Mammì nel fango e il Catanzaro seguito negli anni bui, Alessandro: “Come se fosse un tatuaggio sulla pelle”
La prima volta allo stadio nello storico successo sulla Juventus, i 17 anni di C vissuti anche in trasferta. Alessandro Turcomanni: “Il Catanzaro l’ho sempre vissuto, nel bene e nel male. Mi fido di Noto, ogni anno mi abbono per dare il mio contributo”
30 gennaio 1972. È una giornata di fine inverno a Catanzaro, con la pioggia dei giorni precedenti a spargere di umidità il tepore delle nuvole e del suo scirocco. L’aria è sbarazzina e il vento tira con il suo solito fare, nella città consegnata alla storia come portatrice del dio Eolo.
La storia di Alessandro Turcomanni
Sin dalle prime ore del mattino la visuale sopra il Vecchio Militare è cangiante. Si respira elettricità dai vicoli attorniati allo stadio, una tensione che fa breccia nell’emotività di una sfida che affascina. Il Catanzaro di Seghedoni riceve la Juventus, la squadra per antonomasia più seguita e tifata d’Italia. Una squadra di campioni contro la favola del Sud, la piccola Cenerentola arrivata in Serie A per la prima volta, a rappresentare il Meridione, il riscatto di un intero popolo.

Il confronto atteso si aggrotta sul terreno di gioco con uno scialbo 0-0, quando al minuto 84’ i giallorossi conquistano un calcio d’angolo. In verità è il secondo tentativo, della cui battuta si incarica Braca. Il cross si fa spazio nel cuore dell’area di rigore desideroso di trovare fortuna. Colpo di testa, rete: un coro all’unisono si leva in cielo, di gioia e illusione. È Angelo Mammì l’artefice di quello stacco vincente, tuffatosi nel campo pesante del Militare per anticipare tutti. Saggiando il fiuto di quella che sarebbe diventata una giornata storica non solo per Catanzaro ma tutti gli amanti del calcio, quello povero ma meravigliosamente autentico.
Alessandro Turcomanni in quella fredda domenica di gennaio che consegnò la prima vittoria delle Aquile in Serie A c’era. Un bambino di 7 anni per la prima volta allo stadio. E che la prima volta. “Quella giornata memorabile è rimasta nella testa e nel cuore – spiega il signor Alessandro – Eravamo assiepati in ogni settore, all’epoca lo stadio non era certo come oggi. Il Catanzaro si affacciava alla A e io mi trovavo con mio padre nella Curva Ovest sotto al pino: fu una vittoria incredibile, ricordo che fuori dallo stadio festeggiammo fino a tarda sera. Avevamo battuto la squadra più forte, per questo la percezione fu subito di aver fatto la storia anche perché la vittoria era del tutto inaspettata. Lo si può notare dalla reazione di Mammì, con le braccia alzate al cielo e le scene di giubilo di tutti noi”.
Da quella prima volta Alessandro non ha mai lasciato il Catanzaro. “La passione per il Catanzaro l’ho fatta mia, da quando ero bambino: non vedevo l’ora che arrivasse la domenica per varcare i cancelli ed entrare nello stadio. Qualcosa di inspiegabile, come un amore, un tatuaggio sulla pelle”. Anche in trasferta. “Quando eravamo in Serie C ho girato un po’, tra Sora, Viterbo, Pozzuoli e Lecce. Parliamo soprattutto dei primi anni Duemila sotto la presidenza Mancuso che finì con la mancata promozione in C1. Si andava in macchina, ci incontravamo in autogrill con i tifosi, ognuno con prelibatezze nei cofani e viveri che si tiravano fuori ad ogni occasione: una festa, un modo per riconciliarsi. Quest’anno non ho ancora avuto modo di andarci ma l’anno scorso ad esempio sono stato a Castellamare di Stabia in quella disgraziata sconfitta e a Brescia, con il gol di Bonini: mi trovavo in linea con l’azione del gol nei Distinti e lessi il labiale di Bonini indirizzato a Quagliata di servirlo. Una bella gioia dopo un pomeriggio freddo più freddo che non si poteva”.
“Giorgio Corona mi regalò la maglietta sporca di fango”

