In giro per l’Italia con il mantra del Catanzaro, Carmelo: “Ci sono nato in giallorosso, tifare le grosse squadre è troppo facile”

In giro per l’Italia con il mantra del Catanzaro, Carmelo: “Ci sono nato in giallorosso, tifare le grosse squadre è troppo facile”

Arbitro internazionale di basket, Carmelo Lo Guzzo è prima di tutto un gran tifoso giallorosso. “Che bello vedere oggi i bambini indossare la maglietta del Catanzaro, una volta vedevi solo quella della Juventus”

Il parquet e il rettangolo verde di gioco. Dimensioni di natura diversa, su cui scivola come una scheggia impazzita una palla. Quella a spicchi impregnata dal sudore delle mani dei mitici dieci in campo, 5 contro 5, in una lotta all’ultimo canestro. E poi quella di cuoio, una volta recuperata da vecchi stracci: due tocchi e l’allegria stampata in volto.

Il calcio e il basket, due mondi apparentemente diversi ma accomunati dalla passione. Da ciò che può diventare magia con una giocata da campione, nel battito di pochi secondi, in uno scenario di adrenalina pura.

È quella che ha dato senso alla vita di Carmelo Lo Guzzo, uno dei più apprezzati direttori di gara del movimento cestistico nostrano e gran tifoso del Catanzaro. Classe 1971, in un anno dolcissimo per tutta Catanzaro. La prima volta in A, la prima di una serie incancellabile. “I miei primi ricordi in giallorossi sono sicuramente quelli legati alla promozione in Serie A, non la prima perché avevo pochi mesi, ma indubbiamente la seconda – ricorda – Andavo allo stadio con i miei genitori, la primissima immagine di cui ho memoria è un Catanzaro-Juventus a cavalluccio su mio padre, eravamo in tribuna circondati da una marea di gente. Ero piccolino e siccome non avrei visto la partita, papà mi portò in cima alla tribuna. È questo settore dello stadio dove ho vissuto i primi anni da tifoso e abbonato fino all’età di 16 anni, poi me ne sono andato in curva per diverso tempo”.

Prima di trasferirsi a Pisa per motivi di studio. La città della Torre su cui Carmelo ha posato le sue ambizioni, crescendo come ragazzo e uomo. “Sono salito qui nel lontano 1989, a diciott’anni e lavoro oggi nel mondo delle assicurazioni. Conosco un sacco di gente, a Pisa si vive il calcio come a Catanzaro. Proprio il calcio e soprattutto il mondo dei gemellaggi divide le due realtà. “Spesso quando parlo con alcuni tifosi pisani mi dicono che loro non avrebbero voluto essere contro di noi, diciamo che non ci perdonano il fatto di essere gemellati con la Fiorentina. Ma lo sfottò resta nell’ambito della goliardia, soprattutto con alcuni miei amici. Pisa-Catanzaro l’ho sempre vista dalla curva ospite, tranne una volta che decisi di andarmene in tribuna. Non lo farò mai più, ho sofferto troppo (sorride, ndr)”.

Anche a stare troppo lontano dal Catanzaro, Carmelo non ci sa stare. “I giallorossi li seguo sempre. Quando vado fuori in trasferta mi metto sempre nel settore ospiti, mentre a Catanzaro vado in tribuna: soprattutto adesso dove con i recenti lavori, la rimozione delle vetrate, la visuale è pazzesca. Mi è capitato di scendere nell’anno della promozione in B per il derby contro il Crotone, poi con il Monterosi Tuscia nel turno infrasettimanale e poi l’anno scorso per i playoff contro il Brescia. Quest’anno invece sono stato a Catanzaro per vedermi la sfida contro il Pisa, la cosa simpatica è che ci sono venuto in macchina con alcuni amici pisani. È stato bello”.

La passione per il giallorosso trasmessa da papà Piero, storico presidente del Settore giovanile e scolastico della Figc Calabria. “Se tifo Catanzaro, così come mia sorella, lo dobbiamo a lui e a mia mamma. Anche se il tifo per il Catanzaro l’ho enfatizzato da me, perché mio padre era un uomo pacato. Stando fuori, vivendo lontano dalla mia città, ho sentito il legame ancora più forte. Vivo con ansia e adrenalina le partite sia aallo stadio che da casa o in giro per l’Italia quando sono impegnato con le gare di basket. Insomma, le vivo in maniera viscerale. Sono anche un tipo scaramantico, indosso spesso cose giallorosse e poi sul balcone di casa mia, a Pisa, ho la bandiera del Catanzaro”.

