Dai campetti di periferia alla B, Francesco non si è mai staccato: “Il Catanzaro una delle passioni più importanti della mia vita”

Dai campetti di periferia alla B, Francesco non si è mai staccato: “Il Catanzaro una delle passioni più importanti della mia vita”

Il primo abbonamento in curva nella stagione di Lavezzini, le gioie e le delusioni come in un film. “Ho visto le lacrime di quegli spareggi ma al contempo una passione per il Catanzaro difficile da trovare in giro: perché non è essere 100mila persone allo stadio che fa la differenza, sono piuttosto quei 10mila il cui cuore vale doppio”.

La storia di Francesco Leuzzi

Il primo abbonamento in curva, ai piedi del vecchio e caro pino, incastonato su di un tramonto variopinto, con le tinte cromate di giallo e rosso. I colori della più grande passione: sognata, inseguita e coltivata anche quando il vento non soffiava in favore di tendenza.

Quando Francesco Leuzzi pensa al “suo” Catanzaro l’immagine è di quelle che accarezzano l’anima. “Il mio primo flash è un tramonto tutto giallorosso, l’accostamento al Catanzaro è immediato – racconta – Vengo da una famiglia, sia da parte di papà che di mamma, che vanta una grande passione non solo per la squadra di calcio ma più in generale per la nostra città. Mia mamma ha un’edicola a Pontepiccolo, nel quartiere dove sono cresciuto e da dove sono nati i Tipsy, da sempre una zona integralmente giallorossa. La mia prima volta allo stadio è stata invece il 15 maggio del 1988, insieme a mio padre e mio zio. Ci fu quel pareggio contro la Lazio e vidi le lacrime della gente per quell’occasione, la Serie A, che sarebbe sfuggita di lì a poco. Da quel momento andare allo stadio è diventato sempre più ricorrente, anche perché mio padre mi regalò nella stagione di Lavezzini (1996-97, ndr) il primo abbonamento in curva. Mica come quello elettronico di oggi, era l’epoca della carta: lo ricordo ancora adesso, come se fosse un blocchetto degli assegni! Non esistevano i social e io di quell’atmosfera me ne innamorai”.

Francesco Leuzzi

Gli spareggi maledetti di C

Fianco a fianco nelle strenne della sua squadra del cuore. Con la macchina a fare tappa nei borghi del Sud Italia e nei campi più caldi del substrato della terza serie. Da Gela a Brindisi, passando per Sora, Pescina, Acireale. “Vedevo sempre tanta gente delusa, gente adulta che aveva visto la A e la B a buoni livelli per poi essersi ritrovati catapultati in C2. Un clima di abbandono, con la curva semivuota e la contestazione negli anni di Albano, la penalizzazione in classifica ai tempi di mister Selvaggi con cui perdemmo la C1. Degli spareggi di Nola, la Sangiuseppese, il Paternò, dove nonostante la categoria qualche campionato bello non mancò. Ricordo il presidente Soluri che allestì una bella squadra, pur non avendo grandi capacità economiche, oppure il presidente Mancuso con mister Agatino Cuttone in C2 nella stagione 2000-2001 ad esempio che avrebbe potuto dare rilancio a tutta la piazza se avesse vinto i playoff. Ho visto le lacrime di quegli spareggi ma al contempo una passione per il Catanzaro difficile da trovare in giro: perché non è essere 100mila persone allo stadio che fa la differenza, sono piuttosto quei 10mila il cui cuore vale doppio”.

La “missione” Catanzaro: “Per me come il Cagliari”

Tornare quasi come una missione: oltre ogni sconfitta, oltre ogni irragionevole delusione. “Ogni stagione ci si presentava di nuovo allo stadio a tifare. Vivevamo con la speranza di vivere la storia che io e altri ragazzi come me non abbiamo vissuto – prosegue Francesco, con la voce che lascia spazio all’emozione – Tornavamo con l’Aquila ferita in C2 ma sempre con orgoglio. Guardavo i nostri corregionali godere nel vederci soffrire, dal punto di vista calcistico, e solo con il tempo ho capito la loro invidia. Perché siamo stata la prima squadra calabrese ad andare in Serie A e il timore che fossimo emersi di nuovo li avrebbe fatti rosicare di nuovo. Ed è per questo che tifo Catanzaro. Io lo definisco a livello di importanza come il Cagliari per la Sardegna, che ha un blasone e un fascino riconosciuto da tutti. Proprio come noi”.

