La Mole Antonelliana di giallorosso vestita, Alberto: “L’amore per il Catanzaro è ancestrale”

La Mole Antonelliana di giallorosso vestita, Alberto: “L’amore per il Catanzaro è ancestrale”

La storia di Alberto Capano e del club “Carlo La Forza” di Torino, nato per celebrare l’amico Carlo. “Il suo desiderio fu di legarsi al Catanzaro e a lui ci ispiriamo per fare della nostra passione un momento di aggregazione”

Gli anni dell’università vissuti ai piedi della Mole Antonelliana, incastonati tra lo stupore di una meta ricca di nuove opportunità e la nostalgia della sua Catanzaro. Lo stato d’animo diffuso di tanti cuori nidificati su e giù per l’Italia ma con il giallorosso sul petto, inviso alla prosopopea delle grandi squadre del Nord.

La storia di Alberto Capano e di una famiglia allargata

La squadra della propria città da difendere ovunque, come baluardo della propria identità. Il senso di un’appartenenza e una partecipazione più profonde, di ritrovarsi in una famiglia allargata: festante, ricca e gioiosa. Alberto Capano interpreta così, a suo modo e senza pretese, l’amore per i colori giallorossi. “Ho 53 anni e sono di Catanzaro, anche se poi negli anni dell’università sono venuto a Torino e come spesso accade mi sono fermato qua, mettendo su famiglia. Ho due bambini, Erica la femminuccia e Davide il maschietto che ora ha 10 anni ed è un super tifoso del Catanzaro. Davide mi segue sempre quando vado in trasferta, non l’ho mai pressato a tifare Catanzaro: è stato lui vedendo questa mia passione a immedesimarsi, nonostante qui a Torino sia in una classe piena di juventini e tifosi granata”.

Qual è la tua prima immagine in giallorosso? “Una partita con mio padre, avrò avuto forse tra i sei e i sette anni. Ricordo un Catanzaro-Juventus in Tribuna Ovest anche se è un ricordo molto vago. Diciamo che se vado indietro nel tempo, ho seguito tantissimo gli anni di Gigi Fabbri: facevo le scuole medie e mio zio mi portava sempre allo stadio. Fu proprio mio zio a trasmettermi l’amore per questa squadra, lui che è sempre stato molto passionale. Fino agli anni del liceo andavo ai Distinti, poi ho iniziato come buona parte della mia generazione a spostarmi e sono andato in curva”.

L’approdo a Torino: “Soffrivo di invidia”

Fino alla partenza per Torino. “I primi anni è stato molto complicato seguire il Catanzaro – prosegue Alberto nel suo racconto – Sono salito nel 1991, quando fummo condannati a rimanere eternamente tra la C2 e la C1. Tramite i primi siti e alcune pagine riuscivo a tenermi aggiornato, anche grazie alle prime dirette web e per non parlare della pagina 218 con il televideo dove si guardavano i risultati. Niente di diverso da quello che hanno vissuto intere generazioni in quel periodo. Personalmente, vivevo e soffrivo di un’invidia, di una gelosia pazzesca nel vedere i miei colleghi universitari di Lecce, di Palermo o di Catania, che allora navigavano tutte tra la B e qualche stagione di A, che partivano nei weekend dalla stazione di Porta Nuova a Torino per San Siro o il Marassi di Genova: tutti felici perché le loro squadre avrebbero giocato nei campi della serie A con le grandi squadre. Era molto bello, sebbene questo mi facesse stare male pensando al mio Catanzaro”.

Le prime amicizie a rappresentare il desiderio di condividere la stessa sete di ardore. “A Torino non fu difficile trovare amici. Conobbi Davide Pane (nostro collaboratore de Il Giallorosso, ndr) e con lui tanti calabresi che frequentavano l’università e più in generale la città. Di catanzaresi eravamo pochi ma era facile comunque ritrovarsi. Per me che ero il classico studente fuorisede fu qualcosa di molto importante. Facendo gruppo tra amici del Catanzaro già negli anni Duemila, cominciammo a organizzare qualche trasferta: appena infatti il Catanzaro iniziò a giocare nel Centro Italia si partiva in auto oppure in treno. Ci siamo fatti le trasferte più “vicine”, come Lanciano in Abruzzo in C1 oppure anche in C2 con la trasferta di Frosinone, contro il Lodigiani, l’Astrea: insomma, da Roma in su. Poi con la cavalcata trionfale in B del 2004-2005 grazie a quel duo magico Corona-Braglia e quella mitica squadra, tutto divenne più semplice”.

