Per tutte quelle volte che, per tutte quelle volte che Tu. Catanzaro, goditi la notte più bella
Una bandiera sgualcita, appesa con improbabile orgoglio a un termosifone della sala da pranzo, per tenerla sempre bene in vista. Nonostante mamma non volesse, grazie alla complicità di papà.
Il mio primo ricordo del Catanzaro è questo qui. Erano gli anni sciagurati della Serie B, di quella che presto sarebbe stata l’ennesima illusione della nostra generazione. Il ritorno nel calcio che contava, madido di sofferenza dopo playoff maledetti – di Re Giorgio, Ferrigno e i nostri beniamini che ci strappavano un sorriso carico di felicità – ma funestato da tanto fragore per nulla. Due anni e poi di nuovo lo sprofondo della C.
Vivendo fuori il Catanzaro lo cibavo dai giornali, dalla mitica quanto disgraziata pagina del televideo: la 218 che tanti di noi hanno ahimè imparato ad amarla e odiarla (di quando lampeggiava il risultato, con il nodo in gola). Il Corriere dello Sport aperto a metà dei menabò, alla ricerca di anche solo una parola spiccicata sulle Aquile. Purtroppo, spesso, rilegata a un angolo della pagina, magari di spalla, magari in fondo. Ma bastava leggere quel nome per sentire gonfio il petto. Quando l’esodo estivo lo garantiva, andavo invece allo stadio. La gara di Coppa Italia contro il Livorno, la mia prima volta, e poi anni meno ruggenti con le gare d’agosto di Coppa Italia insieme alla Vigor Lamezia. Vissuti nello spicchio della Capraro, con i Distinti chiusi perché inagibili quasi da sembrare un’entità misteriosa e con l’eco che dalla Curva riecheggiava sul rettangolo verde di gioco. Anni duri, vissuti nel dimenticatoio, di chi c’era e di chi si è allontanato. Di chi deluso non si capacitava di così tanta oscenità.
Delle gare giocate nei campi di terra battuta, delle trasferte improponibili e di informazioni che si faceva fatica a reperire. O di quelle che, dolorose, ci sembravano inspiegabili. La prima lucente per me fu storia: il 4-0 subito con la Cisco Roma, quel Catanzaro di Auteri inerme a far tramontare sogni di gloria. Ne sono passati di soggetti a Catanzaro, di nomi che forse solo i meme dei social restituiscono oggi giustizia ma tant’è.
Poi, un lampo a squarciare il cielo nero con l’avvento della famiglia Cosentino. Perché, è vero, ci si ricorda della salvezza fratricida con la Vibonese e del giorno dopo ma a quella Serie C difesa con i pugni e i denti ci si arrivò dopo un campionato di C2 vinto. Come non dimenticare il grido di Vittorio Giummo a scolpire il successo di Perugia, come non ricordare il frastuono dello stadio al gol di D’Anna nella sfida con la Vigor Lamezia dell’allora mister Costantino (oggi nella nostra Primavera). Vennero gli anni della C1, del girone B che ci riapriva all’Italia con le trasferte della Toscana e i tifosi del Nord che finalmente potevano riavvicinarsi al nostro amato Catanzaro.
Sembra passato un secolo, quanta strada è stata fatta. In questi giorni lo starà pensando anche il presidente Noto. Di quanta strada da quel “Io e te” di Vasco Rossi, claim della stagione d’esordio, delle scelte tecniche sbagliate e dei ritorni di fiamma spenti senza infamia e senza lode. Delle sfide playoff tradite, dei furti arbitrali e delle squadre fatte resuscitare dall’anonimato.
Perché racconto tutto questo? Perché se oggi la mia generazione che la Serie A non l’ha potuta vivere – ma solo guardarla dalla patina sgualcita dei registratori e di vecchi filmati su Youtube – beh, lo dobbiamo anche a quegli anni. Il passato non si dimentica, anzi fortifica. Galleggia di una luce fioca fioca, che potrebbe impensierire nubi di ritorno, ma che invece accompagna. Con umiltà e riconoscenza, verso la bellezza dell’ignoto.
Dalle lacrime di Padova di Pietro, di tutti i tifosi quanti, era questione di tempo. Come un flash, riaffiorano i brividi che attraversano la pelle all’immagine delle 10mila persone in quel di Salerno. Solo lacrime di gioia, solo il momento di alzare le mani al cielo e smettere di ingoiare bocconi amari.
Per arrivare a oggi. Degli applausi, della maturità di tutte le componenti – gli applausi dopo il 5-0 con il Parma o l’afflato giallorosso sul tracollo fisico di Cremona nella semifinale playoff di due anni fa -, e dei templi del calcio tornati a calcare. Del Marassi, della vittoria con la Samp il 1° ottobre 2023 che stacca la rinascita forse definitiva. Del derby stravinto con gli amici/rivali di Cosenza.
Dell’orgoglio che supera le distanze e abbatte i pregiudizi. Quando a scuola dicevo di tifare il Catanzaro, avvertivo quasi un fastidio. Non si trattava di scherno o vergogna, non mi capacitavo del perché non fossi in grado di dover affermare la mia preferenza per la squadra della mia città d’origine senza necessariamente giustificare questa appartenenza. Perché tifare Milan, Inter e Juventus è facile. Prova a spiegarlo che sei del Catanzaro. Oggi, per fortuna, è più semplice. E riscalda il cuore ricevere gli attestati di stima, perché il Catanzaro finalmente è tornato. Tanto da spazzare via l’ironia e gli sfottò di quando qualcuno ci invitava a lavarci i piedi. Era solo questione di tempo, così galantuomo a riporre la geometria degli assi al centro di una città e dei suoi Tre colli.
Un vecchio adagio risuona nella mente. “La storia si ripete”. Chissà cosa succederà domani sera, chissà cosa faremo venerdì sera dopo le 22. Forse niente, forse ci asciugheremo le lacrime accarezzando l’ennesima delusione sportiva. O forse le asciugheremo le lacrime, sì di gioia, toccando il cielo con un dito.
Sono 43 anni che il Catanzaro non gioca in Serie A. Tanti, troppi, un’eternità. La fotografia dolce di una distanza temporale così significativa me la consegna mio nonno. “Prima di morire, chissà se il Catanzaro tornerà in A”, mi ripeteva fino a non poco tempo fa. E me lo ricordo nonno, che ancora oggi seduto su uno scalino del pianerottolo di casa la radio se la accende e si interessa dei giallorossi, emozionandosi. Come se quella partita del Magico la volesse giocare pure lui.
Grazie Catanzaro. Grazie società, grazie Aquilani e staff. Grazie ragazzi. Succederà quello che succederà ma a prescindere, al triplice fischio, arriverà solo il momento di applaudire. Per la prima volta la mia generazione vivrà l’emozione di potersi giocare la Serie A, quella vera e non di una carriera spiattellata sui display di un videogioco. Già solo questo basta.
Per tutte quelle volte che mi hai fatto soffrire. Per tutte quelle volte che mi hai fatto arrabbiare, promettendoti di non rivederci più e invece di punto in bianco tornavo da te. Per tutte quelle volte che Tu. Catanzaro, goditi la notte più bella. Era da un bel un po’ che non sognavi ad occhi aperti.



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