverto ancora: il calcio si è evoluto e a mio parere, come altri sport, si è allineato ai tempi che viviamo. L’unica cosa che, se devo dire, non mi piace molto è questo calcio spezzatino che riguarda soprattutto la Serie A. La B, almeno, tra sabato e domenica fa vedere tutte le partite”.

Gli idoli giallorossi

Il calcio e le sue stelle, rigorosamente giallorosse. A quali sei più affezionato? “Sicuramente per un discorso legato alla Serie A ricordo Alberto Spelta, anche se ero piccolino, successivamente Massimo Palanca e anche altri. Anche se rimase poco con noi mi piaceva Edy Bivi in avanti e pure Antonio Sabato in mezzo al campo. Molti tifosi sono legati a Giorgio Corona che a me non faceva impazzire, ricordo molto volentieri il povero Fabrizio Ferrigno e poi oggi Pietro Iemmello”. L’elenco, però, non è finito. “Ce ne sono di calciatori: personalmente stravedo per Petriccione, per il suo modo di stare in campo e la sua intelligenza tattica. Se avesse più fortuna, vedendo anche il livello che c’è, potrebbe giocare in Serie A. Sono tre anni che fa le nostre fortune. Ma è tutta la struttura centrale che a Catanzaro fa la differenza: prima Fulignati e ora Pigliacelli che sono i migliori, Petriccione con Pontisso e Pompetti…poi ti spieghi il perché facciamo campionati molto buoni”.

Il tuo rapporto con le partite? “Sono scaramantico e irrituale – sorride, ndr – Negli anni, devo dire, che mi sono tranquillizzato ma le mie scaramanzie restano. Non posso raccontare molto, ma dico che quando sono a casa i secondi tempi faccio particolarmente fatica a vedermeli. Sono molto emotivo. All’inizio di quest’anno ero abbastanza preoccupato, ma devo dare adito alla bravura della società che ha sempre sposato questo progetto tecnico e alla lunga ha avuto ragione come giusto che sia. Sarebbe stato facile prendere una decisione dopo le prime dieci giornate e se poi la proprietà dovesse ascoltare gli umori della piazza sarebbe un problema, invece è giustissimo che ciò non sia avvenuto. La stagione ha preso una piega diversa e l’appetito è venuto mangiando”.

La collaborazione con l’Us Catanzaro

Da qualche tempo la prospettiva giallorossa di Paolo ha assunto una duplice traiettoria: quella di tifoso e quella di un professionista al servizio della “sua” società. “Faccio parte dello staff sanitario delle giovanili dell’Us Catanzaro e, in particolare, quest’anno mi sono occupato dell’Under 17. Abbiamo deciso di seguire una formazione tutto l’anno a differenza delle passate stagioni: l’età di questi ragazzi è particolare, tutti pensano al sogno nel cassetto di fare il calciatore. Qualcuno ci crede di più ma l’ambizione, quella, ce l’hanno tutti. I Noto? Sono assolutamente convinto che la proprietà abbia l’idea di riassaporare e farci riassaporare i fasti della Serie A. Spero che non sia soltanto una mia idea: la crescita esponenziale della società è sotto gli occhi di tutti, mi auguro che sia propedeutico alla salita in massima serie. Lo dico da tifoso, da sportivo e soprattutto amante di questa città”.

Se dovessi spiegarlo a chi non lo sa o a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Sembrerà una risposta scontata ma è veramente il primo amore. Solo chi è un tifoso può capirlo, le emozioni che ti possono pervadere: è una sensazione bellissima che non conosce età e sesso”.

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Il Giallorosso nel cuore