Dalla Locride con furore, Francesco: “Il Catanzaro l’ho vissuto dal vivo, rappresenta gli spezzoni di una vita intera”
Intervista a Francesco Curtale, tifoso delle Aquile ma anche addetto ai lavori con il suo incarico di direttore sportivo. Gli aneddoti dell’adolescenza e del treno per Catanzaro, tutte le domeniche, al rapporto di collaborazione con l’Us Catanzaro. “Se un giorno dovessero dirmi che il Catanzaro torna in A e che io non vedrò più una partita, sapendo che sarei felice accetterei tranquillamente”
Sulle rotaie un piccolo stormo d’uccelli veleggia, aprendo la strada all’incedere chiassoso quanto voluminoso del treno. Il ritmo dei vagoni fa il paio con la monotonia assolata della calura estiva, che intinge di madido sudore i sedili. Poggiato sopra, al suo interno, un giovane ragazzo con i suoi amici. Gli occhi posano al di là dal finestrino: la sagoma del treno che costeggia la costa ionica, il profumo d’innocente giovinezza. E una sciarpa giallorossa stretta a sé, fantasticando sulla partita che tra qualche ora si gusterà allo stadio. Poco importa dei chilometri, della distanza e del ritorno: il Catanzaro non conosce ragioni.
La storia di Francesco Curtale

Gli anni apparecchiati non tradiscono i ricordi di Francesco “Cecco” Curtale. Lui che da Roccella Ionica, dalla Locride, il giallorosso ce l’ha nel cuore. “Se penso al Catanzaro la mia prima immagine è legata alla Curva Ovest, dove sono “nato” in un certo senso – dice – La prima volta che andai allo stadio però fu in tribuna con mio padre per Catanzaro-Inter del 1981: avevo dieci anni. Posso dire che la passione è partita naturalmente visto che il Catanzaro è stata la prima squadra della Calabria ad andare in Serie A, mio papà poi aveva giocato a calcio e amava andare a vedere il Catanzaro tanto che si portava pure noi figli. Anche se, già la settimana dopo la partita con l’Inter con il mio fratello maggiore Vincenzo e mio cugino ma anche tanti ragazzi della Locride partivamo in treno per venire in curva. Era l’impegno di ogni domenica, dalla mattina fino a sera e spesso si ritornava a casa non prima delle otto. Scendevamo a Lido e ce la facevamo a piedi fino allo stadio, c’era l’entusiasmo e tutto passava in secondo piano. L’adolescenza l’ho fatta tutta così e in curva ho continuato ad andarci, in me ci sono tanti ricordi e delusioni ma ancora oggi se mi chiedono che squadra tifo, io rispondo “sulu pe’ u Catanzaru””.
“I muri li usavo per disegnare gli UC73”

