La curva, papà Giorgio e una bandiera speciale. Marco: “Il Catanzaro una malattia che non conosce cura”
La storia di Marco Tallarico e della “sua” Curva Ovest: “Mi ha insegnato comportamenti e spirito di fratellanza”. Le trasferte e la prima gara in giallorosso con papà Giorgio, passando per l’amicizia speciale con Sounas
I ritagli di giornale scritti e abbozzati dalla penna di papà Giorgio, un faro sotto cui guidare ideali e sussulti giallorossi. Gli stessi che ha poi vissuto dalla curva, con lo spirito di un ragazzino. Che ancora oggi a distanza di qualche anno, con i capelli brizzolati e la tempra quasi canuta, alberga nel suo animo.
Il racconto di Marco Tallarico

Marco Tallarico e il Catanzaro, la storia di un rapporto che ha origini profonde. “Ho 53 anni e sono nato in casa, vicino ai giardini di San Leonardo – racconta Marco – Il primo ricordo mio in giallorosso è sicuramente legato a mio padre che mi ha trasmesso questa passione, anzi direi questa malattia. Si chiamava Giorgio ed era un giornalista, scriveva per la Gazzetta del Sud ed era anche un opinionista. Una delle prime immagini è quindi di lui, del suo attaccamento alla squadra. La prima partita che vidi allo stadio fu invece Catanzaro-Como nel novembre del 1980 in Serie A. La ricordo bene perché avevo otto anni e ci andai da solo con gli amici del mio palazzo: vincemmo 2-0 grazie alla punizione di Palanca che passò sotto le gambe di Vecchi e la rete di Boscolo. Conservo ancora oggi la foto di Palanca e qualche anno fa, per i suoi 60 anni festeggiati a Catanzaro Lido, ebbi la possibilità di incontrarlo e conoscerlo: gli ricordai quella partita e lui sorrise”.

“In curva amicizie storiche legate al Catanzaro”

Erano altri tempi. “Avevo 8 anni, la stessa che oggi ha mio figlio, e se penso che sia andato da solo allo stadio mi viene male a pensarci – sorride, ndr – Ma ti portavano e ci infilavano ovunque i più grandi. La mia prima partita la vedi nel settore della Tribuna Ovest, poi crescendo sono passato alla Est e infine ho iniziato a frequentare la curva. D’estate dormivo dai miei nonni paterni che abitavano nel palazzo con Roberto Talarico come vicino di casa, storico ultras degli anni Ottanta del Catanzaro. Anche se la prima partita in curva, un Catanzaro-Roma, ci andai con mio zio, a introdurmi in curva è stato Roberto, dove c’erano anche altri ragazzi tra cui Francesco Grande e Massimo Capraro. Io ero più piccolo di loro. Da lì mi sono abbonato e ho iniziato a frequentare questo settore dove hai la possibilità di incontrare persone che frequenti da tanti anni, che magari non vedi in settimana oppure amicizie storiche che si sono cementate, mantenute e legate al Catanzaro”.
Come è cambiato, se è cambiato, il tuo modo di vivere la curva? “Lo spirito è sempre lo stesso. Certo, non è paragonabile a prima in quanto avevo più tempo, ero un ragazzo che si dedicava anima e cuore al mondo del Catanzaro ma l’attaccamento alla squadra e al giallorosso è quello di sempre. L’amore di una squadra è alto. Il Catanzaro l’ho sempre seguito, tranne rarissime pause che a volte erano collettive perché c’erano momenti in cui si contestava, ma in linea di principio sono sempre stato costante. È difficile staccarsi, anche quando si perdeva o quando a novembre non c’era più l’ambizione di una stagione o di un risultato. Come spesso dico, una parte dell’educazione e dei valori che ho, oltre che dai miei genitori, li ho acquisiti in curva perché ci sono, checché se ne dica, comportamenti e uno spirito di fratellanza che hanno influito sul mio carattere e modo di essere”.
La promozione con Vivarini e l’amico Sounas

