Papà Gregorio, la Pro Catanzaro e i tg sulla terrazza. Saverio: “I giallorossi un pezzo di famiglia”
Intervista a Saverio Ciciarello, tifoso delle Aquile molto attivo sui social. Da giovanissimo la carriera da calciatore, prima alla Ternana e poi alla Croton Calcio. Nel mezzo un provino per i giallorossi. “È come se quello che i miei genitori hanno trasmesso in me, lo sentissi oggi per il Catanzaro”.
La storia di Saverio Ciciarello

L’odore del cuoio stirato sui tacchetti, mischiato al senso dolciastro dei trucioli d’erba che spelacchiano il campo in terra battuta. Il viso tronfio di orgoglio e delle aspettative che soccombono agli occhi di papà Gregorio. Le aspettative, quelle che poggiano sullo sfondo cromatico del giallo e rosso e che corrono all’impazzata sulle coordinate del cuore. A scandirle, nel tempo, il tintinnio dei desideri e dei sacrifici di un giovane ragazzo.
Parte da qui la storia di Saverio Ciciarello. Il suo rapporto con il Catanzaro è segnato da una prima immagine quasi ancestrale. “Sono nato a Catanzaro il 22 marzo del 1971 – racconta – e la prima immagine che mi viene in mente è legata a mio padre che purtroppo oggi non c’è più. La prima persona che mi ha portato allo stadio, di cui custodisco bellissimi ricordi. Era la semifinale di Coppa Italia contro l’Inter (semifinale di ritorno terminata 3-2 per i ragazzi di Bruno Pace, ndr). Avevo 10 anni, mio padre mi portò in tribuna: l’immagine forte, che ancora oggi mi colpisce, è aver visto bandiere ovunque, il giallorosso ovunque. C’era molta fermentazione, si sognava. Appena entrai allo stadio, rimasi con gli occhi spalancati: lo stadio stracolmo, l’impatto con la curva dalla tribuna. Un muro vero e proprio. In quei periodi, anche adesso per carità, per noi qui a Catanzaro il calcio era tanta roba, perché senza calcio la città è come se fosse mezza morta. All’epoca ero un ragazzino ma ricordo che in qualsiasi posto si parlava del Catanzaro, per noi si trattava di una rivincita sociale. Il Catanzaro un modello, il simbolo della Calabria, la prima squadra calabrese in Serie A. Da tutta la Calabria venivano a vedersi il Catanzaro, si erano affezionati alla nostra squadra oltre chiaramente a vedere le big della A”.
L’aneddoto su Paolo Di Canio
Papà Gregorio, storia di sacrifici ripagati. “Con papà c’è sempre stato un legame speciale, anche perché i miei genitori si separarono quando io avevo 6 anni. Io sono il secondo della famiglia, la primogenita è mia sorella Stefania, poi c’è mio fratello Arnaldo e quindi mia mamma Liliana. Ma anche se i miei decisero di non stare più assieme, abbiamo avuto la fortuna di avere un padre sempre presente. Faceva l’elettricista all’Enel e nonostante gli orari di lavoro, ogni sera usciva dal cantiere e veniva a salutarci sotto casa. Stava anche solo dieci minuti, anche soltanto per chiederci se avevamo bisogno di qualcosa”. Saverio, quell’invito, lo raccolse presto. “Veniva a prendermi stanco da lavoro e mi portava agli allenamenti perché da piccino giocavo nella Pro Catanzaro. Sono stati tanti anni di sacrifici”, ricambiati a tempo debito. “Allo stadio continuai ad andare, con i miei amici di Pontepiccolo facevo parte del gruppo Tipsy e frequentavamo la curva. Ma a quindici anni mi comprò la Ternana in Serie C, furono sacrifici ripagati – si emoziona, ndr – Giocavo a centrocampo. Ricordo che la prima squadra disputava il campionato di Serie C2 e la società decise di comprare un giovane ragazzo dalla Lazio Primavera per farsi le ossa. Parliamo della stagione 1986-87 e il ragazzo in questione era Paolo Di Canio. Spesso si cenava e si pranzava tutti insieme al ristorante, anche io che facevo parte del settore giovanile. Di Canio era amante dello shopping, ogni tanto mi portava con sé: “Ciecio, te ne vieni con me?”. Non ci siamo mai più risentiti dopo quella esperienza, anche se anni dopo ebbi la possibilità: venne con la Cisco Roma a giocare qui, ma per pudore non mi sono mai fatto avanti. Sono fatto così, preferisco rispettare sempre il personaggio e non fare un passo oltre”.

