L’Aquila Imperiale, i figli Gabriele e Marco. Antonio: “Catanzaro, sei un orgoglio che non si può spiegare”
La storia di Antonio Bianco, pizzaiolo nella vita di tutti i giorni che il giallorosso lo vive sulla pelle. Una questione di famiglia, trasmessa di generazione in generazione. Prima nei Distinti, poi nella Curva Ovest. “La nuova curva? Finalmente sta nascendo il sogno di tutti noi catanzaresi, soprattutto dei nostri fantastici ultras: avranno una curva degna di questo tifo, sarà una bolgia ogni volta”.
Le piume a coprirne il dorso, ombreggiato di tonalità e incrinature sparse, gli occhi accigliati dal fare sicuro e poi il becco. Sovente inclinato, quasi tirato a lucido, a temprarne l’atteggiamento di resistenza con il suo autoritario veleggiare.
La storia di Antonio Bianco

Se pensa al Catanzaro, Antonio pensa a Lei: l’Aquila imperiale. È la prima immagine a depositarsi nella sua mente. “L’Aquila è tutto per noi, è il nostro simbolo: i colori giallorossi – racconta Antonio, 40enne originario di Catanzaro Lido ma che da anni vive a Montepaone – Quella del Catanzaro è una passione forte che mi ha trasmesso mio papà Filippo e mio zio Tonino, sin da quando ero piccolo che avrò avuto qualcosa come 5-6 anni. Erano loro a portarmi allo stadio, nel settore Distinti, e io non vedevo l’ora la mattina di alzarmi per andare presto alla partita. Mio zio è la classica persona che vuole andare 2-3 ore prima allo stadio, in un certo senso ci dovevamo sbrigare, anche perché all’epoca non c’erano i posti assegnati e quindi fare presto significava trovare il solito posto. Parliamo degli anni Novanta”.
Di anni difficili, accompagnati però da dolci parentesi prima della rinascita definitiva. “Ero ragazzo e ho visto passare tanti anni allo stadio, con giocatori e annate infelici. Quando arrivò Giorgio Corona non posso dimenticare che ne ero entusiasta, era l’idolo indiscusso: la promozione del 2004 in Serie B ha rappresentato una gioia immensa. Feci diverse trasferte con mio cugino Domenico: ricordo la gara di Benevento e di uno striscione dal titolo “Nemici per sempre ma felici di rivedervi”; Taranto con il gol di Pastore allo scadere e poi la festa di Ascoli. Incredibile. Crescendo, poi, ho continuato ad andare sempre allo stadio anche se ho cambiato settore dato che ho iniziato ad andare in curva con i miei amici e i miei cugini”. Affezionato alla curva, ancora oggi, che effetto ti fa sapere che cambierà volto? “Dico che finalmente sta nascendo il sogno di tutti noi catanzaresi, soprattutto dei nostri fantastici ultras: avranno una curva degna di questo tifo, sarà una bolgia ogni volta”.
Gabriele e Marco, i figli di Antonio

Quella di Antonio una storia imbevuta di generazione in generazione. “Ho trasmesso questa passione ai miei figli. Il più grande si chiama Gabriele e ha 16 anni, non è un ultras ma sventola le bandiere degli ultras. Si può dire che sia nato in curva. L’altro figlio si chiama Marco e anche lui è patito del Catanzaro. Perché? Intorno ai 18-19 anni mi sono trasferito a Rossano per lavoro, lì ho conosciuto mia moglie e costruito la mia futura famiglia. Crescendo i figli continuavo a tenermi in contatto ovviamente con i miei fratelli, che mi chiedevano sempre quando sarei tornato in città per vedermi il Catanzaro. E così quando il lavoro me lo concedeva, partivo con la macchina e facevo questi 200km per andare allo stadio io, Gabriele e Marco. In tutto questo, ho trasferito questa passione anche a mia moglie Anna”.
“Entro qualche secondo prima allo stadio. L’emozione più grande il Marassi di Genova”
Che rapporto hai con le partite? “Il rito è di andare sempre allo stadio almeno due ore prima. Mi fermo al Roks Bar dove aspetto l’arrivo dei miei cugini per bere e mangiare qualcosa. La scaramanzia, diciamo, è che devo entrare qualche secondo prima che entrino i ragazzi sul terreno di gioco per il riscaldamento pre-partita. Per lavoro mi viene difficile seguire sempre il Catanzaro, visto che sono spesso impegnato le sere e i weekend, ma se riesco scappo ogni tanto in trasferta. L’emozione più grande l’ho provata al Marassi di Genova, era la prima volta per me ed entrare in quello stadio ho sentito il profumo di Serie A. Sono andato con mio figlio all’Olimpico di Roma anni fa ma a Genova è come se fossi rimasto sconnesso: sono ritornato bambino”.
Fulignati, Vandeputte e quella pizza dedicata a Pittarello…
Il mestiere del pizzaiolo, dietro il bancone e il forno, a strappare un sorriso di bontà ai suoi clienti. Alcuni dei quali davvero speciali. “La partita, anche dal cellulare, devo vedermela. Daniele (il titolare del locale, ndr) ormai ha perso la pazienza anche se poi, a dirla tutta, qualche scampolo di partita ce lo guardiamo insieme. Spesso vengono da noi i calciatori del Catanzaro, pensare che con alcuni di loro c’è un rapporto quasi fraterno fa un effetto forte, particolare. Hai la possibilità di parlare con ragazzi di calcio, anche se loro magari vengono lì per bere e scherzare. Conservo buoni rapporti con diversi di loro passati di qui, da Andrea Fulignati a Jari Vandeputte: ci sentiamo regolarmente anche oggi. È inspiegabile, il Catanzaro è il Catanzaro anche per questo”.
C’è una pizza che associ ai giallorossi? “Ci capita di fare ogni mese delle pizze speciali e questo mese sta al Catanzaro. L’ultima in particolare ha portato bene a Pittarello, talmente bene che ogni volta che veniva qui se la mangiava. È una pizza con salsiccia suina calabrese, tartufo e nocciole: ci ha chiamato più volte per raccomandarci di non toglierla dal menu. E noi non l’abbiamo fatto!”.
“Prima o poi quella categoria ce la faremo a raggiungerla”

Che bilancio fai su quest’anno? “È stato un buon anno. Abbiamo avuto ragazzi validi, giovani promettenti. È vero che abbiamo passato qualche momento difficile, ricordo la sconfitta in casa contro il Padova dove dissi che non l’avrei vista bene quest’anno ma poi c’è stato un momento che ricorderò per sempre. Quella sera dopo la partita eravamo al ristorante con Daniele e Andrea, venne a mangiare Niccolò Brighenti e restammo a parlare fino a notte fonda. Da quella partita sono cambiate tante cose. Quanto all’allenatore, seguivo Aquilani dalle giovanili della Fiorentina e lo vedevo promettente: a inizio anno era una scommessa e direi che la scommessa è stata vinta. Possiamo ambire a qualcosa di grande, lo sta già dimostrando il presidente con il centro sportivo e gli investimenti del settore giovanile. Prima o poi quella categoria ce la faremo a raggiungerla: mi emoziona pronunciarla che quasi non riesco a dirla”.
Ultima, la domanda di rito. Se dovessi spiegarlo a chi non lo sa o a chi non lo capisce, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Posso dire “vieni allo stadio, siediti e guardati lo spettacolo: capirai allora cosa significa Catanzaro per noi catanzaresi e buona parte della Calabria”. Siamo immensi, anche quando una partita gira male, abbiamo la storia dalla nostra parte. Un orgoglio che non si può spiegare”.










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