Nato e cresciuto all’ombra del Ceravolo, Andrea: “Il Catanzaro lo seguo da quando ero in pancia di mamma”
La passione per la musica e il calcio, oltre che per il mestiere di giornalismo sportivo che da grande vorrebbe imparare. Andrea è nato e cresciuto nel quartiere stadio. La mamma Maristella: “Il Catanzaro è il Catanzaro anche per chi non è tifoso, è la nostra storia”
Nato e cresciuto all’ombra del Ceravolo, con la brezza del vento ad accompagnare le sue passioni e i sogni in giallo e rosso. Sul terreno di gioco undici gladiatori, i beniamini che adora più di ogni altra cosa. Perché il Catanzaro è la squadra del cuore: un vagito primordiale, l’inseparabile compagno di giochi.
Andrea Mardente e la sua famiglia di tifosi giallorossi
Andrea Mardente ha 13 anni ed è un tifosissimo delle Aquile. “Sono nato e cresciuto in via Fratelli Plutino, in pieno quartiere Stadio – dice Andrea – Il Catanzaro lo seguo da sempre, addirittura da quando ero in pancia di mamma, in una partita dei playoff del maggio 2012 per andare in Serie B. Ma se devo pensare a una partita che mi ha emozionato più di tutte dico la trasferta di Salerno di tre anni fa: è stata veramente spettacolare, così come il derby vinto contro il Crotone per 2-0 con le reti di Iemmello e Curcio”.

Il privilegio di una generazione che sta vivendo una pagina memorabile dell’Uesse, non più incastonata nelle sabbie mobili, e di una discendenza – quella del giovane Andrea – da una famiglia di grandi sportivi. “La nostra è una famiglia di tifosi sfegatati per il Catanzaro – spiega la mamma Maristella Ierullo –, a partire già dai nonni. Mio padre Mimì era un grande tifoso del Catanzaro conosciuto anche in città per la professione di ginecologo; incontrò una donna, mia mamma Abigaille, che fece da trait d’union della famiglia. Ricordo che da giovanissima insieme a mio fratello “Tato” che ora vive a Madrid ma è un ultras e non si perde una partita, papà ci portava allo stadio in giro per l’Italia pur di vedere il Catanzaro”.
“Le partite? Sono molto scaramantico, le vivo dal giorno prima”
Andrea ha una vita piena di interessi con il Catanzaro a rappresentare la porta principale del suo cuore. “Per me rappresenta tutto, è un momento di unione e valore. Il Catanzaro a cui sono più affezionato è quello del primo anno di Serie B, con Vivarini e il suo gioco che dalla tribuna, dove sono abbonato, mi ha entusiasmato. Ovviamente, il mio calciatore preferito è Pietro Iemmello ma anche Tommaso Cassandro, mi piaceva il suo atteggiamento in campo e poi è sempre stato un esempio anche fuori dal campo visto che oltre a giocare ha proseguito gli studi. Altre passioni? Gioco a futsal nel Gs Catanzaro Club dove indosso la fascia da capitano e da quest’anno farò anche calcio a 11. Come capitano forse ho il difetto di parlare tanto in campo, come se fossi un secondo mister, e in questo mi rivedo in Iemmello ma a parte lui mi reputo un tipo alla Brighenti, tosto e sicuro. Ho la passione anche per la musica, suono la tromba, ma da grande mi piacerebbe fare il giornalista sportivo. Ho iniziato un anno fa a scrivere su un canale Whatsapp le notizie del calciomercato e insieme a un gruppo di amici ho una pagina Instagram che si chiama zonacalcio_cz dove raccontiamo non solo del Catanzaro ma anche delle altre squadre, italiane ed europee”.

