Insegnante, pagellista ma soprattutto supertifosa dei giallorossi. Angela: “Il Catanzaro una fede che non si abbandona mai”

Insegnante, pagellista ma soprattutto supertifosa dei giallorossi. Angela: “Il Catanzaro una fede che non si abbandona mai”

I ricordi della prima Serie A su Corso Mazzini con papà Alessandro e il suo rapporto “colorato” con le partite dell’Uesse. Angela Rotella si racconta: “Sono vera, nessun filtro. Porto sempre con me le mie sciarpe e poi prima della partita vivo delle sensazioni”

La storia di Angela Rotella

Il sole a irradiare le viuzze del centro storico e il giubilo di tifosi scesi in piazza su corso Mazzini ad assaporare il gusto della storia. Di quella A grande, immensa, issata come una reliquia da portare a processione lungo le vie della città. Irrazionale, tremendamente gioioso, clamorosamente inaudito.

In quel gremire di voci e persone una bambina, accovacciata sulle spalle di un uomo: gli occhi dell’innocenza a depositare nella sua testa immagini che ancora oggi, a distanza di più di cinquant’anni da quel 27 giugno del 1971, fatica a cancellare. La storia di Angela Rotella e del suo rapporto con il Catanzaro inizia da qui. “Il primo flash in giallorosso è la festa della Serie A su corso Mazzini – racconta Angela – Avrò avuto sui 5-6 anni e ho un ricordo vago, nel senso che non ricordo di averla vissuta personalmente ma ho visto e rivisto vecchi filmati di quella impresa. Le immagini della festa, che ancora oggi si vedono sui social, le conservo nel cuore. La prima volta allo stadio invece ero sulle spalle di mio papà o forse di mio zio”.

L’aneddoto su Catanzaro-Juve e papà Alessandro

Una famiglia fieramente catanzarese la sua. “Sono cresciuta con papà Alessandro e i miei fratelli patiti del Catanzaro. L’abbiamo sempre seguito, con la radiolina accesa oppure, visto che all’epoca non c’erano le pay-tv, prendendo i risultati da 90° Minuto. Poi, per un certo periodo, mi sono allontanata dal Catanzaro per varie vicende personali ma la domenica, cascasse il mondo, chiedevo sempre cosa facesse il Catanzaro. La mia adolescenza è scivolata via così. Conservo un aneddoto curioso su quanto la mia famiglia fosse fortemente tifosa: in un Catanzaro-Juve il nipote di mio padre portò fuori dallo stadio la bandiera della Juventus e mio padre, nonostante avesse una simpatia per i bianconeri, gliela fece spezzare dai vicini dopo averlo avvisato, semplicemente perché non si fa, perché come insegnava mio papà ci sono dei codici non scritti che bisogna rispettare. È una ferita aperta quella di papà, è venuto a mancare un paio di mesi fa: mi spingeva sempre ad andare allo stadio, anche negli ultimi tempi nonostante lui stesse poco bene”.

“Negli anni bui non ho mai perso la speranza”

Abbonata in Tribuna Ovest, Angela non si perde una partita del Catanzaro. “Abito in provincia anche se dalla città sono distante dieci minuti. Sono tornata allo stadio negli ultimi 10-15 anni. È difficile definire il rapporto che ho con il Catanzaro, è un’emozione per la quale ti batte il cuore, che ti fa stare bene sebbene la vita conservi brutture. Ho ripreso ad andare allo stadio ed è diventata una sana abitudine nonostante gli anni bui che abbiamo vissuto: gli anni di Pancaro, Erra, Auteri bis, Grassadonia…anni in cui anche il presidente Giuseppe Cosentino è stato contestato, secondo me ingiustamente. Colui che ci ha consentito di restare nei professionisti è da ringraziare sempre. Sono stati anni in cui la curva non si presentava, in cui allo stadio eravamo in pochi, anche durante il Covid con i biglietti limitati e le mascherine. Se ripenso a quegli anni, dico che non ho mai perso la passione e la speranza. Anche adesso, per mantenere la B e non scendere di nuovo in C come qualcuno ha già sentenziato. Fare altri discorsi (il riferimento è alla Serie A che Angela scaramanticamente non pronuncia, ndr) non credo sia sensato farlo perché non siamo pronti come città e con le strutture. La Holding Noto non fa cose per caso, tutto è programmato. Stanno preparando una mentalità nuova che già ha assorbito l’ambiente, penso agli ultras che hanno un atteggiamento molto più maturo, questo grazie anche alla proprietà che ha portato eleganza e stile. Questo modo di fare ha portato a pensare in un certo modo, ma quando il presidente parla di maturità e si riferisce alla tifoseria, alla classe giornalistica intende dire che dobbiamo essere proiettati tutti verso un traguardo. D’altronde l’indole del catanzarese è di contestare sempre, criticare sempre e comunque: ce lo siamo dimenticati quando arrivò Iemmello e nelle prime settimane non fece niente, qualcuno disse “che cosa l’abbiamo preso a fare Iemmelli?”. Ecco, ci vuole tempo e unità per raggiungere i risultati”.

La “ultras” della Tribuna Ovest: “Rapporto viscerale”

Il rapporto con le partite, però, è tutt’altra cosa dal definirsi giudizioso. “Mi chiamano l’ultras della tribuna, mi piace fare casino – dice sorridendo – Il mio rapporto con le partite è viscerale, colorato. Sono vera, nessun filtro. Porto sempre con me le mie sciarpe e poi prima della partita vivo delle sensazioni che spesso risultano veritiere, anche se le tengo per me. Quando sono negative sul risultato finale non dico niente e allora chi sta intorno a me, che ormai mi conosce, capisce. Diciamo che le partite non le vivo mai tranquillamente, sono sempre nervosa. E poi, cosa strana, cambiano i protagonisti ma il problema persiste sempre: il Catanzaro quando affronta le squadre piccole o comunque quelle sulla carta abbordabili, perde o stecca mentre con le grandi squadre fa partite importanti. Non lo so, ma forse ci portiamo dietro il fardello del nostro blasone, dai tempi della Serie A”.

