Da Soriano Calabro alla Brianza, Enzo: “Catanzaro, sei le lacrime di mio papà Domenico. Il mio orgoglio”

Da Soriano Calabro alla Brianza, Enzo: “Catanzaro, sei le lacrime di mio papà Domenico. Il mio orgoglio”

Il racconto di Enzo Nesci, tifoso delle Aquile originario di Soriano Calabro che vive in Brianza sin da piccolino. La prima volta al “Sada” di Monza per vedere il suo Catanzaro: “Vedere tutta quella gente e sentire il dialetto calabrese dove si andava con tutto questo entusiasmo fu qualcosa di indescrivibile”

La storia di Enzo Nesci

Enzo Nesci

Lo stupore della prima volta, accompagnato da un senso di incredulità e magnificenza. Il Catanzaro dal vivo, la squadra della propria terra, la squadra di papà Domenico e dei suoi amici. Il ricordo di Soriano Calabro, lontana più di mille chilometri corsi lungo lo Stivale, che diventa subito appartenenza. Orgoglio, disegnato sui colori giallorossi.

È una storia dalle radici profonde quella di Enzo Nesci. Bellinzago Lombardo il suo centro di vita e affetti, oggi, Soriano Calabro l’incipit del suo racconto. “Sono del 1957 – dice Enzo – e sono originario di Soriano Calabro. All’età di 9 anni ci siamo trasferiti con la mia famiglia al Nord. Inizialmente mio padre andò in Germania ma poi a causa di un infortunio grave, di cui rimase claudicante, venne convinto da mio nonno che si trovava già in Brianza di venire anche lui qui. Il mio primo flash del Catanzaro è infatti qui al Nord, allo Stadio “Gino Alfonso Sada” di Monza, ero poco più di un bambino. Parliamo degli anni Settanta, mio padre disse: “Jamu che joca u Catanzaru”. Seguivo lui così come i tanti amici del Catanzaro emigrati al Nord: vedere tutta quella gente e sentire il dialetto calabrese dove si andava con tutto questo entusiasmo fu qualcosa di indescrivibile. La persona meridionale, il tifoso del Catanzaro, questi colori giallorossi vivi, furono tutte cose che mi colpirono. Vedevi questo stadio piccolino che poi diventava tutto d’un tratto grande, colorato di entusiasmo, e ricordavi subito la tua terra: allora non c’era rivalità ma solo macchine piene di calabresi. Sembrava di andare a vedere Catanzaro-Monza invece di Monza-Catanzaro, un po’ come è successo quest’anno nella finale di ritorno”.

Papà Domenico: dal gol di Impronta ai caroselli

Papà Domenico, molto più di un tifoso. “Devo a lui la passione per il Catanzaro. Ci teneva, ogni tanto usciva a parlare nei suoi discorsi che era cugino di secondo grado dell’avvocato Nicola Ceravolo. Quando andammo in Serie A dopo lo spareggio di Napoli vidi mio padre piangere per la prima volta. Ero un ragazzo e l’ho vissuto: vedi come tutti i bambini che stai aspettando questo spareggio come non lo so, meglio della Coppia dei Campioni. Era come un sogno per noi, qualcosa di grande e bello. Poi, più grande, ho visto ancora mio padre piangere con la Reggiana: insieme a lui, al gol di Impronta, tutto questo mare di gente – la voce si aggroviglia in un nodo d’emozione, ndr – che piangeva a dirotto. “Avimu e fara vidira a gente chi simu”, continuava a ripetere papà. Allora organizzava le trasferte piene di macchine. Prima della gara del “Mirabello” tutti noi a sventolare le bandiere in città per Reggio Emilia: non avevamo paura di niente. Vedevi queste sciarpe e le bandiere, ti suonavi a vicenda, poi si entrava allo stadio e respiravi questa eccitazione. Sentivi una vibrazione particolare, un’energia che forse puoi paragonare come a quella dei tifosi del Boca Juniors: al gol della vittoria mi è rimasto il ricordo di tutta la gente impazzita, le bandiere e ancora le lacrime di mio padre. Facendo fede di questa appartenenza, di questo entusiasmo, il Catanzaro ho sempre cercato di seguirlo”.

C’è un Catanzaro a cui sei più legato? “Ci sono giocatori che rappresentano la mia infanzia e mi legano al Catanzaro anche come città, il suo nome e il giallorosso. C’era il Catanzaro che aveva Pozzani come portiere, Zuccheri il capellone terzino destro, D’Angiulli il baffone a sinistra, Busatta, Silipo, Benedetto, Gori, Braglia, Spelta, Franzon con Palanca e poi ancora Bivi. Direi questa, ma come fai a dimenticare anche i gol di Mammì e Ciannameo”. Con il Catanzaro furore di un popolo, di una terra sbeffeggiata e saccheggiata da opportunità. Il giallorosso il colore del riscatto. “Era la nostra stella, un qualcosa che anche per noi che eravamo fuori, qui al Nord, rappresentava tanto orgoglio. Finalmente noi piccoli potevamo giocare e competere contro i giganti del calcio italiano, con il cuore. La stessa cosa che ho visto quest’anno contro il Monza e non è solo una questione di tatticismo: questi ragazzi rappresentavano l’orgoglio, l’organizzazione e l’essere calabresi. Basti questo a pensare cosa è riuscito a creare Floriano”.