Il provino con la Berretti del Catanzaro
Da una parte le belle speranze di carriera, dall’altra il Catanzaro. “Dopo poco tempo, ahimè, la Ternana fallì e quindi niente più prospettiva di entrare in prima squadra. Rientrai in città e ebbi l’opportunità di allenarmi con la Berretti del Catanzaro. Allora c’era mister Silipo e il sig. Davoli come dirigente, in campo c’erano giocatori come Tonino Criniti. Un giorno, a fine di un allenamento, Silipo disse in mia presenza a Davoli di farmi firmare il cartellino dopo la doccia, anche perché era stato Davoli a portarmi a questi provini. Tuttavia, finito di fare la doccia non si avvicinò nessuno. È rimasto un mistero del perché non ho firmato con il Catanzaro, anche se poi anni dopo venni a sapere come andarono le cose. Fatto sta che rimasi fermo allora e circa un anno più tardi giocai con la Nova Lido in Prima Categoria, prima di fare un provino con la Croton Calcio. Giocai con la loro Berretti e dopo quattro partite mister Frisenda mi indovinò il ruolo: gli mancava il tornante, un giocatore da tenere largo su tutta la fascia. In poco tempo entrai in orbita prima squadra, svolgendo gli allenamenti settimanali con il gruppo”.

Sembra di nuovo spirare verso qualcosa di buono e interessante il percorso di Saverio, ma la storia dirà altro. “Ero pronto a giocare in trasferta a Torre del Greco con la prima squadra, invece la pubalgia mi costò parecchio. Soffrivo di questo problema, cronico, tanto che non riuscivo a correre bene. Insomma, saltò sia la convocazione che la prosecuzione della stagione. Al mio rientro, la stagione successiva, feci bene con la Berretti e ottenni la lettera per andare in ritiro a San Giovanni in Fiore con la prima squadra. Ma ancora una volta la pubalgia non mi diede tregua e perciò mi diedero in prestito al Sambiase. Parliamo dei primi anni Novanta, lasciai il mondo del calcio dopo poco tempo: a vent’anni, un vero e proprio calvario. Se ho un rammarico? Beh, certo. In quel periodo, mi riferisco a quando andai in prima squadra alla Croton Calcio in C2, avevo una forza mentale mai avuta prima. Avvertivo una fame, una voglia di incidere incredibili. Non avevo paura, mi sentivo pronto per fare il calciatore. Ma nonostante questo e il fatto che giocassi poco, pur segnando e facendo buone prestazioni, non sono riuscito a curarmi bene. L’unico rimorso non per colpa mia è non aver potuto disputare una carriera diversa, l’avrei dedicata a mio padre che è sempre stato il mio tifoso. Il Catanzaro invece sono tornato a seguirlo appena il tempo me lo concedeva, anche in trasferta. Insieme a un gruppetto di amici, con la macchina e i furgoncini da otto posti. Ricordo posti improbabili, una volta a Trani credo, dissi a un mio amico che avremmo vinto e invece perdemmo pure male (sorride, ndr). Anni complicati per il Catanzaro ma non li dimentico”.
“Bisogna dare tempo al mister. Ciro Polito era un dio, ora lo ritengono scarso”
La stagione attuale è solo che cominciata, solo la curiosità smuove i primi commenti. “Il tifoso in generale è sempre istintivo, qui siamo allenatori e direttori sportivi. Ma ci sta, lo siamo un po’ tutti. Il mio pensiero è di dare pazienza, non possiamo ritenere che prima il nostro direttore sportivo fosse un dio e ora secondo i grandi “esperti” non valga più. Per me Ciro Polito è un grandissimo direttore sportivo, sono un suo estimatore da sempre. L’anno scorso abbiamo avuto Liberali, Cisse e Favasuli: oggi giocano in Serie A, qualcosa vorrà pur dire. Ripeto, dobbiamo avere pazienza. Ogni anno purtroppo si cambia allenatore, vuoi o non vuoi per far assimilare ai tanti giocatori i concetti del mister ci vuole tempo. Di Aquilani volevano la testa dopo poche giornate, menomale che abbiamo un presidente lungimirante che non vuole lasciare in giro i soldi: non è scritto che prendendo uno vincente allora vinci. Sono d’accordo con la società da questo punto di vista: meglio avere giovani in rosa. Certi tifosi sono recidivi, insistono negativamente su certe dinamiche che fanno il male della piazza. I veri tifosi sono quelli che macinano i chilometri, non i tanti che invece la partita neanche se la guardano. Dico solo di avere un minimo di rispetto verso questa società che in quattro anni, dalla semifinale di Padova, ha fatto sempre meglio e in crescendo”.
