Lo stadio e la città le sue missioni, Antonio: “Il Catanzaro il figlio maschio che non ho avuto”

Lo stadio e la città le sue missioni, Antonio: “Il Catanzaro il figlio maschio che non ho avuto”

Professione avvocato, il Catanzaro una passione fatta sua sin da ragazzino. La storia di Antonio Ludovico: “Il rapporto con il Catanzaro è quotidiano, sin dagli anni più bui perché quando c’è l’amore non c’è campo che tenga”. Oggi è presidente del comitato “Stadio allo Stadio”, nato per sensibilizzare l’importanza dello storico impianto di via Francesco Paglia. 

Nelle aule di tribunale la sua forma mentis è quella di perorare una causa e battersi strenuamente affinché l’intendimento della sua azione possa risultare vincente. Nessun segreto, nessuna finzione: il tono che si fa serio e l’eloquio che si posa sulle corde di ciò che ha ragione di valere. L’assertività di un gesto, di poche parole che hanno il compito di scuotere una coscienza.

La storia di Antonio Ludovico

Perorare una causa e battersi strenuamente. Assonanze di significato e corrispondenze emozionali che rotolano pure nel mondo del pallone. Di chi, dalla barricata di una curva o nel cuore di un settore dello stadio, alza in alto il proprio grido d’amore.

Il Catanzaro sopra ogni altra cosa: il sentimento più puro che Antonio Ludovico ha fatto proprio. “Il mio rapporto con il Catanzaro è qualcosa di così incredibilmente quotidiano – racconta Antonio, 60 anni da compiere a febbraio e una vita spesa nel cuore di Catanzaro, sotto la traversa di via Indipendenza praticamente vicino al Tribunale che frequenta tutti i giorni esercitando la professione di avvocato – Non pensavo che tutti i giorni potessi trovare dei ritagli di tempo per parlare del Catanzaro, soprattutto dopo aver vissuto anni bui senza un futuro. Eppure avevamo una passione che ci sosteneva, un grado di passione che personalmente è rimasto identico a quando eravamo in C2 o in C1 e adesso che siamo in B. Perché quando c’è l’amore non c’è campo che tenga”

“Il ricordo più nitido il Catanzaro di Bruno Pace: la cessione di Palanca…”

La prima immagine del Catanzaro? “Non ricordo la prima Serie A ma ricordo molto bene quelle successive. Aver seguito un’epopea tale per cui, per fortuna, non c’erano i playoff e per salire in massima serie ci si “accontentava” del secondo o terzo posto. Ricordo Di Marzio e una squadra molto forte, di Palanca che era tanta roba. All’epoca andavo allo stadio e siccome ero molto magro, a noi bambini ci facevano entrare in tribuna laterale per poi passare sotto le inferriate in quella centrale. Ho cominciato ad andarci intorno ai 10 anni, usavo sempre qualche stratagemma per entrare nella Numerata, in uno stadio Militare che era il fortino quasi inespugnabile e mi riferisco agli anni Settanta fino ai primi dell’Ottanta. Conservo nella memoria partite meravigliose, chiaro che il ricordo più nitido è del Catanzaro di Bruno Pace. Anche in quell’epoca, nonostante avessimo ottenuto i migliori campionati della nostra storia, la società optò per mandare via qualche giocatore importante. Io lo ricordo benissimo quando Palanca fu ceduto al Napoli: Catanzaro era finita in un cono di depressione, perché sostituire Palanca vice capocannoniere della Serie A, una figura di spicco anche a livello nazionale tanto da essere sulla soglia della maglia azzurra, era cosa impossibile. L’allora direttore sportivo Spartaco Landini sostituì un gigante come Palanca con un ragazzo sconosciuto, Edi Bivi che arrivava dalla C2. Una cosa folle, eppure la prima giornata giocammo a Napoli e finì in pareggio 1-1 con il rigore trasformato da Bivi e in amichevole contro il Messina vincemmo 5-0 con i gol di Bivi. Dico questo perché se hai la capacità di scegliere i giovani giusti, questi ti possono portare in alto: a prescindere dalla categoria”.

I giovani e la scelta della società

Immagino abbia trovato il tuo apprezzamento la politica della società. “Se hai un direttore sportivo avveduto e credo che Ciro Polito lo sia, non devi avere paura. La direzione che ci sta insegnando l’Europa è quella, siamo noi in Italia ad essere rimasti indietro: mi meraviglio che Vivarini, oltre che Caserta, in due stagioni così meravigliose non abbiano lanciato giovani del nostro vivaio. Capisco che probabilmente il motore è diverso, ma io qualche minuto al nostro Maiolo, giusto per fare un nome, gliel’avrei fatto fare. Essere inseriti in un contesto comunque sicuro, accanto a Iemmello oppure a Petriccione: giovani validi, a cui dare però tempo e pazienza. Tornando indietro nel tempo, le prime partite di Pino Lorenzo furono un disastro. Poi, un anno dopo, segnò 18 reti e andammo in B. Non dobbiamo avere paura di rischiare, l’importante è che sappiano giocare a calcio e che si abbiano delle idee. Mi auguro che l’anno sabbatico di Aquilani gli sia servito, il campionato di Serie B è tosto, è necessario avere un mix di gioventù ed esperienza”.