Un passato da calciatore e il rapporto con le partite dei giallorossi

Un’amicizia personale lega il signor Enzo alla famiglia Noto, la stessa che ha segnato la rinascita dopo anni duri e umilianti. “Ho ricominciato a seguire con entusiasmo il Catanzaro da quando Floriano Noto ha preso la società, ci conosciamo dagli anni Novanta. In Serie C è stato qualcosa di deprimente, in lui (Floriano Noto, ndr) ci ho visto organizzazione e speranza. Il mondo del pallone so come funziona, quando le cose vanno bene tutti salgono sul carro, altrimenti tutti stanno a criticare. A calcio ci ho giocato per diverso tempo, facendo una discreta carriera qui in Brianza. Frequentavo il Bar dell’Arengario a Monza con la stessa compagnia di amici e compagni: Beruatto, Casagrande, Tosetto, Fasoli. Erano nel Monza dell’allenatore Alfredo Magni e di un giovanissimo Ariedo Braida. All’epoca si frequentava anche il Monza allo stadio, spesso avevo i biglietti della tribuna e anche se la mia cittadinanza era d’adozione monzese io specificavo sempre: “Ragazzi, il mio cuore è a Catanzaro””.

Il tuo rapporto con le partite? “Ragiono con la testa. Come per esempio contro il Monza, se guardi i loro giocatori, capivi che parliamo già di gente strutturata. Ma se tu ti porti dietro quello che senti, la squadra che gioca con la curva in un tutt’uno e viene fuori il gruppo, beh allora puoi anche farcela. Ed è quello che stava succedendo. Ho vissuto la finale di ritorno in tribuna, con un entusiasmo micidiale, con le lacrime come mio papà. L’entusiasmo da calabrese mi è rimasto, per noi il Catanzaro è come qualcosa che viene da lontano, di chi ha sofferto nel venire al Nord a cercare fortuna. L’appartenenza sana, le radici. Quando andiamo in Germania, ad esempio, senti l’orgoglio di essere italiano perché l’Italia è l’Italia ed è la tua patria. E la stessa cosa è il Catanzaro per noi. La nostra terra è la nostra terra, il nostro orgoglio”.

“Bisogna partire dalla base e fare gruppo”

I prodromi del nuovo campionato incombono, lasciando tacite le aspettative di un futuro sempre più radioso. “Se c’è Floriano Noto possiamo stare tranquilli. Floriano programma, non si fa prendere dall’entusiasmo anche se lui è un sanguigno puro che cerca magari di tenersi le sue emozioni dentro. Fin quando ci saranno loro, con l’entusiasmo e il fattore di programmazione, possiamo sempre rappresentare bene Catanzaro. La politica bella di quello che può essere la Calabria. I giovani del Catanzaro? Contavo sul loro valore, alcuni però mi hanno sorpreso positivamente. Certo, le partite viste al Nord non sono come la continuità di vederli sempre dal vivo. Quello che si vedeva che avesse qualcosa in più era Cisse, ad esempio. Su Aquilani, invece, dicevo che continuavamo a giocare orizzontalmente e non in profondità e infatti le critiche iniziali sono dipese da questo. Il suo addio? Come facevi a non lasciarlo andare via: un conto è se lasci la B per la B, un altro se ti chiama la Serie A. Bisogna partire dalla base, che sono i ragazzi, alcuni strutturalmente non sono ancora completi ma arriveranno. Chi arriverà dovrà integrarsi nello spogliatoio e a conoscersi oltre in campo anche fuori, trovare l’amicizia che serve anche per cementare il gruppo”.

“Catanzaro, la mia terra”

Se dovessi spiegarlo a chi non lo sa o a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Per me il Catanzaro Calcio, la società, rappresenta la mia terra. Non Catanzaro, non Reggio, la mia terra. Catanzaro è la Calabria, poi essendo originario di Soriano allora provincia di Catanzaro, e non di Vibo…Io ancora ho sul codice fiscale la sigla Cz: rappresenta il contesto di una regione povera, ma che con una giusta programmazione ha la capacità di fare grandi cose. Passo dopo passo, quando vogliamo raggiungere un obiettivo noi calabresi siamo testardi e lo realizziamo. Abbiamo la testa dura. Per me il Catanzaro è l’orgoglio della Calabria, è il mio orgoglio. Io sono calabrese”.

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