Vent’anni in giallorosso dai Pulcini alla Primavera, Salvatore: “Il Catanzaro è la mia seconda pelle”

Vent’anni in giallorosso dai Pulcini alla Primavera, Salvatore: “Il Catanzaro è la mia seconda pelle”

Salvatore Merante ha vissuto tutti gli anni delle giovanili: “Fu mio padre a portarmi ai provini: un giovedì al Ceravolo marcai Massimo Palanca in allenamento. Oggi è tornato l’entusiasmo degli anni più belli”

Il giallo come la patina delle vecchie foto in bianco e nero, dei ricordi di famiglia e dei cimeli da conservare con cura. E il rosso che ribolle di passione, il corollario della vita e del sentimento dell’amore.

Il giallo e il rosso, i colori che rappresentano plasticamente la fede per il Catanzaro. L’identità di un popolo intero, della squadra di calcio della città e della sua gente. Il giallo e il rosso, i colori di una seconda pelle intessuta di un affetto ancestrale per chi il Catanzaro l’ha vissuto da una prospettiva speciale.

Quando Salvatore Merante si ritrova a raccontare del suo rapporto con il Catanzaro pare di ascoltare chi da quella maglietta indossata tra le fila delle giovanili non si è del tutto staccato. Perché vent’anni in giallorosso, a difesa della tua storia, mica se ne vanno via così facilmente. La storia di un’opportunità e di un legame indissolubile.

“I primi ricordi in giallorosso sono di quando ho iniziato a frequentare lo stadio Comunale con mio padre Raffaele, intorno ai 6-7 anni – racconta il signor Salvatore, oggi 68enne, nato e cresciuto a Catanzaro dove vive da sempre – Erano gli anni tra il 1965 e il 1970, del Catanzaro di Maccacaro, Vitali e Bui. Anni che ci hanno proiettato alla Serie A: la prima promozione del 1971 non andai a Napoli, ma ricordo la grande festa tra le vie del corso. Abitavo a Vicolo III Raffaelli, vicino al Palazzo della Provincia, e uscii a piedi ritrovandomi in un mare di persone. La passione per il Catanzaro la devo a mio padre che ho perso quando aveva 70 anni, era un super tifoso ed era sempre lui a portarmi in tribuna, sotto la rete”.

Fu proprio papà Raffaelle un giorno a portarlo ai provini del Catanzaro. “All’epoca c’era Umberto Sacco come allenatore e mi prese subito. Ho militato tanti anni in giallorosso, dai Pulcini fino alla Primavera. Con me hanno giocato alcuni ragazzi che poi hanno fatto il loro esordio in prima squadra, per esempio Maurizio Rais ma anche Camerino, Riga, Masciari e Parente, negli anni in cui emergeva Massimo Mauro e anche il fratello Gregorio. I miei allenatori sono stati Umberto Sacco, Sasà Leotta e Stefano Rais, papà d Maurizio: tutti allenatori che hanno fatto la storia del Catanzaro. Il mio ruolo? Terzino tutta fascia, all’occorrenza anche stopper. Conservo tuttora una foto di me nella Berretti allenata da Sasà Leotta, stagione 1971-1972. In maglia rigorosamente blu da trasferta, accosciati da sinistra a destra Sorrentino, Rocca, Riga, io, Magro, Miroddi mentre in piedi sempre da sinistra a destra Arno, Brescia, Mancini, Caracciolo, Zurlo e al suo fianco mister Leotta. A livello giovanile non avevamo le strutture che ci sono adesso grazie anche a questa società: ci allenavamo dietro lo stadio, dove una volta non c’era l’erba ma la terra battuta. Spesso dietro la tribuna centrale, lì dove ora ci sono i parcheggi c’era un campetto oppure, qualche volta, a Catanzaro Sala”.

Ecco la formazione Berretti stagione 1971-72: Salvatore Merante quarto da sinistra accosciato

Ma ci fu una volta anche al Ceravolo. Il racconto di un pomeriggio indimenticabile. “Un giovedì in allenamento, ai tempi della Primavera, mi ritrovai a marcare Massimo Palanca. Ebbene sì, ebbi l’onore di doverlo marcare. Ricordo che prima dell’allenamento congiunto il magazziniere del Catanzaro, “Mastro Alfredo”, mi diede un paio di scarpette e mi disse “Con queste vai fortissimo!”. Per il resto ricordo Gianni Di Marzio che non mi lasciava tregua: mi urlava di stare sotto a Palanca, di marcarlo forte, anzi di “picchiarlo”. Con la Primavera sono stati anni bellissimi, girammo per tutto il Sud affrontando le squadre del Napoli e del Taranto ma anche il Cosenza al San Vito, in un anno con il terreno di gioco addirittura pieno di neve”.

