Daniele e Andrea, il giallorosso una questione di famiglia: “Il Catanzaro un amore che non finisce mai”

Daniele e Andrea, il giallorosso una questione di famiglia: “Il Catanzaro un amore che non finisce mai”

La storia di Daniele Aiello e Andrea Barbuto, cognati e colleghi nella vita: “Ci sono giornate in cui vinci e sei felice, altre in cui perdi e te ne vai a casa un po’ più triste. Ma sei sempre lì, onnipresente”. 

Il racconto di Daniele e Andrea, da Montepaone con furore

Montepaone Lido, una delle perle della movida catanzarese. Con il giorno, i suoi colori avvolti in un mare che rimescola il concetto di arte e bellezza. E poi con la notte, le luci ad accompagnare il pullulare di gente o a far risuonare quella nostalgia sul finire di settembre perché un’altra estate se n’è andata.

Ma prima di essere una ridente località baciata dall’incanto estetico, Montepaone e la sua frazione marina fanno parte della Provincia di Catanzaro. Una dimensione che si sposa perfettamente con la storia del Catanzaro, del tifo giallorosso. La provincia ha sempre rappresentato l’elemento di collante tra un territorio e la sua squadra, l’elemento di forza trainante in ragione di una fede da condividere tutti assieme.

Andrea: “Io figlio della generazione senza la A ma ogni anno più forti di prima”

La nostra storia oggi parte proprio dalla provincia e da due tifosi, Andrea Barbuto e Daniele Aiello, che hanno in comune fra loro il Catanzaro e la famiglia. Oltre che la ristorazione, portando avanti l’attività di un noto locale marinaro punto di riferimento della costa ionica da oltre settant’anni. “Sono nato a Catanzaro, cresciuto a Pontepiccolo mentre da qualche anno ormai vivo a Montepaone – racconta Andrea, classe 1984 e cognato di Daniele – Pontepiccolo è un quartiere di Catanzaro molto tifoso, all’epoca della mia infanzia c’erano diversi gruppi, quelli più grandi e quelli più piccoli ma si andava tutti insieme allo stadio. Era come se tutto il quartiere si muovesse al seguito. Da piccolino sentivo e percepivo l’atmosfera del grande evento, di quel Catanzaro che lottava tra tensione e delusione. La mia età non mi ha permesso di vivere gli anni della Serie A, ma solo un piccolo scorcio della promozione in B del 2004, lasciando poi spazio ad anni decisamente brutti e tristi. Il primo ricordo del Catanzaro è di quando andavo allo stadio con mio papà Sergio, avevo 7-8 anni, nell’epoca in cui si perdevano i playoff con un po’ di amarezza, di quel “maledetto” Benevento che ci dava filo da torcere sempre. Ma il clima che si respirava, con lo stadio pieno, era molto bello. E ogni anno, smaltita la delusione, si ripartiva più forti di prima illudendoci che sarebbe stata l’annata vincente. In quegli anni titubanti ricordo delle gioie, di quando segnò da calcio d’angolo Galeano, così come quando ad esempio vincemmo il derby di Coppa Italia contro il Cosenza quando loro erano in C1 e noi in C2 e ci sfottevano, come sempre, sostenendo che ci avrebbero battuto facile. La passione per il Catanzaro la devo a papà Sergio, lui mi ha fatto avvicinare allo stadio, quando era giovane lui seguiva il Catanzaro anche in trasferta. Insieme a lui si andava sempre in curva, anche se entravi dopo avevi chi ti teneva il posto perché ci si conosce un po’ tutti alla fine. Ora, negli ultimi tre-quattro anni, con piacere ho traslocato in tribuna e riconosco che la visuale è tutt’altra cosa”.

La tua prima partita vista dal vivo? “Diciamo che ho tante immagini nella mia mente. La più nitida è di un Taranto-Catanzaro che finì 1-0 con il gol di Pastore nell’anno della promozione del 2004 in B. Quella rete al 95°, con il passaggio e il cucchiaio di Pasquale Loviso, lì ho sentito un’emozione fortissima: dalla delusone perché il Crotone ci avrebbe superato in classifica alla gioia più grande. Quell’anno le ho fatte tutte le trasferte: Foggia, Taranto, Matina Franca, ovviamente anche Ascoli contro il Chieti. Venti ore di bus! È stato bellissimo, tornammo con un corteo di 40 pullman e poi l’invasione di campo. Ricordo che fui accanto a Corona e lui si arrabbiò scherzando perché aveva una fasciatura dovuta a uno scontro di gioco e tutti lo abbracciavano facendogli ancora più male”.

Daniele, un passato da calciatore e ora da tifoso sfegatato

Daniele è invece del 1990, da sempre praticamente a Montepaone: la sua è una storia in giallorosso più recente. “Ho iniziato ad essere più vicino al Catanzaro grazie a un mio compagno di classe e di banco, Vincenzo, a cui era stata regalata la maglietta da Giorgio Corona, dato che era vicino di casa sua a Soverato. Con quella scusa anche io mi sono interessato ai giallorossi. La prima partita allo stadio che ricordo di aver visto è un Catanzaro-Foggia. In quegli anni giocavo anche a calcio ed ebbi la possibilità di fare qualche esperienza a livello giovanile in giro per la Calabria e facendo parte dei Giovanissimi del Messina Calcio. Giocavo da difensore centrale, poi con gli avanzamenti di carriera e gli anni ho intrapreso altre scelte. Ma il calcio è sempre stato qualcosa che mi ha tenuto attaccato al Catanzaro nella mente e nei pensieri, grazie anche al nostro locale fondato da mio papà Saverio e che ha visto tante feste del Catanzaro negli anni della A. Possiamo dire che abbia abbracciato la storia dell’Uesse, in qualche modo. Da diverso tempo la mia passione è aumentata, anche grazie ad Andrea che è ancora più tifoso di me. Qui al nostro ristorante ho dei ragazzi che sono super sfegatati del Catanzaro, tra tutti il nostro pizzaiolo”.

