Papà Arturo, il teatro e gli aneddoti in giallorosso, Enzo Colacino: “Amare il Catanzaro significa difenderlo e proteggerlo da chiunque”

Papà Arturo, il teatro e gli aneddoti in giallorosso, Enzo Colacino: “Amare il Catanzaro significa difenderlo e proteggerlo da chiunque”

Ironico, dissacrante, scanzonato ma anche profondo. Enzo Colacino si racconta a Il Giallorosso nel cuore: “Allo stadio preferisco non giudicarmi, credo sia tutta colpa della galleria del Sansinato”. E sul Capodanno della Rai: “A Catanzaro ci sono “i capisciatori”…”.

Enzo Colacino e il Catanzaro: “Ricordo il furgone guidato da mio padre per entrare allo stadio”

Il tintinnio delle casse di gassosa, suonato fragorosamente ai sobbalzi del furgone guidato da papà Arturo e il vano motore a farsi strada nello spazio della gabbia sterrata della Curva Est. Accanto, un bambino poco più che ragazzino ad osservare con stupore e curiosità quel movimento di così tanta gente.

Quella gente che anni dopo Enzo Colacino avrebbe tratteggiato secondo usi, costumi e modi d’essere catanzaresi. Ma guai a parlare male della sua Catanzaro perché “amare significa proteggerla da chiunque”. Anche dalla stretta attualità che tra il concerto di Capodanno Rai e i fatti rincorsi nei manoscritti dei social pretendono l’apertura di questa speciale intervista. “A Catanzaro abbiamo un’università nascosta – sostiene Colacino – dove ci si laurea in una nottata e gli attori diventano quelli che io chiamo “i capisciatori”. Si tagliano gli alberi e tutti diventano potatori, si parla del Capodanno e tutti sono esperti di eventi di fine anno, che se vogliamo è anche una cosa fastidiosa. Per me non è questo il problema, dove sarà il Capodanno, perché non vorrei che ci si dimenticasse nel frattempo dei veri problemi. Il concerto lo guarderò di sfuggita come ogni anno, spero piuttosto che porti qualcosa di buono e di sviluppo, che la città ne tragga vantaggi anche se non c’è bisogno di aspettare Capodanno per averli. Non aspettare che le cose cadano dal cielo, se si deve amare questa città lo si dimostri ogni giorno dell’anno e non per convenienza o per politica”.

Settantasette primavere all’anagrafe tanto che Colacino – con il suo eloquio ironico, tra il dissacrante e lo scanzonato –, ci scherza pure su. “Purtroppo non è che posso invertire il numero davanti, 77 come fai a leggerli diversamente?”. E sulle sue origini. “Sono di Catanzaro e per me Catanzaro va dal rione Pontegrande fino alla Roccelletta. Sono nato comunque a via Osservanza, subito dopo la Piazza Stocco. Se hai nel cuore una città ci sono dei ricordi e dei sentimenti, di dove sei legato e dove le fasi della tua vita ti hanno segnato”.

“Quella volta che non potei andare a Napoli per lo spareggio…”

Come quella per il Catanzaro, costante di una vita e carriera intense. “Il mio primo pensiero in giallorosso risale a quando con mio padre entravo con il furgoncino carico di bibite gassose e di limonata allo stadio. Si entrava dal passo carraio e si arrivava alla curva, non c’era nulla allora ma solo lo sterrato di dove oggi sorge la Curva Est. E ricordo il tintinnio delle casse che trasportavamo: basta solo questo per far capire di quanti anni fa stiamo parlando! Era il 1954, credo, un anno prima che morì mio padre”. Che Catanzaro era? “Allora si viveva di calcio, così come anche oggi. Con il passare delle gesta dell’Uesse. Ricordo un 10-0 rifilato all’Akragas o credo ad un’altra squadra (il Siracusa, ndr) e dove abitavo, abito tuttora, c’era all’epoca il doppio senso di circolazione. Non ero andato allo stadio e scendevano le macchine, il mitico Bebe Prato scese con la moto e fece segno del 10 con le mani staccate dal manubrio. Ho avuto poi il piacere di vivere gli anni della Serie A, di raccontare dal lunedì al mercoledì della partita della domenica prima e prepararsi alla domenica successiva dal giovedì. Un evento bellissimo. A proposito della prima promozione in massima serie, conservo un ricordo molto simpatico. Avvenne che dovevo fare l’esame di diritto pubblico a Messina il giorno dopo, non potevo quindi andare a Napoli a vedere lo spareggio contro il Bari: mi trovavo in via Alessandro Turco quando esultammo in mezzo alla strada alla notizia che il Catanzaro era salito per la prima volta in Serie A. Incrociai lo sguardo di mio nonno, gli dissi “Nonno, il Catanzaro è andato in Serie A!” e lui, classe 1868, mi rispose: “Manco se avessimo vinto Caporetto”. Beh, mi buttò a terra. Lunedì, all’indomani mattina, con la Cinquecento e una bandiera giallorossa sull’antenna partii verso Messina: non c’era l’autostrada e Dio solo sa le pietre che ho preso. A seguito di questa vittoria facemmo la spedizione a Cosenza per ringraziare i nostri cugini di averci sostenuto per la vittoria del campionato. Il derby mi manca, almeno so che abbiamo sei punti facili in classifica!”.