Alberto Capano insieme a suo figlio Davide nella trasferta di Gorgonzola

In trasferta sono (per il momento) 97 volte in giallorosso

La trasferta, una cosa seria. Tanto che Alberto tiene con sé il numero dei viaggi fatti in tutti questi anni per l’Uesse. Anche di quelle fatte nei campi più sperduti, di terra battuta e fango perché il passato non si cancella. “Al momento, da quando sono a Torino, sono arrivato a quota 97. Ci sono tanti ricordi: una che mi è piaciuta tanto fu il pareggio contro la Lodigiani per 2-2, fu bello pur nella sua drammaticità sportiva in quanto il Catanzaro viveva gli anni più difficili tra il fallimento e la possibilità di rilanciarsi. Eravamo nel settore ospiti un qualcosa come 500 tifosi da tutta Italia, un segnale per non lasciare sola la squadra. Un’altra trasferta, tra le più belle, è la prima di mio figlio Davide allo stadio di Gorgonzola contro l’Albinoleffe in Coppa Italia: non solo vincemmo, ma in quel caso i calciatori lanciarono le magliette a fine gara, io riuscii a prendere quella di Bombagi. Vidi sugli occhi di mio figlio la felicità di quel momento. Ma ricordo anche la C2 a Giugliano, Isola Liri e Sorrento: anche lì si partiva nel weekend con gli amici. Erano i campi della Serie C ma noi eravamo là. Per me il romanticismo è questo: oggi andare nei grandi stadi è bello ma è anche facile, partire invece e andare in questi stadi che ho citato, con tutto il rispetto, per tifare il Catanzaro ha un valore incredibile. Dobbiamo essere contenti di questi tre anni che stiamo vivendo: dopo la sconfitta di Padova, di quel maledetto playoff, ero lì all’Euganeo distrutto. Se mi avessero detto che da quella sconfitta ai prossimi tre anni avremmo vissuto quello che è successo, non ci avrei creduto”.

Dalla C2 alla B: è cambiato qualcosa da allora? “Molto poco. La gioia di ritrovarsi sia nella vittoria che nella sconfitta è sempre la stessa. Degli amici sparsi da Roma, Bologna o Catanzaro. Che se sei fortunato hai la possibilità di farti un weekend insieme, allora come oggi. Quando penso a questo, dico che il Catanzaro mi toglie i pensieri dalla testa: qualsiasi difficoltà che puoi avere, tua o dei tuoi familiari o del lavoro, quel momento, quella mezza giornata ti estranea. È quasi come se tu avessi bisogno di straniarti dagli altri problemi, a questo si aggiunge il piacere di condividere la passione con gli amici di sempre. Il Catanzaro a cui sono più legato? Quello di Braglia, c’erano signor giocatori. Ho avuto la fortuna di conoscere gente come Mauro Briano che mi è sempre piaciuto per la grinta e l’attaccamento, così come se penso a questi anni dico Nicolò Brighenti”.

Una delegazione del Catanzaro Club “Carlo La Forza”

La nascita del club “Carlo La Forza”

L’amicizia e il senso dello stare assieme hanno trovato un paio di anni fa un nuovo modo di raccontare la passione per il giallorosso, grazie a un’iniziativa dalla spiccata nobiltà d’animo. Si tratta del Catanzaro Club “Carlo La Forza”, un’associazione nata a Torino nel giugno del 2023 e di cui Alberto è il presidente. “Carlo era un nostro amico, uno del gruppo che partiva da Torino insieme a me, Aurelio, Stelvio, Paolo, Roberto, Eugenio e Vincenzo. Carlo è mancato molto giovane e prima di morire aveva chiesto di fare l’abbonamento al Catanzaro. Viveva una passione molto forte per i colori giallorossi. Abbiamo deciso quindi di aprire questo club in sua memoria, per ricordare lui e la sua passione per il Catanzaro, nel giorno del suo compleanno e per il decimo anniversario della sua scomparsa. Oggi l’associazione vanta un centinaio di soci da tutta Italia, non solo di Torino perché a differenza degli altri club il nostro non ha una sede tradizionale, bensì è animata da uno scopo benefico: ogni anno devolviamo le nostre quote ad enti diversi. Il senso è fare qualcosa di diverso per il Catanzaro, come aggregazione, per ricordare un amico”.

Se dovessi spiegare a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Io lo spiegherei ma tanto so già che non capirebbero. Potrei dire che il Catanzaro è un’occasione per un’intera città e regione, avere un’appartenenza a cui legarsi. Il Catanzaro non è solo qualcosa di territoriale, sì è legato alla città di Catanzaro ma non solo, rappresenta l’occasione di ritrovarsi attorno a una passione. In questo caso, non tutti lo possono capire. È ancestrale, ci devi stare dentro: come per i senesi con il loro Palio o per i cittadini di Ivrea con la loro Battaglia delle Arance. Sono cose che devi viverle per capirle fino in fondo”.

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