Il camice e la foto di Giorgio Corona nell’armadietto, Anna: “Catanzaro un vizio di famiglia”

Il camice e la foto di Giorgio Corona nell’armadietto, Anna: “Catanzaro un vizio di famiglia”

Intervista ad Anna Surace, medico in pensione. “Sono felicemente nubile e vivo per il Catanzaro”. Le prime volte allo stadio con papà Antonio e mamma Maria, l’idolo Mammì e Re Giorgio. “Spesso digiuno, preferisco mangiare dopo la partita”

Una vita in corsia sospesa tra i suoi pazienti e uno, tra loro, davvero speciale. Con il suo accento verace a caratterizzare un’appartenenza tutta di famiglia. Tra le vie di Pontepiccolo, con papà Antonio e mamma Maria. A cui, in fondo, deve tutto.

La storia di Anna Surace

Anna Surace, al centro con il suo giubbotto azzurro, insieme alle amiche Anna, Maria e Marta

Il Catanzaro solletica i ricordi d’infanzia di Anna Surace, nata e cresciuta con il giallorosso nel cuore. “Ho 68 anni e da cinque anni sono in pensione dopo aver esercitato la professione di medico – racconta – Sono felicemente nubile e vivo per il Catanzaro. Sono giallorossa da sempre, quando ero più giovane mio padre e mia madre andavano allo stadio e portavano pure me, le mie sorelle e mio fratello. Il Catanzaro è stato un vizio di famiglia”.

“Andavo allo stadio da ragazzina, nonostante quegli anni inusuali”

Anni ruggenti per la squadra simbolo della Calabria e del Mezzogiorno. “Ho vissuto bene il campionato del 1971 che ci portò per la prima volta in massima serie, anche se poi allo spareggio di Napoli non mi mandarono. Anni prima andai invece a quello di Terni contro il fatal Verona. Andavo allo stadio da ragazzina, nonostante ai tempi non fosse così usuale. Poi tutto il resto è stato un continuo anche se c’è stata una lunga pausa del tifo, ai tempi della C2, perché mi rifiutavo di andare a vedere quello strazio. Abito a due passi dallo stadio ma non c’era feeling con quella squadra. Tornai con la risalita di Gigi Fabbri e poi ancora un altro stop in C2. Mi sarei giurata di tornare allo stadio se fossimo saliti in B e infatti ora sono ritornata. Sono abbonata alla Tribuna Est e non mi perdo più una partita. In trasferta invece non vado più, ci andai quando avevo ancora i miei familiari: tante volte fummo a Catania e qualche volta a Reggio Calabria, considerando le origini del mio cognome dove ogni tanto si andava a trovare dei parenti e si approfittava del pretesto per seguire dal vivo i giallorossi”.  

I campioni giallorossi e il pensiero sulla stagione attuale

Tanti i campioni che hanno calcato il terreno di gioco del Vecchio Militare, a volte inzuppato ma anche per questo reso celebre. Il mio idolo è Angelo Mammì, che segnò contro la Juventus in quella partita che vidi allo stadio. Fu una festa, non solo per il risultato finale, ma anche perché a Catanzaro erano arrivati giocatori che facevano parte della nazionale. Qualcosa di molto bello. Dopo Mammì non posso non citare Massimo Palanca e poi Giorgio Corona. Forse dal punto di vista tecnico Corona non era un granché ma aveva un gran cuore e lottava su ogni pallone. Confesso che nel mio armadietto, dove conservavo il camice, avevo una foto sua. So che adesso gioca il figlio (Giacomo, ndr) ma non è la stessa cosa di Re Giorgio, almeno da quel che ho visto”.

E oggi c’è qualche giovane che le piace? “A me piace Cisse ma purtroppo non era nostro. Non mi dispiace Frosinini e anche Favasuli, però vorrei meno egoismo in generale. Sei in gioco e vieni marcato, invece di perdere inutilmente il pallone passa al compagno. Per dirla alla catanzarese, “non sunnu Gigi Riva”. Un po’ di umiltà non guasterebbe”. E senza peli sulla lingua, la signora Surace aggiunge: “Aquilani mi piaceva molto, forse per via dei giocatori o di tutto l’ambiente pisano dove si trovava prima, però ora mi sta deludendo. Caserta, invece, non mi piaceva tanto che l’anno scorso in un’occasione glielo dissi di persona. Se parliamo di attualità, degli ultimi anni, il Catanzaro di Vivarini era una buona squadra: poi il mister ha fatto il “pazzerello” ed è andato via. Eravamo spregiudicati ma il gioco si vedeva, mi appassionava quel tipo di giocare. Lo associo, per importanza e nostalgia, al Catanzaro di Seghedoni e di Fabbri che hanno fatto benissimo, così come Mazzone che era pure un altro in gamba. Ricordo bellissime partite, e sì, Vivarini e quella squadra mi entusiasmavano”.

