Cosentino di cognome e un pupazzo che ormai conoscono tutti, Giampiero: “Grazie al Catanzaro mi sento un’altra persona”

Cosentino di cognome e un pupazzo che ormai conoscono tutti, Giampiero: “Grazie al Catanzaro mi sento un’altra persona”

La storia di Giampiero Cosentino, storico tifoso del Catanzaro che sulle sue origini ci scherza su: “Ho 68 anni, sono nato a Cosenza e mi chiamo Cosentino: come è possibile che tifi Catanzaro?”. Il suo viaggio in giallorosso inizia da un distributore di benzina…

L’odore del bucato a mano appena steso, il ragù di mamma e le antiche tradizioni in un flash, con la musica beat e rock a comporre la colonna sonora degli anni Sessanta, di una società che usciva lentamente da anni di lacrime e sangue.

Giampiero è un bambino grazioso, vivace e che profuma di genuinità. I suoi occhi curiosi si posano sul distributore di benzina della località Pistoia, quartiere a sud della città. Dopo la scuola, Giampiero trascorre lì tutti i pomeriggi aiutando suo cognato, il fidanzato di sua sorella più grande. Come ricompensa c’è la possibilità di andare al Vecchio Militare per assistere alle partite del Catanzaro. Qualcosa di completamente nuovo per il giovanissimo Giampiero. Non sa ancora che presto la sua storia si sarebbe fusa a tinta unita con quella del Magico Catanzaro.

La storia di Giampiero Cosentino è scolpita nella definizione più verace dell’essere tifoso. Sessantotto anni all’anagrafe, di cui sessanta vissuti in balia delle emozioni della propria squadra del cuore. Il Catanzaro sopra tutto e tutti. “Ho 68 anni, sono nato a Cosenza e mi chiamo Cosentino: come è possibile che tifi Catanzaro? – suggerisce scherzosamente il signor Giampiero – Il motivo è presto detto. Mio padre per lavoro capitò per un breve periodo a Cosenza, coincidenza quando mia madre era in dolce attesa. Dopo la mia nascita, papà fu chiamato per andare a lavorare a Catanzaro e oggi posso dire “menomale” che ho vissuto qui. Gli sfottò? Quando tutto lo stadio canta “chi non salta è cosentino” mi fanno saltare i tifosi e gli amici che mi conoscono. Ci ridiamo su, non me la prendo affatto. Anzi, per me vale doppio”.

La sua prima immagine del Catanzaro qual è? “La primissima è legata alla Serie B con fior fior di giocatori come Seghedoni, Marini, Bartoletti, Sardei e allenatore Ballacci: era la metà degli anni ’60, a cavallo della finale di Coppa Italia. Non ricordo la prima gara vista al Ceravolo ma quella che conservo nitidamente nella memoria è un Catanzaro-Cagliari di Serie A terminato 2-2, parliamo già della stagione 1971-72. Perdevamo 2-1 quando fu assegnato un calcio di rigore a nostro favore, lo trasformò Spelta in una giornata dove grandinava. Beh, sotto l’ombrello e inzuppati d’acqua posso dire che “ni scialamma”. La passione per il Catanzaro è stata di famiglia, in particolare devo tutto a mio cognato. All’epoca aveva un’attività e mi chiese di aiutarlo così da portarmi poi allo stadio: avevo 8 anni e iniziai così a lavorare, per andare allo stadio”. Altri tempi qualcuno direbbe. “Crescendo, verso i 14-15 anni, me ne sono andato in curva da solo. Certo, non era la curva che abbiamo adesso. Non c’era il tifo organizzato, c’erano tamburi e bandiere. Chi portava la tromba della batteria della macchina e chi le bandiere realizzate con la stoffa al negozio, oppure le nostre mamme che ci cucivano scritte e vessilli sulle lenzuola bianche”.

Una passione travolgente, di quelle che non puoi farne a meno. E così Giampiero comincia a seguire il Catanzaro anche in trasferta. “La prima trasferta fu quella della promozione in Serie A, a Napoli, per lo spareggio Catanzaro-Bari. Il ritorno fu una festa, la prima vera e propria festa di quei tempi. Eravamo impazziti dalla gioia, perché la A pareva un miraggio. L’anno che facemmo la massima serie, il sabato non ci andavamo a scuola e così spesso andavamo allo Stillo Hotel a Catanzaro Lido, dove le squadre ospiti facevano la rifinitura. Vedere dal vivo le grandi del Nord era qualcosa che non ci sembrava vero. Ricordo che la Juventus stava a Soverato, che tempi…Tornando invece alle trasferte, posso dire di averne fatte molte. La più indimenticabile? Quella di Cosenza, vittoria per 3-1 con la doppietta di Palanca davanti a 20mila tifosi cosentini. Di nostri tifosi non ce n’erano e ricordo che mi nascosi in mezzo ai cosentini. Avevo con me una copia del Corriere dello Sport e ricordo che ad ogni nostro gol mi coprivo per non dare a vedere. Era tosta, quel giornale me lo sarei mangiato. Delle più recenti invece penso a Pescara-Catanzaro 0-3 dove uscimmo dall’Adriatico tra gli applausi, poi anche il successo al “Tardini” di Parma. Devo dire che ho iniziato ad andare in trasferta in modo costante quando siamo rinati grazie al presidente Giuseppe Cosentino, che ci ha preso dalle cime de capelli. Da quel campionato vinto di C2 mi è scattata la molla e così non ho mai lasciato da solo il Catanzaro”.

