Una vita in curva e ora con le sue Aquile del Nord, Pino: “Il Catanzaro va vissuto sempre, come una grande famiglia”
Cresciuto con il soprannome “Goruzzu” ricordando Maurizio Gori, Pino ripercorre la storia del tifo organizzato giallorosso. “Io uno spirito libero, che rapporto con il presidente Albano…”
Il pallone incollato ai piedi e la progressione a grandi falcate sulla fascia. Una finta a eludere la conclusione, spostandosi la sfera dal piede destro a quello sinistro per sorprendere gli avversari e cercare quel pertugio vincente. Erano le movenze di Maurizio Gori, indimenticato alfiere dei giallorossi nella prima metà degli anni Settanta. Di quegli anni dorati di Serie B, disseminati dalla lucente promozione in massima serie del 1971.
In quegli stessi anni nel quartiere Maddalena, a via Filanda, nel pieno centro storico di Catanzaro si ergeva un ragazzotto di media statura. Giuseppe il suo nome, ma che presto venne soprannominato da amici e conoscenti come “Goruzzu” per via del suo stile di gioco, della stretta somiglianza con le gesta del “guaglione” dell’Uesse.
È solleticando quel confronto che inizia la storia di Giuseppe Pace, per tutti Pino. “Sono nato nel 1962 e ai miei tempi si giocava a calcio dovunque ci trovassimo, eravamo bambini e dalla finestra ci guardava un certo Fausto Silipo – racconta – Silipo abitava vicino a dove stavo io ed è sempre stato un amico dei miei zii con cui è cresciuto essendo coetanei. I primi miei ricordi al Ceravolo sono invece di quando avevo sei anni: frequentavo lo stadio grazie alla mia famiglia sfegatata del Catanzaro, mio padre lavorava al Banco di Napoli e aveva anche un’edicola mentre mio zio Mario fu un super tifoso che insieme a un gruppo di amici formato anche da Mario detto Il Barbiere, Scardamaglia e Meleca fondò uno dei primissimi gruppi organizzati dei Distinti, il Gruppo Sagittario che aveva sede a Bellavista. A quell’epoca c’erano tamburi e tante bandiere: si partiva da lì, da Bellavista, per andare allo stadio e man mano che si saliva diventava tutto un corteo. Era sempre una festa”.

