Papà Vincenzo e gli Uc 1973, Antonio: “Il Catanzaro non si può spiegare, è qualcosa di molto importante”
Intervista ad Antonio Battaglia, assessore allo Sport della Città di Catanzaro ma in questa storia soprattutto tifoso giallorosso. Dalla nascita degli Uc 1973 al Catanzaro di oggi. “Sogno un corteo di tifosi direzione San Siro”.
Gli impegni della politica aggrovigliati nei suoi pensieri, a servizio di una comunità. E il cuore che ha sempre battuto invece per una ragione che non conosce soluzione. Il Catanzaro, vissuto all’ombra del Comunale da una prospettiva speciale, insieme a papà Vincenzo e postulando i primi vagiti del tifo organizzato.
La storia di Antonio Battaglia

Continua a cibarsi del suo amore, quello per il Catanzaro, Antonio Battaglia. Assessore allo Sport della Città, ma in questa storia soprattutto tifoso giallorosso. “La mia prima immagine del Catanzaro riguarda vagamente una partita di Coppa Italia del 1966, un quarto di finale che giocammo e vincemmo contro il Torino. Mi trovavo con mio padre nella tribuna laterale. Poi, negli anni a seguire, il primo anno che salimmo in A ricordo nitidamente la prima partecipazione alla massima serie, avevo 10 anni. La passione per il Catanzaro la devo a mio papà Enzo e sicuramente anche al fatto che abitassi vicino allo stadio, praticamente a 300 metri. L’atmosfera che si respirava? Era tutto un fervore, anche perché gli allenamenti si facevano al Ceravolo, diversi di questi erano aperti al pubblico e qualche volta ci andai anch’io. Era una passione che accompagnava la città non solo il giorno della partita, ma sette giorni su sette. Era molto forte il cordone che legava la squadra alla città, al tessuto sociale e urbanistico. Qualcosa di imprescindibile e il cui dna ancora oggi è vivo e fervido”.
Un elemento di aggregazione e socialità, prodromico in quegli anni dei primissimi gruppi di tifo organizzato in cui l’assessore Battaglia, un tempo il giovane Antonio, si immedesimerà. “Cominciai ad andare allo stadio in maniera autonoma già a partire dal 1975, quando la tifoseria organizzata si posizionava in Tribuna Est. Poi una breve parentesi nei Distinti e infine il trasferimento in curva con tanto di nascita dei primi gruppi organizzati. Tra loro gli Uc 1973, di cui sono stato uno dei fondatori”. Quali motivazioni portarono alla costituzione di questo gruppo? “Ai tempi l’avvicinamento giovanile alla squadra era simbolo di questa città, andava da sé che la componente giovanile avesse un trasporto più colorato e aggregato. Erano gli anni Settanta per l’aggiunta, anni di forte aggregazione dove si cercavano spazi di socialità in cui collocarsi, che necessariamente dovevano rispettare le istanze di quegli anni. Tanto che poi il primo gruppo a cui appartenevano le Aquile Selvagge facendo fusione con il gruppo legato a Massimo Palanca fece nascere, succintamente, i primi ultras”.
Qual è lo stato d’animo che accompagna oggi il pensiero di quell’epoca? “Porto dietro con me una dolcezza e una piacevolezza che è inutile spiegare. I ricordi sono tanti. Le partite delle promozioni, dell’era Mazzone, Pace, Burgnich, le trasferte a Firenze, Milano, Bologna o l’Olimpico. Erano i miei vent’anni. In queste città, così grandi e così lontane da casa, si potevano ritrovare migliaia di tifosi giallorossi. Trasferte con al seguito 8, 10, 15mila persone: era qualcosa che andava oltre il valore sportivo. Negli anni Ottanta mi trasferii da solo a Roma, per frequentare l’università. Si partiva la sera prima con altri studenti oppure, anche quando ero giù, con gli autobus e le macchine fino a destinazione”.
Il Catanzaro simbolo di un riscatto sociale, di un’immagine diversa da quella stereotipata. “Il Catanzaro era iconico, rappresentava la Calabria e più in generale il Meridione. Di episodi razzisti, di aggressioni ne abbiamo vissute sulla nostra pelle come in occasione di Juventus-Catanzaro che finì 3-0 per i bianconeri (stagione 1976-1977, ndr), di quando il vecchio Comunale di Torino si trasformò in un campo di battaglia. Era rappresentativo di quelle istanze di malessere che erano figlie poi di uno sviluppo industriale che estirpava la gente dal Sud per andare a lavorare al Nord. Si parla spesso del derby d’Italia, dei contrasti tra le grandi Serie A, eppure io ritengo che il vero derby d’Italia sia Catanzaro-Juventus. L’immagine di quei 20mila allo stadio dice molto su quella che è la nostra storia”.