Un velo di nostalgia ad adombrare gli aneddoti di quel tempo. “Frequentavo le scuole medie e il sabato andavo a scuola con la sciarpa degli ultras – ricorda – Avevo raggiunto una specie di compromesso con i professori perché la portassi sul collo tutte le ore in classe. La notte tra il sabato e la domenica non si dormiva, c’era adrenalina per vedere l’indomani il Catanzaro e poi ricordo che da ragazzino riempivo le buste nere di coriandoli, che realizzavo tutti squadrati e che ricalcavo con i pennarelli giallo e rosso. Sono sempre stata una persona attiva: da ragazzo ho costituito il gruppo ultras del Roccella Calcio. Sempre a Roccella non mi vergogno a dire che ne ho combinate diverse: una volta, a sedici anni, misi alle quattro del mattino la sciarpa e il cappello del Catanzaro al Monumento dei Caduti in piazza e tutto il paese il giorno dopo, scoprendolo, si mise a ridere. I muri, poi, li usavo per disegnare la scritta degli Ultras UC73”.
E il suo impegno l’ha portato a costituire anche il club Locride Giallorossa. “La Locride è piena di tifosi giallorossi. In classe si tifava Catanzaro e ancora oggi molte persone tifano giallorosso: si parla di Catanzaro e provincia ma tanti tifosi del Catanzaro provengono anche da fuori provincia. Il Catanzaro è l’unica città calabrese tifata in tutte e cinque le province della Calabria. Con il club abbiamo fatto tante iniziative, personalmente sono visto come un tifoso particolare perché mi piace organizzare cose. Una volta grazie al rapporto con Massimo Palanca ho fatto mandare un saluto a tutto il club e devo dire che ho visto piangere tanti dei membri: l’amore per il Catanzaro è fortissimo”.
Anche più delle delusioni. “In Serie C2 ho continuato a seguire il Catanzaro. Ad esempio mi ritrovai in un Atletico Leonzio-Catanzaro che con mio fratello e cugino ci impiegammo un qualcosa come 8 ore di macchina. Per vedere, poi, una C2 anonima. Ma ricordo anche il gol di Monelli con la Lazio e di quella A mancata per decisioni extra-campo e i playoff persi con Acireale e Sora”. Che cosa ti spingeva a tornare allo stadio? “Ritornare in curva, incontrare gli amici di una vita e tifare assieme il nostro Catanzaro. Sento ancora tanti amici, venendo da Roccella mi faccio quasi 200km, amici che non vedi tutti i giorni e quindi c’è pure questa spinta. È l’unico modo per passare con loro due ore in compagnia e veder le maglie giallorosse spuntare sul terreno di gioco, le stesse che salivano dalla Curva Est dietro le porte ai tempi della Serie A e ti regalavano una gioia immensa. Dico sempre, anche sui social, che questi colori non sono mai stati ammainati ma sempre orgogliosamente sventolati”.
C’è un Catanzaro tipo a cui sei più affezionato? “Ci sono due formazioni che in generale riesco a ricordare a memoria. Una è chiaramente la nazionale con cui vincemmo il Mondiale nel 1982 e l’altra è quella del Catanzaro del 1981 che mi è rimasta nel cuore. Ma cito volentieri anche il Catanzaro di Tobia e anche, più recentemente, quello di Cosentino presidente in Serie C1 oltre alla formazione di Gigi Fabbri che giocava un bellissimo calcio: ricordo il derby vinto con la Reggina e poi il campionato vinto con Messina e Palermo. Se un giorno dovessero dirmi che il Catanzaro torna in A e che io non vedrò più una partita, sapendo che sarei felice accetterei tranquillamente. L’altra formazione che invece ricordo è ovviamente quella di Vivarini, che ha aperto le ultime tre stagioni che sono state davvero importanti”.
Profeta in patria con il Roccella
Francesco ha avuto modo di vivere il Catanzaro ancora più da “vicino”, viste le diverse amichevoli organizzate in estate con il suo Roccella – di cui è stato direttore sportivo per sette anni -, contro la società giallorossa dei Noto. “Faccio il direttore sportivo da ormai 15 anni, a me il calcio è sempre piaciuto. Ho coltivato le mie esperienze: il primo anno fui fortunato perché dall’Eccellenza insieme all’allenatore e ai giocatori salimmo in Serie D da neopromossi e la cosa più bella fu confermarsi l’anno dopo in un campionato di livello alto con squadre di una potenza economica come Palermo, Messina, Reggina, Siracusa o Cavese e via dicendo. Riuscire con pochi soldi a tenere testa a questi super squadroni e città con il Roccella, portare insomma un paesino di 6mila abitanti alla Fiorita di Palermo a fare risultato così come a Messina o al Granillo, è stato un orgoglio. Anche per noi addetti ai lavori il Catanzaro viene visto come un modello, spesso ho occasione di parlare con Peppe Ursino che è del mio paese il quale mi conferma di quanto i giallorossi siano una realtà affermata. Avendo anche altri contatti, in special modo con procuratori del Nord, si parla molto bene del Catanzaro sia a livello tecnico che infrastrutturale: la crescita è evidente sotto tutti i punti di vista. Il Catanzaro di quest’anno? Era partito con qualche dubbio da parte di tutti, i sei pareggi di fila senza una vittoria con Aquilani al debutto avevano fatto storcere il naso a molti. Invece Aquilani si è dimostrato un allenatore importante, che fa rendere al massimo alcuni giocatori, uno tra tutti Costantino Favasuli che ha fatto un campionato strepitoso merito anche di Aquilani, appunto, che lo conosceva dai tempi della Primavera della Fiorentina. Poi l’esplosione di Cassandro che sta facendo davvero qualcosa di interessante e molti altri ancora…La famiglia Noto va solo ringraziata, la cosa che li contraddistingue è che intelligentemente non fanno il passo più lungo della gamba. Segno di questa famiglia che opera sempre con chiarezza, cercando di valorizzare i giovani e in più si stanno strutturando e questo è importante per il calcio di oggi”.
Il figlio Giuseppe e la promessa di Liberali

Qual è il tuo rapporto con le partite? “Scindere il lato tecnico con quello di tifoso non è facile, vedo sì il Catanzaro da tifoso anche se a fine partita ho modo di parlare con amici di come abbia visto la partita. A volte, mi rendo conto che scendo un po’ troppo nei particolari perché guardo sempre quello che andrebbe migliorato: non è pessimismo, semmai realismo”. Accanto a te c’è un “opinionista” speciale: tuo figlio Giuseppe. “Ha 15 anni ed è anche lui appassionato, coinvolge i compagni di squadra in questa passione per il Catanzaro. Un paio di mesi fa siamo stati a Milano perché voleva vedere San Siro e sfruttando alcune mie conoscenze ho avuto la possibilità di incontrare Alesi e Liberali durante la pausa delle nazionali: due ragazzi d’oro, Alesi ha promesso e regalato la sua maglia autografata a Giuseppe. Liberali invece mi ha promesso che un giorno verrà a trovarmi a Roccella. Sarebbe molto bello”.
Ultima, la domanda di rito. Se dovessi spiegarlo a chi non lo sa o a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Spezzoni di vita. Rappresenta la crescita perché sono cresciuto con il Catanzaro: da quando avevo 9-10 anni tifo Catanzaro e ho potuto viverlo “dal vivo”, a differenza di chi magari tifa ad esempio la Juventus e se la vede in tv. Io invece già da bambino mi vivevo la mia squadra del cuore e sul treno che mi portava a Catanzaro sognavo le gesta dei miei idoli”.








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