Rituali cadenzati secondo una liturgia che appartiene a un’epoca che trasuda di nostalgia. “Un pre-partita durava sei giorni. Era obbligatorio comprare il Corriere dello Sport e la Gazzetta del Sud, zio Mario mi leggeva gli articoli e mi spiegava della squadra che avremmo affrontato la domenica: ogni giorno aumentava questa attesa, pareva che dovessimo giocare la finale di Coppa dei Campioni. Devo la mia passione per il Catanzaro a lui: morì il giorno prima di Catanzaro-Como del 1978 e sulla tribuna ricordo che venne esposto uno striscione a lui dedicato, con la scritta “Lassù qualcuno ti ama””.
Anni ruggenti a cui seguirono le prime partite viste dal vivo, di quelle che lasceranno il segno. “La prima mia trasferta non si può dimenticare. Era lo spareggio contro il Bari in quel di Napoli. Ricordo un aneddoto particolare, di questo treno lunghissimo: un qualcosa come 72 vagoni! A Lamezia Terme ci un capotreno di Reggio Calabria che non voleva che mettessimo la bandiera fuori dai finestrini ma era difficile contenere la nostra gioia. Erano pochi i napoletani che facevano il tifo per noi, la maggior parte tifavano il Bari per via di Nenè. Ma poi la storia ha detto altro, per fortuna per noi. In casa, invece, ricordo un Catanzaro-Cagliari del 1972 che terminò 2-2: nella mia mente il pareggio su rigore di Spelta sotto una pioggia battente, ma anche la parata di Albertosi sul pallonetto di Spelta con la schiena inarcata. Fu un’immagine forte per me, che ero solo un bambino. Era il Cagliari degli eroi, di quella mezza nazionale vista nella tv in bianco e nero con Gigi Riva, Poletti e Domenghini al Mondiale del 1970. Ma penso anche a Catanzaro-Torino 0-4 con il gol di Gianni Bui, il nostro ex: Bui lo amavo, veniva sempre all’edicola di mio padre. Il suo gol di testa mi rimase impresso in mente. Un Catanzaro a cui sono più legato? Penso a tanti calciatori, scontato dire Palanca. Penso a Lorenzo Rossi, Borghi, Bivi, lo stesso Gori ma come cuore e appartenenza dico pure Busatta e Braca. E ovviamente Silipo”.
Seguendo l’esempio di zio Mario, Pino cresce in fretta con l’ambizione di diventare presto un punto di riferimento per la tifoseria giallorossa. “Non mi sono mai voluto legare ai gruppi organizzati, mi piaceva essere uno spirito libero. Certo, quando poi mi trasferii a Mater Domini e nacque il gruppo del quartiere per forza di cose non potei non legarmi. Posso dire di aver avuto un grande rapporto personale con il presidente Pino Albano. Spesso non ero d’accordo con lui, non mancarono i momenti in cui glielo feci notare. Ma chi l’ha criticato è perché non l’ha conosciuto a fondo: sì arrivava da Taranto, ma era un catanzarese. In quel frangente nacquero tanti gruppi, ci fu il periodo delle Brigate, dei Fedayn, dei Tipsy…tanti personaggi ma eravamo una cosa sola perché ogni bandiera fa colore. Io lanciavo i cori ma avevo in generale diverse responsabilità, specialmente in trasferta perché mi consideravano un capo guida. Non per la forza ma perché ero uno che non si tirava mai indietro. Conservo bei ricordi. Ai tempi di Albano quando salimmo in B avevamo il portiere Bianchi, pareggiamo con il Benevento all’ultimo minuto. Il gruppo Fedayn dopo la partita si mosse da Mater Domini verso la residenza di alcuni calciatori. Eravamo un qualcosa come 200-300 persone e Bianchi si affacciò per chiederci scusa del pareggio, ma guardando tutta quella gente che dallo stadio a piedi era arrivata a Gagliano si mise a piangere dall’emozione perché aveva capito il nostro intento. Nessuna azione violenta, solo un modo per stringersi attorno alla squadra. In un Catanzaro-Foggia, sempre ai tempi di Albano, mi trovavo nei pressi dei Distinti perché stavo finendo di mettere gli ultimi striscioni prima del calcio d’inizio. Nelle fila del Foggia c’era un ragazzino che si stava scaldando, mi colpii subito: era Giuseppe Signori. Dissi ad Albano “presidé, questo dobbiamo prendere!”, sarebbe stato bello vederlo giocare a Catanzaro prima di esplodere. Lasciai Catanzaro nel 1985 ma i primi anni avevo l’abbonamento, scendevo il venerdì e risalivo la domenica: non mi perdevo una partita del Catanzaro. Poi sono arrivati gli anni della Serie C2 e del televideo…”.
E oggi, nonostante la distanza, Pino segue le orme dei giallorossi grazie al gruppo delle Aquile del Nord. “Ho avuto la fortuna di conoscerlo dopo la vittoria dell’Adriatico di Pescara tre anni fa, prima non li conoscevo. Ora so che non li abbonderò mai più. Siamo un gruppo di 50-60 persone fisse, presenti a ogni gara, un gruppo che ho sempre sognato perché non c’è un leader nel senso che tutti lo sono. E lo dico in maniera sincera”.
Che rapporto hai con le partite? “Da ragazzino mi arrabbiavo quando perdevamo. Adesso anche quando pareggiamo – sorride, ndr – A parte questo, mi prende spesso la malinconia, a ripensare alla magia di un calcio che non c’è più. Non ci sono più i calciatori di una volta, di quelli attaccati alla maglia e dotati di carisma. Noi avevamo Maldera, Silipo, Ranieri e anche Franzon il cervello della squadra. Oggi come carisma Pietro Iemmello non si discute, anche Biasci ha dimostrato in questi anni carattere. La mia famiglia è tutta originaria di Catanzaro, anche mia moglie. Ricordo che quando mi fidanzai con lei mi disse “ma non è che sei un patito del Catanzaro?”. Io le risposi “macché, figurati”. La prima domenica libera le dissi che avevo da fare e se voleva venire con me: capì subito e alla fine venne con me”.

I Noto alla guida del Catanzaro un piccolo sogno avverato. “Ho aspettato trent’anni perché Floriano Noto prendesse il Catanzaro. Ho avuto sempre fiducia che questo si verificasse perché sono sempre stati tifosi. La Serie A? Che possa tornare presto, magari rompendo la cabala dei nomi degli allenatori con cui siamo saliti: la loro iniziale è stata sempre la G (Gianni Seghedoni, Gianni Di Marzio e Giorgio Sereni, ndr). A parte questo, mi piacerebbe che i Noto dicessero la verità, se vogliono o non possono. È chiaro che un imprenditore si muove per fare interessi, ma se fai investimenti oculati la A è un rischio ben pagato tra paracadute e diritti televisivi. Altro tema è perché nessun socio si lega. Noi abbiamo la fortuna di avere un grande mare dove qualsiasi industriale ti creerebbe tante cose, se lasciato lavorare. Sullo stadio invece la penso come Noto: non siamo più nel 1971, per uno stadio sito nel 1919; il nuovo stadio lo farei a Germaneto oppure in zona Barone”. E su Aquilani? “Spero che non faccia l’errore che ha fatto Caserta, perché se avesse continuato il gioco di Vivarini avremmo avuto tra i 10-15 punti in più in classifica. Punterei anche su qualche giovane del territorio visto che ai tempi di Di Marzio c’era il Torneo di Città di Catanzaro che la società organizzava e usciva fuori qualche talento”.

Se dovessi spiegarlo a chi non lo sa, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Spiegarlo è difficile. Come fai a spiegare una cosa che pensi tutti i giorni, non si può spiegare. Bisogna viverla, va vissuto nel bene e nel male. Quando abbiamo perso contro il Sora il morale era a terra, non si può dire che io abbia odiato il Catanzaro ma era comunque difficile pensare a cose belle. Eppure, il giorno dopo sono tornato ad amarlo. Una grande famiglia, proprio come il gruppo delle Aquile del Nord: siamo tutti fratelli, persone che ad ogni partita si ritrovano insieme, a mangiare e a organizzare. Senza fini di lucro, solo portando avanti una passione che ci lega tutti quanti”.













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