Il modello Catanzaro degli anni Settanta è replicabile oggi?
Crede sia possibile, un giorno, replicare il modello Catanzaro degli anni Settanta? Trasporlo ad oggi? “Parliamo di un’altra epoca, di altro calcio, in cui oggi il fattore economico ha una ponderazione un po’ impattante sui destini delle squadre. La capacità di attrarre fondi e i diritti televisivi rappresentano sfide complicate e per quanto il Catanzaro abbia un seguito fuori confine, credo sia abbastanza complicato immaginare questo scenario. Anche la Serie B è cambiata, sempre più in mano a strutture e gruppi internazionali. Però il pallone è bello perché rimane sempre rotondo e a volte i risultati possono sovvertire queste logiche”.
C’è un Catanzaro a cui è più legato? “Palanca ha occupato il mio cuore. A prescindere da Massimo, credo che la stagione della semifinale di Coppa Italia, la formazione che scese in campo contro l’Inter, ci rappresentasse bene. In quella stagione, nel 1981-82, mandammo il Milan in B. Come allenatori, sicuramente resto affezionato a Gianni Seghedoni che ci portò in Serie A per la prima volta, così come Di Marzio che era un trascinatore. Un uomo confacente allo spirito della città e della tifoseria, riuscì in quegli anni a tirare fuori il massimo da ogni calciatore con il suo modo d’essere così vulcanico. E poi ancora Mazzone, Bruno Pace, Fabbri, anche Vivarini ultimamente. Per certi versi pure Auteri, che ci ha fatto vedere del bel calcio”.
“Ho sempre seguito il Catanzaro, grande ammirazione per il popolo giallorosso”
Anche in quegli anni bui, così complicati, in cui la piazza ha risposto a suo modo presente. “Ho sempre seguito il Catanzaro, provando una grande pena e allo stesso modo una grande ammirazione per il popolo giallorosso che non ha mai smesso di essere vicino ai colori. Qualche volta c’è stato un allontanamento fisico, ma ricordo i campionati di Serie C2 con 20mila persone allo stadio negli anni di Lavezzini e Mancuso. Ha sempre avuto una connotazione viscerale-metropolitana la squadra di calcio del Catanzaro. Ora questo sentimento si è consolidato nelle nuove generazioni, trasmettendosi di padre in figlio”.
Qual è il suo rapporto con le partite? Avverte ansia o vive più tranquillamente? “Quando batte il cuore niente è fermo. Certamente l’aver vissuto emozioni, momenti così lunghi e così numerosi, mi consente di vivere con una maggiore razionalità. Lo spirito folcloristico, di grande happening, di fede e passione ma anche calore e colore verso i giallorossi restano sempre. Vado ancora in curva, anche se il mondo è cambiato. I modi di essere ultras che hanno attraversato cinquant’anni di storia, anche i rapporti, le varie misure di contenimento di repressione e violenza…insomma, sono cambiate tante cose. Mi sento per certi versi lontano dallo spirito moderno, anche se rimane la voglia di fare comunità e sostenere i colori in maniera incondizionata”.
Il nuovo stadio “Ceravolo” e il corteo a San Siro
Quanto è difficile scindere i due ruoli di assessore e tifoso? “E’ molto difficile, per fortuna però essendoci questa monoliticità in città nei confronti della squadra di calcio diventa tutto più agevole”. Ha degli obiettivi in particolare che le piacerebbe raggiungere? “Intesi a livello politico, mi piacerebbe come primo obiettivo portare a termine tutta l’intera realizzazione del nuovo stadio “Ceravolo” entro il mio mandato. Il secondo, invece, riguarda la pista di atletica del Campo Scuola “Pietro Mennea” che esiste dal 1960 ma che per varie vicissitudini non ha mai visto l’omologazione della Fidal, cosa che invece vorrei finalmente consegnare alla nostra città. E infine, quello più da tifoso: fare un corteo insieme ad altri 5mila tifosi direzione San Siro”. Quest’ultimo, però, non dipenderà solo da lei. “Eh sì, lo so bene”.
Se dovesse spiegarlo a chi non lo sa, che cosa rappresenta per lei il Catanzaro? “Non si può spiegare, è qualcosa di molto importante”.



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