Il tuo rapporto con le partite? “Sono molto scaramantico. Ho una felpa con su scritto “Pitta, Palanca e Picatura” che indosso praticamente sempre, insieme a un paio di jeans. Nei mesi più caldi invece ho una maglia azzurra oppure una maglietta con un coro sul Catanzaro inciso dietro, quello che fa “Amore mio non essere gelosa se amo il Catanzaro più di te”. Penso alle partite già dal giorno prima, ho sempre l’ansia, a volte anche la paura come ad esempio nei derby, che se li perdi i tifosi avversari ti prendono in giro a vita”.
Maristella, da Catanzaro a Roma con il giallorosso
E mamma Maristella di derby ne ha visti tanti, sul crinale della Città dei Tre Colli e della Capitale. “I primi ricordi in giallorosso riguardano il Catanzaro in Serie A, essendo nata nel 1973. I primi tempi eravamo abbonati alla Tribuna centrale, ogni domenica si pranzava tutti assieme in famiglia e poi ci si recava allo stadio, chi in un settore chi nell’altro. L’attesa era gioiosa, molto di quartiere, con le vetrine dei negozi che in occasione della partita del Catanzaro venivano imbellite di giallorosso. Era un’altra epoca, ma anche oggi lo stadio in città rappresenta un volano per tutta la comunità. È il cuore pulsante, non credo che sia giusto che per un piccolo disagio si debba mettere in discussione di far giocare il Catanzaro in città. Sono stata abbonata per anni alla Roma e ho vissuto diverse trasferte come il Tardini di Parma o anche il Sinigallia di Como, esempi di stadi inseriti in un contesto urbano. Capisco i ragionamenti della proprietà, di imprenditori che hanno visioni diverse dalla nostra, ma se l’Amministrazione riuscisse a implementare le strutture e i servizi perché non lasciare il Catanzaro in città?”. Si diceva della Capitale. “A Roma ho vissuto gli anni dell’università e vuoi per una questione di similitudini cromatiche con il giallorosso del Catanzaro, ho amato la grande Roma di Pruzzo e Falcao. Già quando ero più piccola, partivamo da Catanzaro per andare a vedere le partite della Roma, le grandi partite della Serie A dell’epoca. Conservo vari aneddoti: una volta a Parma con i miei colleghi e amici conobbi i genitori di Fabio Cannavaro a pranzo, ma anche i derby di Milano uno spettacolo incredibile. Potrei parlare anche di Totti, Del Piero, dei campioni che ho visto giocare dal vivo ma se penso a un fenomeno dico George Weah, un puma. Una volta in un Roma-Milan prese la palla a centrocampo e si involò verso la porta avversaria segnando un gol strepitoso. La Serie A di oggi non mi piace, è solo business e poi credo che bisognerebbe tornare a prima della sentenza Bosman con il limite di schierare fino a tre giocatori extra-comunitari”.
Tornando invece al Catanzaro, c’è un frangente storico a cui sei più legata? “Rispondo come Andrea e quindi dico che il Catanzaro della prima Serie B di due anni fa è stato qualcosa di magico. Sono stata anche una delle poche a cui è piaciuto l’anno scorso Fabio Caserta, che ho avuto modo di conoscere a Giovino visto che ci andiamo spesso. Certo, ricordo anche i tempi di Giorgio Corona o Tonino Soda anche se ero più piccola. Ma il Catanzaro, come famiglia, non ce lo siamo mai dimenticati: siamo quelli che andarono a Gela, allo stadio “Ciro Vigorito” di Benevento, a Tricase e nei campetti di periferia dove eravamo un po’ la cenerentola. Il mio stato d’animo durante le partite è di una giusta tensione, ho le palpitazioni ma la si vive con pathos, accettando tutto quello che arriva dal campo”.

Da quest’anno Andrea frequenta il primo anno del Liceo Scientifico. Un anno di novità, come parallelamente per il Catanzaro sul fronte tecnico con Aquilani in panchina. “Il gioco di Aquilani non lo ricordo e forse per questo può rappresentare un’incognita – racconta Andrea – Tuttavia, penso sempre in positivo. Spero si possa fare sempre meglio dell’anno prima, quindi se dal sesto posto arrivassimo un po’ più su sarei contento. Una squadra capace di lottare e magari vincere i playoff, che comunque tra qualche anno vada in A. Sono sicuro che con questa società ci riusciremo, ha fatto grandi investimenti acquistando anche giovani interessanti quest’estate come Frosinini o Alesi dal Milan Futuro”.
“Il nostro è un rapporto simbiotico”. E sulla nascita di Andrea…
Spesso si racconta del calcio come di uno sport trasmesso di padre in figlio. Di una tradizione popolare e culturale, spesso insita nel costume di una società patriarcale. Ma l’eccezione di Andrea e Maristella sposta il racconto su un sentimento più profondo. “Il nostro è un rapporto simbiotico – spiega Maristella -, improntato sul dialogo, dove Andrea è sempre coinvolto. Non posso non citare anche suo papà Salvuccio, milanista oltre che tifoso del Catanzaro: il nome di Andrea è stato dato perché ci siamo riuniti intorno alla passione per il calcio, insieme anche al nonno paterno, milanista e fan di Andrij Ševčenko”. Andrea nacque la sera del 12 giugno 2012: una data comune alle altre per la maggior parte delle persone. Ma non a casa Mardente. “Quella sera c’era la partita inaugurale dell’Europeo tra Ucraina e Svezia. In quella partita Sheva fece doppietta facendo vincere la sua nazionale e a me si ruppero le acque tra il primo e il secondo tempo. Non avevamo ancora deciso il nome, arrivando in ospedale dissi a Salvo che l’avrei fatto contento, scegliendo il nome del suo idolo rossonero”.

Ma il filo conduttore resta il Catanzaro. “Con mamma è veramente un bel rapporto, parliamo e non discutiamo quasi mai. Ci ascoltiamo a vicenda e pensiamo tanto al Catanzaro, praticamente ne parliamo tutti i giorni. Per me il Catanzaro è questo, un legame ecco. Con le persone, che ci accomuna e ci porta emozioni uniche, come la promozione in B che per me e chi della mia età non ha visto giocare il Catanzaro a questi livelli è qualcosa di stupendo”.
E per te Maristella, che cosa rappresenta il Catanzaro? “Il Catanzaro è Catanzaro. La città, con i suoi cittadini. La nonna di famiglia o la casalinga che ha il figlio o il marito che va allo stadio. Il Catanzaro è il Catanzaro anche per chi non è tifoso, rappresenta la nostra storia. Un punto importante. Dobbiamo riconoscere i meriti a chi sta portando avanti tutto questo: anche la proprietà ha capito lo spirito di questo sentire comune. Non seguo più la Roma da quando il Catanzaro ha compiuto la cavalcata in B, anche perché nel calcio di oggi ci sono sempre meno famiglie di imprenditori che tengono alle loro squadre. Su questo, il Catanzaro è legato alle persone e non ai fondi, di cui tanto si parla. A dei rapporti umani che non si devono perdere: è il nostro plusvalore”. Come, dopotutto, fa una famiglia.



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