Quale può essere la chiave per il futuro? “La chiave del successo, se così possiamo definirlo, credo sia la competenza tecnica, essere coraggiosi nelle scelte ma anche un pizzico fortunati. Non siamo competitivi con questi fondi stranieri, il presidente Noto si lamenta forse troppo ma ha ragione. E allora devi fare di necessità virtù, avere lo spirito di adattamento e la conoscenza. Quando andammo in Serie A la prima volta lo stadio fu ricostruito in tre mesi, l’importante è mantenere la schiena dritta, i propri dettami tecnici-tattici. Non avremo mai forse i campioni della Serie A in squadra, ma non è detto che un giovane dalla C non giochi meglio di lui. La cosa più importante è non smantellare una squadra, cosa che rimproverai ai tempi a Poggi e Parente. Non si toccano le squadre che vincono i campionati, che hanno una loro identità. Quello che dispiace e questo lo dico in generale, è che tanti giovani italiani debbano andare a giocare altrove. Dobbiamo investire su di loro, sono il nostro futuro”.

“Il Catanzaro una passione fatta mia”

Da dove nasce la passione per il Catanzaro? “L’ho fatta mia, anche perché mio padre non aveva origini di Catanzaro ma si era trasferito in città per lavoro. È stata una passione che mi hanno trasmesso i miei compagni di classe, quando ero ragazzino frequentavo i giardini di San Leonardo, che una volta aveva un sacco di gente. Popolava di ragazzi e avevamo un collante che ci univa: il Catanzaro. Ce ne sono diversi a quelli a cui sono più legato, innanzitutto il Catanzaro di Franco Dellisanti perché feci in quella stagione l’addetto agli arbitri in società ma ci sono stati anche il Catanzaro di Guerini, di Gigi Fabbri stratosferico quando vincemmo contro l’Udinese di Zico. Prestazioni incredibili…e dico ovviamente il Catanzaro di mister Vivarini che oltre all’Italia ha stregato anche alcune lande europee. Sapere che Guardiola ha guardato con interesse il mio Catanzaro è qualcosa che mi ha onorato, mi ha riempito il cuore di orgoglio e gioia”.

La voglia di giallorosso si è alimentata anche fuori dalle mura amiche, inseguendo le gesta dell’Uesse su campi e “campacci” di periferia. “Quando ero più grandicello ho iniziato ad andare in trasferta. Anche negli anni bui, quando smembrammo le squadre se penso a quello che successe al Catanzaro di Zaninelli, Ranieri, Mauro, Borghi, Sabato e pagammo una doppia retrocessione (stagioni 1982-1983/1983-1984, ndr) che fu una cosa drammatica sportivamente parlando. Ma mai ho lasciato il Catanzaro. Ho vissuto l’epoca di Mancuso e anche quella di Peppe Soluri capace di portare 36mila tifosi in due partite negli anni Duemila in casa, mentre fuori ricordo che quando giocavamo a Castrovillari o a Lamezia, nelle società più vicine, ci vedevano tutti con odio. Furono anni terrificanti, la speranza è di non ricalcare più quei terreni di gioco. Il mio rapporto con le partite? Sono molto silenzioso, quando vado in trasferta nel settore ospiti gli ultras mi rimproverano perché non accompagno i cori e odio le bandiere che sventolano davanti, quando io vorrei solo vedere la partita”.

“Stadio allo Stadio”, l’importanza del “Ceravolo” in città

Antonio è presidente del comitato “Stadio allo Stadio”, nato per sensibilizzare l’importanza dello storico impianto di via Francesco Paglia. “Lo stadio penso debba rimanere in città. Rappresento questo comitato di tifosi che vogliono che lo stadio sia in centro, così come avviene altrove se pensiamo a Bergamo o a Venezia. Non dobbiamo mettere in discussione una struttura come la nostra solo perché non abbiamo posti auto adeguati. Dobbiamo cambiare piuttosto le nostre abitudini di trasporto e occupazione del suolo. Lo stadio Ceravolo oggi è sufficientemente confortevole, con i lavori che partiranno il prossimo anno lo sarà ancora di più”.

Se dovessi spiegarlo, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? E’ il figlio maschio che non ho avuto. Ho due figlie femmine ma vivo per il Catanzaro. Quest’estate non vedevo l’ora di abbonarmi, anche grazie al fatto che abbiamo alle spalle persone serie. Ho vissuto annate tribolate, dove non sapevamo se iscriverci. Il fatto che tutta la società abbia messo da parte questa problematica, garantendoci la possibilità disputare il campionato più bello d’Italia ovvero la B, vale – solo questo – un grazie enorme. È chiaro che tutti vogliono la A, ma i passaggi sono complessi e richiedono tempo. Le cose vanno fatte bene”.

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