Molto più di una squadra, con le emozioni a condensare la sua vita da tifoso. A volte anche a segnarla, irrimediabilmente. “Nel bene e nel male io il Catanzaro l’ho sempre seguito, anche nei 17 anni di Serie C. Ho vissuto le gioie più grandi come lo spareggio ad Ascoli che ci riportò in B, La mia più grande emozione con l’invasione di campo e Giorgio Corona che mi regalò la maglietta sporca di fango. La conservo ancora appesa nella mia stanza, non l’ho mai lavata: c’eravamo incontrati giorni prima, scherzando gli chiesi la maglietta a fine gara e lui che giocava sempre per rendere felici tutti i tifosi mantenne la promessa. Aveva una forza nel calciare incredibile. Le delusioni? Le più cocenti credo siano state la partita di Bologna con l’arbitro Agnolin, di quel pareggio che non meritavamo di subire, ma soprattutto il playoff perso in casa contro il Sora. Lo stadio strapieno, di chi arrivava da ogni parte d’Italia, persino dalla Germania e poi quel risultato…a fine partita ebbi la sensazione di tristezza: vedere lo stadio che si svuotava, una giornata ventosa e le bandiere lasciate a terra. Uno scenario desolante, come quando oggi con le dovute proporzioni vediamo in tv Gaza”.
C’è un Catanzaro a cui è più legato? “Di calciatori ce ne sono. Penso ad Agostino Iacobelli, Cascione, Antonio Soda, Pino Lorenzo. Masi, l’allenatore Guerini, ma anche Nicolini. Giocatori che sono rimasti legati alla città di Catanzaro, ecco di loro nutro un forte legame”.
“Il Catanzaro sa quello che vuole, se potessi lo comprerei io”
Il suo rapporto con le partite? “Vivo con ansia, mi commuovo quando sento i cori giallorossi e l’inno del Catanzaro – dice sorridendo – Ogni tanto lo speaker li manda in diffusione e li vivo con una certa emozione. Poi un elogio voglio farlo al nostro presidente Floriano Noto che se non fosse per lui chissà dove saremmo. Quando vado allo stadio, in più, guardo spesso il movimento dei calciatori e ho la percezione di capire quale possa essere la giocata o anticipare quello che succederà. Mi piace osservare il calcio, oltre a guardarlo. Spesso faccio dei ragionamenti, anche sul modo di stare in campo dei calciatori. Ad esempio, secondo me quest’anno la squadra è composta da buoni elementi ma non credo siano valutati dall’allenatore. Cisse non è un giocatore che puoi farlo giocare dietro, quel ragazzo è un attaccante puro, questa è la mia analisi”.
E sul futuro che analisi fa? “Il Catanzaro lo vedo bene, è una società che sa quello che vuole. Non fa voli pindarici, non promette anche perché per la A ci vogliono le strutture. Noto quando vuole costruisce una squadra che ammazza il campionato, così come ha fatto in C lo può fare in cadetteria. Lui prima giustamente vuole completare l’area logistica, fare la foresteria e tanto altro con il centro sportivo. Lo stadio, però, deve rimanere in città: lì è conservata la storia del nostro presidente Ceravolo, che non dimenticherò mai. Un grande presidente che aveva il suo carattere forte e deciso ma voluto bene da tutti”.
Se dovesse spiegarlo a chi non lo sa o a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per lei il Catanzaro? “La cosa più importante che mi appartiene, come se avessi un tatuaggio sulla pelle. Per me è una gioia, una soddisfazione che mi rappresenta a livello nazionale. Sono fiero della mia città, del mio presidente. Ogni anno mi abbono e non è mai cambiato il mio sentimento: lo faccio per dare un contributo alla società, anzi se potessi lo comprerei io il Catanzaro. Quando sento pronunciare Catanzaro in televisione mi commuovo, l’amore che ho per questi colori e questa città sono tutto per me”.



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