Il nastro che si riavvolge e ripercorre anni felici, minuziosi di ricordi nitidi. “Ho continuato a frequentare lo stadio e mi appoggiavo da piccolo alla spalla di qualche signore per entrare allo stadio. Appena diventai più grande feci la stessa cosa, quasi a voler restituire il favore di coloro i quali mi avevano fatto illustre regalo. Ho vissuto la B con grandi calciatori, penso a Maccaccaro, Ghelfi, Orlandi elegantissimo, senza dimenticare poi il nostro grande Massimo Palanca, Alberto Spelta il “Jair bianco” come veniva definito ma anche mister Fabbri per il suo gioco. Anche Bruno Pace e Gianni Seghedoni, grossi allenatori e grosse squadre con bei giocatori. Ricordo pure Gianni Bui che già dagli allenamenti mostrava una classe sopraffina. Di quegli anni dove giocammo in A per metà del campionato con la tribuna coperta che mai era coperta perché si aspettavano i soldi per finirla e così quando pioveva si portava l’ombrellone. Si andava allo stadio a mezzogiorno e se c’è un piccolo vanto, forse l’unico, che posso sottolineare è quello di aver portato la banda musicale di Casabona a Catanzaro”.

Il rapporto speciale con Palanca e l’amicizia con Corona

E a lasciare scolpita nella memoria collettiva un unico coro: “Dirindindi dirindindà il Catanzaro in Serie A!”. “Insieme ad Albano ero istruttore alla scuola agraria, Michele Pisano e lui suonavano i piatti, da qui nacque l’idea della banda. Organizzammo le collette: contattai la banda, la prima volta che loro arrivavano in città con il bus e io con Corrado Marino a bordo di due Moto Guzzi 850, insieme a un vigile del fuoco che si chiamava Purgatorio, andammo al bivio dove ora sorge il Centro Commerciale di Viale Emilia per scortarli. Grazie a me se ci fu quella canzone? No, diciamo che la canzone c’era già, però almeno portò fortuna”.

C’è un Catanzaro a cui è più legato? Con Palanca penso ci sia un rapporto speciale ma non solo mio, da parte di tutti i tifosi. Ci sentiamo spesso, quando lo chiamo mi fa “Enzaré”. Sento spesso Giorgio Corona, con invece Biasci custodisco un ottimo rapporto, tuttora è molto amico di mio figlio Ivan. Per il resto sono legato a mister Di Marzio, ad altri calciatori come Pieraldo Nemo, e resti legato vuoi o non vuoi anche ad allenatori come Vivarini che ci ha regalato un calcio bellissimo. Cito anche Gaetano Auteri che ci ha fatto apprezzare un gioco superiore alla categoria. Adesso, onestamente, non mi piace più il calcio come una volta: invece che di vincere si cerca di non perdere. È un “tira tu ca a mia mi scàppanu i risi”, si è perso il periodo in cui il giocatore puntava l’avversario. A Catanzaro, per dirla tutta, molte volte mi dà fastidio questa palla dietro al portiere che lancia profondo consegnando praticamente palla all’avversario. In nazionale, pure, mostriamo i nostri limiti: non si dà tempo ai giovani di crescere”.

Enzo Colacino con Massimo Palanca

Il Catanzaro di quest’anno, però, sembra in controtendenza. “E di questo sono contento. Il giovane è più sfrontato, ha più voglia di emergere. Tenta il dribbling e qualcosa che lo metta in evidenza, come per Cisse e Favasuli, o Rispoli e spero di vedere di più Liberali. Ci vuole questa ventata di gioventù e sfrontatezza, rispetto ai giocatori che vanno più compassati, hanno paura di mettere la gamba o cercano di evitare di fare brutte figure”.

Gli inizi al teatro con Nino Gemelli e l’incontro con Toto Cutugno

Il teatro, l’arte, gli sketch comici. Come è cresciuta in lei la vena artistica? “Beh, tutti noi abbiamo un sogno e il mio era di poter essere un cantante. O quantomeno qualcosa che potessi trasmettere alla gente. Tutto nasce frequentando il teatro e Nino Gemelli, maestro e collega: fu lui ad aiutarmi nel 1984, dopo uno spettacolo a Sant’Elia, dando la possibilità di iniziare a realizzare il mio sogno. Da lì ho continuato a fare teatro, è qualcosa che devi avere dentro. Dei copioni delle commedie che scrivevo non c’era una brutta copia, capitava di scrivere anche due atti, 80 pagine, ed era come se la mia mente tenesse tutto dentro con nomi, atteggiamento e parole. Mi fermavo, lasciavo qualche appunto e poi di nuovo a scrivere: ancora oggi mi domando come mi veniva questo lavoro…”.