Che rapporto hai con le partite? “Un po’ di scaramanzia c’è, ma lieve. Secondo me le cose, quando devono andare in un modo piuttosto che in un altro, c’è poco da fare. Detto questo sono una persona che grazie al calcio, a pallone ci ho giocato, ho maturato esperienze e merito. Non disdegno il lato tecnico con cui guardo le partite ma sono anche e soprattutto un tifoso. La cosa più bella è che ogni tanto trascino con me Daniela, mia moglie: ci siamo sposati quest’estate, non è molto propensa al mondo social ma quando si parla di Catanzaro vuole collaborare positivamente. Se vede che mi compro le magliette del Catanzaro, lei fa lo stesso. Tornando invece alla rosa di quest’anno, secondo me dopo le difficoltà che supereremo avremo delle belle soddisfazioni: Franky Tchanouna ad esempio mi ha impressionato. A Pisa è subentrato e ha avuto grande personalità, infatti con il suo inserimento siamo passati a tre a centrocampo e la squadra ha giocato meglio”.
Il “TG Terrazza” e la viralità sui social
È stata un’estate calda, sotto tutti i fronti. Dalla scelta del mister ai lavori allo stadio. E qui, forse qualcuno ci avrà fatto caso e l’avrà già riconosciuto, Saverio non si è tirato certo indietro. Sono diventati virali i suoi video social dalla terrazza di casa sua per aggiornare la comunità sullo stato di avanzamento dei lavori al “Ceravolo”. “È nato tutto casualmente, abito in questa palazzina che dà sullo stadio da sempre. Un giorno stavo pranzando, pranzo molto presto solitamente prima di mezzogiorno per poi tornare a lavorare – Saverio svolge infatti la professione di repartista per un noto supermercato in città, ndr – Sentivo dei rumori e ho dato una sbirciata, vado in terrazza e mi si apre un mondo. Reputo fantastici i lavori che sono stati eseguiti finora ma non nascondo che ho avuto mille pensieri, soprattutto per la fine della nostra curva che mi ha creato un magone nello stomaco. La curva dove io andavo da sempre: al pensiero che non ci sarà più mi è venuta tanta nostalgia”.
Video dopo video, sono stati tanti i curiosi che hanno trovato in Saverio un punto di riferimento. “Tanti mi scrivevano sui social, nei commenti o anche nei messaggi in privato, ringraziandomi. Molti soprattutto da fuori città: è come se facessi vedere loro una parte di Catanzaro, come se loro si sentissero vicini a me in quel momento. Mi sono promesso che avrei continuato, cascasse il mondo, a fare questi video aggiornamenti e tuttora lo faccio finendo con un pensiero, ad ogni video, per chi vive fuori. Per me fare video è solo esclusivamente motivo di divertimento e alleggerimento dello stress: mi piace e mi fa stare bene. Vivo in modo leggero e mi fa piacere la tanta gente che mi segue e ringrazia. Devo anche io ringraziare una mia collega perché è da lei che nasce questa cosa dei social. Ho 55 anni e nei social ci sto da pochissimo, sì e no da tre anni. La socialità non mi è mai mancata: sono uno di compagnia e allora, un giorno, alcune mie colleghe hanno deciso così per scherzo di iscrivermi su TikTok. Fatto sta che una mia collega mi ha scaricato l’app sul cellulare che da poco avevo comprato e ha scoperto che in realtà ero già presente su questo social. Pubblico per il gusto di pubblicare ogni giorno: dallo stadio al Roks Bar dove ogni mattina con Giuseppe, il proprietario, diamo il buongiorno a tutti i miei seguaci”.
“Il Catanzaro un pezzo della mia famiglia”
Se dovessi spiegarlo a chi non lo sa, se dovessi spiegarlo a chi non lo conosce che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Faccio una premessa. Io sono una persona che ama la famiglia, in modo incondizionato, credo nel rispetto, un valore che mi hanno insegnato i miei genitori. E per me il Catanzaro è famiglia, nel bene e nel male bisogna rispettarla. Sottolineo, anche nei momenti di difficoltà: è una cosa che sento mia, come se fosse un pezzo della mia famiglia. Anche se sbaglia, a volte, cerco di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. Quando sento parlare male ne risento, a volte inveisco, ma cerco sempre di essere mediatore e non negativo. Il Catanzaro è parte integrante della città, la città e la squadra sono una cosa solo ed è insieme a loro che sono cresciuto da bambino ad adolescente e poi ragazzo, oggi uomo e un giorno quando sarò vecchio. È come se quello che i miei genitori hanno trasmesso in me, lo sentissi oggi per il Catanzaro”. Lasciando forse traccia di quel ragazzino che vestito di giallorosso sognava ad occhi aperti.









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