Per chi frequenta i campi di basket, o semplicemente chi si trova a guardare dallo schermo le grandi sfide della Serie A, il nome di Lo Guzzo è sinonimo di intransigenza e rispetto. Finali scudetto, big match e sfide dirette anche in giro per l’Europa. Una carriera scolpita nei numeri e nel carisma. È più facile fare l’arbitro o essere tifoso? “Se devo scegliere dico che sono per la mia squadra. Quando capitano decisioni arbitrali dubbie, che magari a volte danneggiano il Catanzaro, la parte del tifoso irascibile cerco di domarla, tenerla a bada. Anche quando vedo le partite di mio figlio Giulio in tribuna cerco di dare l’esempio perché so che dall’altra parte c’è un fischietto e un collega, magari anche giovane e alle prime armi, che ha bisogno di fare la gavetta. Mio figlio ha vent’anni e gioca a calcio, i suoi inizi sono stati nelle categorie provinciali di Pisa mentre l’anno scorso ha avuto una piccola svolta perché è entrato a far parte della Primavera della Lucchese. Quest’anno invece ha fatto esperienza tra la Serie D e l’Eccellenza. Il suo ruolo è il centravanti”. Magari un giorno del Catanzaro? “Eh, magari. Quello sarebbe davvero un sogno. Giulio tifa Inter, io ho comunque cercato di portarlo allo stadio a vedere il Pisa perché è giusto che uno tifi la squadra della propria città, a prescindere dal blasone. Ma anche lui segue il Catanzaro, qualche volta è venuto con me in trasferta”.

C’è un Catanzaro a cui sei più legato? “Quello della stagione 1981-82, la formazione la ricordo quasi a memoria: Zaninelli, Sabadini, Ranieri, Boscolo, Santarini, Celestini, Mauro, Sabato, Borghi, Impronta, Bivi. Allenatore Bruno Pace. Ma ricordo anche il Catanzaro di Gigi Fabbri che ci ha fatto godere, era un Catanzaro bello da vedere. I giocatori? Palanca su tutti ma anche Corona, poi di questi anni sicuramente Iemmello che non si discute e Jari Vandeputte”. Pazzie per il Catanzaro? “Quando scendo lo faccio appositamente per vedere le partite. Due estati fa quando tornammo in B mi trovavo a Montepaone dove vive ancora mia mamma, la prima giornata era allo “Zini” di Cremona e senza pensarci due volte sono risalito su verso il Nord per assistere alla partita, lasciando la mia famiglia giù. Mia moglie è di Pisa, lo sa che la mia è una malattia. Ormai mi asseconda, una volta l’ho portata “di forza” a un Pontedera-Catanzaro. Io vado ovunque: l’anno con Calabro allenatore feci un giro clamoroso. Partii da Pisa per andare ad Avellino, passando per Latina e facendo il giro da Pescara. Lavorando nel weekend come arbitro è difficile incastrare gli impegni ma quando posso parto sempre per andare a vedere dal vivo il Catanzaro. L’anno della promozione decisi di andare ad assistere alla partita dell’Adriatico di Pescara, dopo che ero partito la sera prima per andare a Trieste per una partita di basket facendo pernottamento a Venezia. Faccio giri immensi ma per il Catanzaro questo e altro”.

L’ultima Serie A un dolce ricordo, ma anche un desiderio recondito da poter accendere la fantasia. “Del Catanzaro in A ci penso spesso, forse sono ottimista ma sono altrettanto convinto che con questa proprietà a breve torneremo ad assaporate questo piacere. Abbiamo una proprietà solidissima, che vedo molto più appassionata di quanto lo era all’inizio di questa avventura. E secondo me grande merito va dato alla figura di Diego Foresti, che ha svolto un lavoro eccezionale, riuscendo a trasferire la passione del tifo a una famiglia di imprenditori. Anche l’ambiente ne ha beneficiato: una volta vedevi i bambini con la maglietta della Juventus e invece adesso è bellissimo vederli indossare i vessilli giallorossi. Questi risultati stanno aiutando a far rinascere amore e a dare un ricambio generazionale di tifosi, altrimenti sarebbe solo rimasto il ricordo di noi tifosi che andiamo su con l’età, di chi ha visto Palanca e lo racconta a chi l’ha sentito solo nominare”.

Se dovessi spiegarlo, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Tutto. Faccio l’arbitro e siccome nell’ambiente conoscono della mia passione per il Catanzaro, dirigenti e allenatori mi chiedono spesso della squadra o quando giochiamo in contemporanea mi danno il risultato in live del Catanzaro. Quando non perdiamo loro scherzano, dicono “menomale” credendo che sia più permissivo a dirigere l’incontro. Per me Catanzaro calcistica è tutto, mi sposta gli umori in maniera importante. Dico da sempre che tifare per le grosse squadre è troppo facile, per me la gioia e la delusione di queste realtà di provincia come la nostra sono ancora maggiori e più enfatizzate. Pisa vive in maniera viscerale come Catanzaro e al di là della rivalità, mi rivedo molto nel loro senso di appartenenza e modo di vivere il calcio visto che questa città mi ha adottato. È troppo più bello quanto tifi squadre come queste, squadre “vere”. Io sono stato fortunato perché quando ero piccolino ho vissuto il Catanzaro in A e non ho dovuto scegliermi un’altra squadra, me la sono portata dietro con me. La passione è stata sempre un crescendo, stando fuori si è trasformata addirittura in una follia”. Una romantica follia.

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