C’è un Catanzaro a cui sei più legata? “No, non c’è. Certo il pensiero va all’ultimo Catanzaro, quello che ci ha fatto vincere il campionato di Serie C. Di quella squadra è rimasto ben poco, Biasci è andato via in maniera consapevole e lo ringrazio per quello che ci ha dato. Ovvio che la vita è fatta di cicli, anche io nella mia di vita ho attraversato vari cicli: sono cresciuta con il Catanzaro, poi per un periodo ho giocato a basket in Prima Divisione con una squadra fatta di donne, alcune sposate, guidata da coach Vittorio Scarfone; successivamente mi sono occupata di politica ricoprendo per quindici anni diversi ruoli istituzionali. Ho fatto tutto con passione, anche se il Catanzaro è qualcosa di diverso”.

La passione della scrittura e la sua missione: l’insegnamento

Angela Rotella a Salerno: da quella partita è iniziata la sua avventura da pagellista. “Fu tutto un caso”, dice

Qualcosa che, da qualche anno a questa parte, è diventato anche un impegno fisso. “Scrivo le pagelle dei giallorossi e faccio l’opinionista per una testata web. Tutto è nato per caso, a seguito della trasferta di Salerno. Quando provo una forte emozione sento l’esigenza di scrivere e allora, quella sera così magica, tornando a casa scrissi una pagella indirizzata a tutti i ragazzi sul mio profilo Facebook. Misi per ognuno di loro un aggettivo, senza ragionarci troppo ma scrivendo quello che mi veniva dal cuore e dalla pancia. Fui notata sui social e da allora mi venne chiesto di iniziare questo nuovo capitolo. Non faccio preferenze, ma se devo proprio scegliere dico che Nicolò Brighenti non me lo dovete toccare, è un campione nella vita. Che opinionista sono? Dico sempre quello che penso, senza filtri. È importante parlare sempre a modo ma credo sia essenziale sapere comunicare le cose, intercettare gli umori della piazza. Spesso faccio interviste telefoniche ad amici e conoscenti, per chiedere che aria tira. Da una parte della piazza, non tutta, riconosco maturità: capiscono che ci vuole fiducia e pazienza in questo nuovo percorso, nessuno ha la bacchetta magica e né tanto meno i giocatori con il mister”.

La Serie B un patrimonio da difendere. “Io ad Aquilani do fiducia perché sono convinta del suo calcio. Forse quello in cui sta sbagliando è credere molto nella creatività di ogni giocatore, il guizzo lo puoi avere ma prima di tutto il calcio è un gioco di squadra e devi eseguire gli schemi, i dettami. Detto questo, comunque, il calcio non è una scienza esatta e i calciatori non sono macchine da guerra. Sono dei ragazzi normali: non si può pretendere che un calciatore che in una partita prende 7 in pagella possa la volta successiva fare una gara da 8. Perché può stare male o avere dei problemi in settimana: non è scontato che si migliori di settimana in settimana, magari tecnicamente sì ma come prestazione no. L’altra volta, uscendo dallo stadio, mi sono vergognata: ho sentito parlare che abbiamo una squadra di morti. Mi ha dato molto fastidio sentire questa espressione perché qualcuno sembra che abbia la memoria corta. Non si è grati alla società e agli stessi calciatori di quello che sono riusciti a fare: dovrebbero ricordarsi di quei campetti di periferia dove abbiamo giocato per trent’anni. Ora siamo in Serie B e per una città molto provinciale come Catanzaro, il campionato di cadetteria giocato dignitosamente è un traguardo importantissimo”.

Istrionica, verace, genuina ma anche riflessiva. Tra le mille sfaccettature di Angela trova spazio anche il suo lato più “umano”. “Nella vita di tutti i giorni sono un’insegnante. Ho bisogno di rinnovarmi di tanto in tanto e dopo moltissimi anni ho deciso di cambiare utenza scolastica. Oggi insegno italiano agli stranieri (minori non accompagnati, immigrati esiliati, ragazze e donne protette…). Amo il mio lavoro e perciò mi sento fortunata: aiutare persone in difficoltà che vivono lontano dalle loro famiglie, dalle loro terre martoriate e con vissuti veramente orribili mi riempie di gioia e mi fa sentire oltremodo utile. Ho sempre desiderato chiudere la mia carriera di insegnante in una scuola di frontiera ma per questioni familiari non sono riuscita a farlo. Ecco, ora ho trovato il modo per farlo qui a “casa”. Reputo l’insegnamento una missione che ogni giorno mi dà nuova linfa”.

“Il Catanzaro una fede che non si abbandona mai”

Se dovessi spiegarlo a chi non lo sa o a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Per me è quel lumicino che mi tiene viva ogni settimana. È incontrare il mio amore, qualcosa che ti fa battere il cuore sempre. Quando perdiamo resto seduta sul seggiolino e resto ferma lì, tra i quattro e i cinque minuti: penso, faccio un grosso sospiro e poi mi rialzo. E penso alla prossima gara, a quando tornerò allo stadio a tifare perché deve essere così: questa è una fede, un credo che non si abbandona mai”.

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Il Giallorosso nel cuore