Una passione travolgente, tanto da organizzare il lavoro in base agli impegni del Catanzaro. “Facciamo scambi di chiusura per andare allo stadio o partire in trasferta – prosegue Daniele – Qui poi la cosa bellissima è che in questi anni abbiamo instaurato rapporti con i calciatori del Catanzaro, conoscendoli sotto un’altra lente. Con loro è cresciuta un’amicizia che poi è maturata, vengono qui alla fine di ogni partita la sera della domenica. Come se fossero di famiglia”. Il calciatore che più vi ha colpito fuori dal campo? “Andrea Fulignati. I primi giorni dal suo arrivo andammo a vedere gli allenamenti, lui si arrabbiava perché il campo non era in buone condizioni, la palla gli saltava male. Noi, dagli spalti di Giovino, pensavamo fosse una persona con cui difficilmente parlare. E invece abbiamo conosciuto una persona fantastica. È un compagnone, una persona di pura empatia: dopo il 5-0 che prendemmo in casa contro il Parma, venne da noi al ristorante e disse: “Ragazzi, ho la labirintite”, ci scherzava su per sdrammatizzare. Ma possiamo parlare bene un po’ di tutti, da Brighenti a Pontisso, Sounas e anche Jari Vandeputte: sembra freddo come ragazzo, ma se lui entra nella tua cerchia di amici è un’altra persona”.A loro Andrea aggiunge anche Leonardo Vanzetto, “sempre gentilissimo, il mio preferito. Ci aspettava finita la partita e chiacchierava con noi tifosi, nonostante magari avesse altro da fare”.

“Vi raccontiamo le nostre amicizie con i calciatori giallorossi”

Il racconto di un calcio più distaccato dai numeri e dalle patine dorate del core business, dei professionisti che in fondo tra le loro fragilità nascondono il loro essere semplicemente umani. “Questo lavoro ci ha portato a conoscere i calciatori da un punto di vista diverso, non solo come clienti ma come persone a prescindere da tutto. Abbiamo ancora rapporti con Vivarini e anche Jari e Fulignati, ad esempio, nonostante siano andati via perché alla fine le scelte sono personali ma non intaccano l’affetto che loro hanno provato per questa piazza. Io – prende parola Daniele, ndr – seguo il calcio anche perché dietro ci sono le persone, oltre all’essere dei calciatori. Capisci il fare dei sacrifici, capisci tante cose che vanno al di là di una partita. Se sono legato al Catanzaro lo devo anche a loro, ai ragazzi che indossano la nostra maglia. Sentirli tramite messaggio, oppure quando vengono qua e dicono di sentirsi a casa, beh questo per me vale molto di più. Mi fa legare alla fede calcistica, ma nel senso più puro del termine”.

“Abbiamo vissuto anni bui, ora c’è orgoglio”

Come vedete il futuro del Catanzaro? “Vedo una società ambiziosa, Noto è un imprenditore serio e sa come gestire la situazione – afferma Daniele – Credo in lui e nelle scelte. Anche l’anno scorso, quando fu preso Caserta, non tutti ci credevano: io dissi invece che si sarebbe preso una rivincita e i risultati l’hanno dimostrato. Bisogna sempre crederci”. E tu Andrea? “I Noto hanno dimostrato programmazione. Una società che punta secondo me ad un futuro roseo ma importante, da strutturare passo dopo passo. Quando arrivano i risultati la programmazione paga sempre. Sono riusciti a creare nuovo entusiasmo, a creare qualcosa che non c’era: i bimbi che indossano la maglia del Catanzaro e vengono allo stadio, quando ai miei tempi ci si innamorava delle squadre di A. Ora c’è orgoglio e questa cosa non va sottovalutata. Abbiamo vissuto anni bui, tra fideiussioni e mancate iscrizioni. Quando sento parlare che abbiamo perso il playoff per andare in A dico di pensare a quegli anni, per noi oggi questa è già una vittoria”.

Se doveste spiegarlo a chi non lo sa o non lo conosce, che cosa rappresenta per voi il Catanzaro? “Ci sono tante cose che ti rendono felici e ti prendono tempo, incidono sull’umore della tua quotidianità, a volte in base anche al risultato. Per me il Catanzaro è qualcosa di più di una passione, è una mancanza quando non gioca, ti manca quel brio, l’assiduità e la costanza dell’essere presente a tifare. Una sorta di fidanzamento”. Il Catanzaro come una donna da amare intensamente. “Ci sono giornate in cui vinci e sei felice, altre in cui perdi e te ne vai a casa un po’ più triste. Ma sei sempre lì, onnipresente. È un amore che non finisce mai”.

Commento all'articolo

Il Giallorosso nel cuore