C’è un Catanzaro a cui sei più legato? “Il Catanzaro di Bruno Pace, qualcosa di spettacolare. La stagione 1981-82, l’anno in cui arrivammo settimi in campionato, la semifinale di Coppa Italia…Poi non posso dimenticare la promozione del Catanzaro di Vivarini dalla C alla B, l’annata della promozione che per me è stata molto più bella rispetto a quella degli anni di Corona. Gli ultimi tre anni stiamo vivendo un sogno: finalmente, dopo tanti anni. Se poi ci mettiamo anche il fatto di aver avuto la fortuna di intraprendere un’amicizia con Dīmītrios Sounas non fa altro che aumentare l’affetto”.
Sì perché, avete presente qualche anno fa, quando dalla Curva Capraro a veleggiare c’era anche una bandiera della Grecia? A sventolarla era proprio Marco. “È nato tutto per caso. Dopo la campagna acquisti fatta a gennaio del 2022, giocammo a Taranto e vincemmo 1-0 con il gol di Fazio. Vidi giocare Sounas, che già conoscevo comunque per i suoi trascorsi al Monopoli, un grandissimo primo tempo. Dissi tra me e me “Mamma mia, che giocatore”.Mi prese il desiderio di comprare una bandiera della Grecia (su una nota piattaforma online, ndr) tra primo e secondo tempo. Così iniziai ad andare allo stadio con quella bandiera. Le prime volte, finita la partita, vedevo che Sounas mi salutava e forse avrà pensato chi era quel pazzo. Sta di fatto che quando vincemmo a Vibo Valentia, lui mi chiamò da bordocampo e mi regalò dei pantaloncini. Nel ritiro fatto in Sila, l’estate della nuova stagione dopo la delusione di Padova, mi presentai con la bandiera e fu lì che ci presentammo. Da cosa è nata cosa, si è creato un rapporto che onestamente non pensavo potesse mai accadermi, anche perché parliamo di due età diverse tra la mia e la sua. Eppure, ci siamo conosciuti anche con le nostre mogli ed è un rapporto che prosegue ancora oggi. Sono anche andato al suo matrimonio quest’estate. Che persona è Sounas? È veramente come noi, sarà che c’è un’affinità tra popoli, essendo lui greco, una persona educata, piena di affetto e umile. Uno pensa che sia qualcosa di impossibile, ma loro sono ragazzi come noi. Tra l’altro lui involontariamente ha esaudito uno dei miei sogni, perché ho sempre sperato di poter prendere una maglia sudata di un calciatore alla fine di una partita: lui non volendo l’ha esaudito, regalandomi la maglietta più importante, dopo il derby vinto contro il Cosenza 2-0 il primo anno di B. Quella maglietta la custodisco come un oracolo. L’amicizia con lui mi ha portato automaticamente a conoscere pure Panos Katserīs, un giorno durante l’allenamento per andare a salutare Dimitri venne da me perché il discorso della bandiera l’aveva colpito. Anche con lui ci sentiamo e ci scriviamo, è molto bello”.
E quando se n’è andato via Sounas come l’hai presa? “Ovviamente l’ho accettato, era inevitabile che doveva succedere. Speravo il più tardi possibile ma il nostro rapporto continua. Quando è partito gli ho regalato la bandiera, la stessa che ho sempre portato con me in trasferta e in casa. Con questa bandiera posso dire in un certo senso di aver vissuto una seconda giovinezza, la gente mi fermava fuori dallo stadio e mi chiedeva come mai di questa bandiera, di questi colori. Ma il trasporto per il Catanzaro non mi è mai mancato, diciamo che avere un amico in campo è stato l’ulteriore stimolo”.
Su questa stagione: “Dobbiamo avere maturità”
Il futuro nasconde sogni proibiti. “Penso che con questa proprietà prima o poi una “passatina” in A la faremo. Penso che il modo di operare che stanno avendo e acquisendo sia l’unico modo di tenere il Catanzaro a questi livelli. La Serie B è bellissima, starci dentro è bello e quindi restare in B è una grandissima cosa, soprattutto dopo quello che abbiamo passato. Adesso è diventato anche facile abituarsi a giocare contro il Palermo o la Sampdoria, aver fatto due signori campionati e tutto questo è bellissimo. Per usare il nostro dialetto, ci siamo “scialati”. Quest’anno sono arrivati tanti ragazzi, dobbiamo avere la maturità di pensare che possono sbagliare, sia loro che il nostro allenatore che ha fatto un solo campionato di B e anche lui è da considerarsi una scommessa”.
Si accennava in apertura a tuo papà Giorgio. Qual è il valore più importante che ti ha trasmesso? “Mio padre non l’ho vissuto allo stadio, perché andava in tribuna stampa anche se per qualche anno l’ho accompagnato scrivendo pure io per la Gazzetta del Sud negli anni in cui siamo andati in B. Quando il Catanzaro giocava invece fuoricasa eravamo insieme sempre, ad ascoltare la radio oppure a vederci la Domenica Sportiva o 90° Minuto. Ho imparato tanto da lui, mi ha trasmesso anche la passione per la sua professione. È un legame che mi riconduce a lui, qualcosa che va al di là del discorso puramente sportivo”.
“In trasferta rivedo parenti e amici, come se il tempo si fermasse”
Se dovessi spiegarlo a chi non può saperlo, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “E’ veramente come si dice allo stadio: una malattia che non ha cura. Non la puoi curare, perché pure se cerchi di essere distaccato dagli eventi, da quello che succede – al di là del calcio moderno che per me non è la stessa cosa di quello che ho vissuto anni fa – alla fine non ce la fai a mollarlo. Il Catanzaro rappresenta l’attaccamento viscerale alla tua città, alla squadra, indipendentemente dai giocatori perché noi ci siamo sempre, nonostante e comunque tutto quello che abbiamo passato siamo ancora qua. L’altra sera ho incontrato Massimo Palanca in città, non poteva fare due passi che lo fermavano tutti: questo è un discorso che esula dal calcio. È la passione vera, quella che noi abbiamo dentro. Mio fratello Francesco vive a Firenze e i miei cugini a Milano, quando il Catanzaro gioca in trasferta ci rivediamo: basta un abbraccio e sembra che il tempo si fermi, già questo serve per spiegare che cosa è il Catanzaro”.













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