Salvatore Merante, secondo da destra, in una trasferta con il suo gruppo di amici

Con l’università e la carriera intrapresa in banca, il pallone ha smesso di rotolare. Il tifo, quello, mai. “Il Catanzaro ce l’ho dentro e non ho mai smesso di seguirlo. Mi arrabbio a volte perché vorrei vederlo sempre più in alto, spero un giorno in Serie A. È il mio più grande desiderio, prima che questa terra non mi voglia più. Sono convinto che con la società attuale, sentendo anche il presidente in alcune interviste, abbia intenzione di puntare al salto di categoria prima o poi. Io penso che ci sono le condizioni per poter tornare in A, lo merita una tifoseria intera che l’anno scorso è stata premiata per il comportamento e non solo per i numeri da capogiro in trasferta. Anche io mi sposto per seguire i giallorossi: ricordo soprattutto la vittoria di Parma con il Catanzaro di Vivarini, il giorno di Pasquetta. Quella curva piena, una cosa veramente bellissima, o anche la vittoria di Palermo per 2-1 con le reti di Biasci e Iemmello. Ero anche a Padova contro il Lecco. Quando posso salgo al Nord perché ho mia figlia Valeria che vive e lavora a Bologna. Insieme a lei mi sono iscritto al Catanzaro Club di Bologna: nel mio animo mi sento un ultras perché quando ero ragazzo andavo anche in curva e suonavo il tamburo. Erano i tempi in cui frequentavo la curva grazie a un grande tifoso dei giallorossi che purtroppo non c’è più, Pietro Rubino, pazzo per Palanca. A Salerno invece, il giorno della promozione in B, ho provato un’emozione indescrivibile: ero abbracciato al mio amico Stefano Musolino, con cui ci siamo messi a piangere, dopo tanti anni di C1 e C2 sofferti. In quei campi dove abbiamo giocato, è stata come una liberazione”.

Salvatore Merante a Salerno

Il rapporto con le partite? “Ora le vivo tranquillo, prima non molto. Ricordo anni fa che in occasione del rigore sbagliato da Palanca contro la Triestina mi trovavo nei Distinti, mio zio raccontò di aver visto il mio volto diventare bianco, credo che fosse stata una sensazione provata da tutti. Il Catanzaro a cui sono invece più legato è quello di Gigi Fabbri in B ma anche con Bruno Pace, annate bellissime in cui abbiamo avuto un gioco spumeggiante: c’era da divertirsi, al pari di quello che abbiamo vissuto con Vincenzo Vivarini. Come calciatori ricordo con affetto Palanca, Bivi e anche Braglia perché mi piaceva la sua grinta che ha conservato da allenatore; penso a Stefano Scognamillo che ha messo il cuore e ha fatto vedere quanto ci ha tenuto ai nostri colori. Dispiace se ne sia andato ma alla fine, dopotutto, capisco la sua scelta. In chiusura voglio dedicare un pensiero a Pompetti, un abbraccio e un forte in bocca al lupo per il suo recupero”.

Con Pietro Iemmello

Che idea si è fatto sul Catanzaro di oggi? “Sono d’accordo e condivido le linee che sta seguendo la società che punta un po’ sui giovani, su una politica che ci sta, anche per il fatto delle plusvalenze. Questo anche perché gli introiti non sono tantissimi e anche i sold-out non ce ne sono stati tanti l’anno scorso. Si punta su delle scommesse ma credo che solo così si possa creare un certo tipo di continuità: la Serie B non è un campionato semplice. Puntando sui giovani, affiancandoli a giocatori che abbiamo già in rosa e che di anno in anno aumentano in termini di esperienza, è una politica in cui mi ritrovo. A questo bisogna aggiungere organizzazione, solidità e cultura imprenditoriale: doti che il gruppo Noto ha messo anche nel calcio e di questo possiamo solo che stare tranquilli. Penso che il presidente abbia tanta voglia di andare in A, la società sa che quello che fa e bisogna solo lasciarli lavorare”. Anche perché, per fortuna, gli anni più difficili sono alle spalle. “È facile avvicinarsi al Catanzaro quando le cose vanno bene e viceversa allontanarsi quando vanno male. Non dovrebbe accadere, da noi invece si è verificato questo, anche per delle cattive gestioni e non sempre oculate. Adesso c’è un rispetto nei confronti di questa piazza e un attaccamento che definirei totale. Tante donne stanno seguendo il Catanzaro e questo è bellissimo: anche mia moglie Mariateresa, che prima non ne voleva sapere niente, ora si interessa di moduli e della fase di possesso palla. Suo padre Armando, peraltro, ha anche giocato nel Catanzaro negli anni Cinquanta, mi dicono che giocasse veramente bene. Tornando al Catanzaro di oggi, è ritornato quell’attaccamento e quella voglia, il tifo che senti dentro e quella passione che si respirava negli anni più belli”. 

Salvatore e sua moglie Mariateresa con mister Vivarini

Se dovesse spiegarlo, che cosa rappresenta per lei il Catanzaro? “Per me è l’orgoglio di vivere in questa città. L’orgoglio dei tanti tifosi emigrati al Nord che possono andare a tifare questa squadra e magari emozionarsi, ritrovare familiari e amici portando in alto i colori della nostra città. In tutta Italia, la cosa più bella che c’è. In trasferta, prima di una partita, incontri magari tanti colleghi o amici che se ne sono andati da Catanzaro e li rivedi là: un’occasione che non ti sarebbe potuta capitare in altre circostanze. Attraverso il calcio e il nostro Catanzaro hai l’opportunità di vivere queste emozioni. Infine il Catanzaro è la mia seconda pelle, anche per averlo vissuto negli anni della mia adolescenza”.

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