Viaggi in giro per l’Italia con accanto a sé il suo portafortuna. Alzi la mano chi quella simpatica pallottola tinta di giallo e rossa l’abbia già vista prima da qualche parte. Allo stadio “Ceravolo”, distinta nella Curva Ovest a sventolare tra striscioni e bandiere, ma soprattutto fuori casa. La mascotte con il suo claim: il Catanzaro ovunque. “La mascotte a dire il vero c’era già prima di me. Ci fu un mio amico, Raffaele Fossella, che me ne regalò una portandomela al negozio (il signor Cosentino è titolare di un’attività commerciale, ndr). Mi disse di farci quello che volevo, potevo usarla come gadget per i clienti oppure venderla. La gonfiai e una domenica me la portai allo stadio. La notarono tutti, dicendomi quanto fosse carina. Fatto sta che quella volta il Catanzaro vinse e da allora non me ne sono più separato. La cosa bella e simpatica è che in trasferta tantissimi tifosi avversari si avvicinano, mi fermano perché vogliono fare la foto”. Una sorta di seconda giovinezza per il signor Giampiero, adombrata dal fascino delle star. “Questi apprezzamenti non me li aspettavo, sono sincero. Io sono un tipo tranquillo e anzi quando qualche microfono si avvicina a fine partita, d’uscita dallo stadio, io vado nel panico perché rispondo con emozione. Mia moglie è invece una persona riservata e scappa subito, mi chiede sempre che cosa devo fare con questo pupazzo ma io quando, c’è di mezzo il Catanzaro, non mi devo vergognare di niente”. A proposito, ce l’ha un nome la mascotte? “Un vero e proprio nome no, però tanti ci hanno messo il mio nome. Diciamo pure che si chiama Giampierino”.

C’è un’immagine che appartiene alla storia recente del Catanzaro e che lega anche la mascotte di Giampiero. Allo stadio Massimino di Catania va in scena la sfida tra rossazzurri e giallorossi, un incontro da sempre delicato vista la rivalità calcistica fra le due tifoserie. È la stagione 2022-23, quella che preparerà l’assalto – l’anno dopo – alla serie B. Il pubblico non è delle grandi occasioni, complice l’impegno infrasettimanale, e dal settore ospiti si erge un pupazzo giallorosso che le telecamere di Eleven Sports riprendono. È la mascotte di Giampiero: la partita finirà 2-1 per il Catanzaro di Vivarini. “Mi hanno tartassato di fischi ma io più mi fischiavano, più mi gasavo. Ricordo che mi scortarono dall’uscita dell’autostrada, eravamo pochissimi al seguito ma c’erano un qualcosa come sei macchine della polizia: sembrava che fosse arrivato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (sorride, ndr). Dopo la fine della partita feci ritorno a Catanzaro, sul traghetto trovai la squadra e diversi, tra cui Tommaso Biasci che aveva segnato proprio a Catania il primo gol in giallorosso, mi chiesero di questo pupazzo. In questi anni ho pensato spesso di mettergli un mio sponsor o di fargli una specie di brevetto per poi venderli in serie: ne avrebbero parlato in tutta Europa!”.

Il suo rapporto con le partite? “Per me andare allo stadio è meglio perché tifi, canti, balli e ti passa l’ansia mentre in televisione per me è un rischio. Per il resto sono sempre teso, vivo con partecipazione la partita. Forse anche troppa. Ricordo infatti un Catanzaro-Potenza di qualche anno fa, perdevamo in casa 1-0 e mi feci male scivolando su una gradinata. Chiamarono l’ambulanza mentre la partita era in corso. Mi portarono fuori dallo stadio per approntarmi le cure necessarie ma sentii un boato: era il gol del pareggio, di Pietro Cianci. Dalla gioia feci un sussulto di esultanza tanto che il dottore si meravigliò, gli dissi che il dolore mi era passato. Il Catanzaro ha anche questi benefici”.

C’è un Catanzaro a cui è più legato? “La formazione a cui sono più affezionato è quella del 1981-82, quando arrivammo settimi in A. È stato il miglior campionato e demmo spettacolo. Sui calciatori, invece, dico ovviamente Palanca ma se vado a ritroso penso ad Angelo Mammì che ci ha dato grandi soddisfazioni ai tempi di quando ero più giovane, con il gol promozione per la serie A e il gol contro la Juventus. Questi due gol mi sono rimasti impressi, soprattutto contro la Juve a sei minuti dalla fine sotto la pioggia battente. Per me abbiamo pure battuto il Milan, l’Inter o come adesso il Parma e il Modena, giusto per fare qualche esempio, ma nulla ha più valore di quelle vittorie così genuine, casarecce”.

Se dovesse spiegarlo, che cosa rappresenta per lei il Catanzaro? “Mi rivedo molto in uno degli ultimi cori che la curva ha realizzato: “Amore mio non essere gelosa se amo il Catanzaro più di te”. Io in testa su tutti metto il Catanzaro, poi viene la famiglia e il lavoro. Quando vinciamo i miei clienti se ne accorgono, quando invece ho l’ansia delle partite importanti mi capita di dormire poco la sera della vigilia. Ma ringrazio Dio se ho questo hobby. Grazie al tifo riesco a dimenticare i problemi che vivo tutti i giorni da commerciante. Mi sento un’altra persona. E dico di più: se ne avessi avuto la possibilità, l’avrei comprato io il Catanzaro”.

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Il Giallorosso nel cuore