Forse non tutti sanno che nella storia di Enzo Colacino ci fu un incontro che avrebbe potuto cambiargli la vita. Le sliding doors di Gwyneth Paltrow. “Nel 1975 al Lido di Pietragrande venne a cantare Toto Cutugno con il suo complesso Toto e i Tati. All’epoca non c’erano le discoteche e né tanto meno i disc jockey, ma il gruppo musicale. Quella sera cantai una mia canzone, dal nome “Candida”, e a Cutugno piacque tanto che alla fine del suo spettacolo mi disse: “Enzo quando salgo a Milano ti chiamo perché stiamo per creare una nuova etichetta e incidiamo la canzone”. Tra me e me dissi figurati, non ci credevo: fatto sta che qualche settimana dopo, mi chiamò. Fu di parola ma io, con mamma che stava poco bene, decisi di restare a Catanzaro e così la mia carriera di cantante finì”.

A distanza di cinquant’anni, le è rimasto il rimpianto per quel “no, grazie”? “Rimpianto no perché c’è stato il teatro. Ma quella telefonata mi è rimasta dentro, chissà se avrei fatto successo. Deve aver visto qualcosa di bello in quella canzone che avevo scritto per fare commedia”.

Quanto è cambiato il mestiere di saper far ridere? Che poi se vogliamo è anche far riflettere. “È cambiato. Se una persona fa ridere solo a guardarlo dalla mimica allora è uno bravo, se invece usa solo il parlare per dire sconcezze e parolacce allora no. È cambiato in peggio da questo punto di vista. Ho 41 anni di carriera alle spalle e non ho mai utilizzato la volgarità per far ridere. Quello di cui ho sempre fatto uso è il quotidiano, il paradosso, ma mai e poi mai la volgarità”.

“Essere catanzaresi è un orgoglio, con Giangiurgolo nel mio cuore”

Tornando invece al Catanzaro, lei l’ha sempre seguito. In casa ma anche in trasferta? “Ricordo una partita contro il Milan di Serie A che giocammo a Catania, ma ho seguito anche le partite di B, non proprio nel lontano Nord cosa che invece in questi anni con il ritorno in cadetteria, vuoi anche perché l’altro mio figlio sta a Milano, sono riuscito a concedermi. Sono stato a Genova, a Cremona, a Modena e per fortuna con ottimi risultati. L’orgoglio di essere fieramente catanzarese c’è sempre, poi le critiche purtroppo fanno la loro parte, spesso con questi social che creano zizzania tra tifoserie. Ricordo qualche trasferta particolare, una a Catania di ritorno con il bus e le pietre che prendemmo: non ci fu grande paura ma i rischi purtroppo si possono correre”. Uno bello però Colacino se l’è preso. ”Anni fa andai a Torino e partii con l’aereo. Nello stesso volo avevo a bordo la squadra del Catanzaro, pensai alla fortuna di potermi sedere vicino a Corona, il quale mi riconobbe e venne davvero a sedersi vicino a me. Ne è nata una bellissima amicizia”.

Che tipo di tifoso è? Come vive il rapporto con le partite? “Tantissimi pensieri prima della partita, ma di solito sono sempre positivo. Vedo sempre una vittoria del Catanzaro, anche nei momenti difficili. Allo stadio preferisco non giudicarmi, credo che sia colpa della galleria del Sansinato: gli arbitri forse hanno un trauma, gli spuntano delle cose in testa. Vedo degli arbitraggi che lasciano molto a desiderare e allora divento un pochettino diverso, torno con qualche gola in meno ma almeno con la gioia per aver esultato. D’altronde, lo stadio ti trasforma”.

Se dovesse spiegarlo a chi non lo sa o chi non lo conosce, che cosa rappresenta per lei il Catanzaro? “Una passione. Per uno che vive la città, amarla significa difenderla da chiunque e proteggerla. E questa protezione, questo amore, si trasforma in una passione che si identifica di più nella squadra di calcio. Penso che sia comune a tutti la passione per questa squadra, perché poi i giocatori vanno via ma i colori e la maglia restano. Di conseguenza è come un’appartenenza cucita addosso. Che nel mio caso vale due volte, con Giangurgolo che porto nelle piazze del mondo ed è come averla dentro nel cuore”.

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Il Giallorosso nel cuore