“La passione è grazie ai miei genitori, oggi mi diverto ancora”

Catanzaro-Roma, 22-03-1987. Anna Surace al centro in primo piano, tra suo padre e suo fratello

L’adrenalina, quella che ti consuma ma che soffia sull’entusiasmo, a condensare il suo rapporto con le partite. “Io vivo le partite tutta la settimana. Seguo il calcio, tutto quello che può aiutarmi a capire: sono un’appassionata e posso dire di essere diventata autodidatta. L’unica cosa che mi manca è l’occhio per diventare arbitro, a volte non intercetto il fuorigioco in diretta, anche se credo di avere una minima competenza. Abito a Pontepiccolo e se la gara è alle 17 io vado allo stadio verso le 15.30. Mi piace tutto l’ambiente, tutta l’atmosfera. Quando gioca il Catanzaro sembra muoversi un intero quartiere, c’è grande partecipazione e a giovarne sono anche le attività. Questo attaccamento ricorda epoche remote, i fasti di un tempo. Oggi ci sono più donne allo stadio, non come ai tempi di mia madre: lei era una mosca bianca. La prendevano in giro dicendole “ma voi non cucinate la domenica?”. E mia madre, una donna molto pronta, sapeva rispondere. La passione me l’ha tramandata lei con papà che iniziarono ad andare allo stadio da giovani sposi. Per fortuna allo stadio mi diverto ancora oggi, c’è tutto l’ambiente e un gruppo di amici con cui sto bene. Inizia la partita e neanche me ne accorgo, l’unica cosa che a volte digiuno. Preferisco mangiare semmai dopo”.

La scaramanzia a esorcizzare il pensiero di una lettera che appartiene alla storia. Quegli anni penso che non ritorneranno mai, non è più il gioco del calcio anche perché il calcio è un’azienda. Ai tempi di Ceravolo, l’avvocato non era un tecnico ma ha fatto grande il Catanzaro: era anche presidente della Lega B ed era uno che contava. All’epoca i giocatori li vedevi per strada, ora le squadra le vedi quotate in borsa: una scappatina di Serie A sarebbe bella ma credo che ci vogliano tante componenti prima, come sostiene il nostro presidente Noto. Tra tutti lo stadio nuovo: vedo il Ceravolo come un monumento, lo amplierei. Adesso ho visto che si parla di sovrapporre gli spalti, non credo che sia necessario fare grosse cose. Si potrebbe fare così come il progetto della copertura della tribuna. Ricordo che prima della partita con l’Inter il presidente Ceravolo fece fare dei pilastri indegni. Se avessi io i soldi farei lo stadio come quello di Reggio Emilia, come se la tribuna risultasse “sospesa”. Tuttavia non dipende dai noi tifosi. Di pari passo con lo stadio, che lo lascerei qui dove si trova, migliorerei la nostra città. È troppo importante”.

“Vorrei vedere una Catanzaro ancora più in alto”

Se dovesse spiegarlo a chi non lo sa o a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per lei il Catanzaro? “E’ una fede, una fede coltivata da ragazzina e che poi nel tempo è migliorata. A volte ha avuto delle flessioni, per anni non allo stadio, ma una volta che ce l’hai non la perdi. È un modo di vedere il calcio con affetto, senza business. Quando il Catanzaro perde o non vince mi resta dentro qualcosa di negativo: non diventa qualcosa di una tristezza immensa, bisognerebbe solo avere un po’ di pazienza per lasciarsela smaltire ma è una cosa che non ho. Infine, vorrei vedere una Catanzaro ancora più in alto, che sia più dignitosa e che ci faccia divertire per avere maggiori soddisfazioni. Che sia, soprattutto, l’emblema della regione e non che nei telegiornali si debba parlare solo di altre città”. La squadra e la città, un binomio indissolubile che a Catanzaro trova una magia particolare. Difficile da spiegare.

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Il Giallorosso nel cuore