Un bene prezioso, da custodire e proteggere anche quando è esposto alle critiche. Che Francesco, con il suo modo di fare verace e genuino, respinge al mittente. “Adesso tutti tifano Catanzaro. Per carità, mi auguro che lo stadio sia sempre pieno, pure di 15mila occasionali. La cosa più importante, comunque, è quella che disse Martinelli quando tornammo in B perché è nata una nuova generazione di tifosi, vedere i bambini tra cui mia figlia rispondere Catanzaro alla domanda sulla squadra che tifano non ha prezzo. Quando io ero piccolo il Catanzaro lo tifavano sì o no tre bambini, ora vedo gente che si arroga il diritto della critica continua se perdi una partita o per un passaggio sbagliato. Si dimenticano del passato o forse non hanno mai vissuto le umiliazioni, della “m***a” presa nei paesini vicini. Li senti parlare, avessero almeno l’umiltà di esprimere un giudizio”.

La mezza “pazzia” di Catania e il futuro

Hai mai fatto una pazzia per il Catanzaro? “Una mezza pazzia sì. Era il 2006, la trasferta di Catania in cui perdemmo 4-0. Eravamo 60 persone con gli ultras, in uno scenario di tensione fuori dallo stadio. Rimasi impressionato perché vidi per la prima volta all’antistadio una macchina della polizia incidentata: entrammo nel settore dopo venti minuti e già perdevamo 2-0. Dissi tra me e me dove cavolo ero finito (sorride, ndr). Nella stagione della B di Braglia e Corona feci tutte le trasferte: ricordo il diluvio universale preso a Viterbo con un gruppo di amici, ma anche i viaggi in Campania e i pranzi fatti in trattoria. Belli appesantiti e sempre in compagnia. Solo per questo, solo per la goliardia di quei momenti, che quelle sfide fatte con la macchina andata e ritorno in un giorno un po’ mi mancano. Ma la categoria di certo no”. Il rapporto con le partite? “Da ragazzino, ai tempi della C2, vivevo con ansia tutti i sabati sera immaginando a quello che sarebbe successo la domenica. Con il passare degli anni ho imparato a gestire meglio le emozioni, anche grazie a mia figlia. Ma dentro arde sempre il fuoco delle prime volte”.

Come immagini il futuro? “Lo vedo che va sempre a crescere, come le formichine che a poco a poco compiono il loro passo. Ci abbiamo messo 7 anni per tornare in B con i Noto ma lo stiamo facendo a buoni livelli. Certo, il futuro dipende dalle strutture e dal progetto stadio che potrebbe farci accarezzare tra qualche anno il massimo sogno. Ma tempo al tempo, senza fretta. Aquilani? A differenza dei “tecnici” che ci sono nei Distinti le prime partite non le ho giudicate. Giochiamo con la nazionale U20, giovani bravi e credo i migliori under della B di quest’anno, che tuttavia vanno cresciuti e coccolati. Il mister a me piace, ricorda Vivarini: anche lui i primi mesi dal suo arrivo ci mise tempo prima di dare un’impronta definita al suo pensiero calcistico”.

“Il Catanzaro è una passione, non solo una squadra di calcio”

Se dovessi spiegarlo a chi non lo sa o a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Una delle passioni più importanti della vita. Un valore sociale, di aggregazione ed emotivo di non poco conto. Io metto il Catanzaro dopo la salute, mia figlia e la famiglia con il lavoro. Perché non è una squadra di calcio, è un modo di vivere le emozioni per chi ama questi colori, ma anche per chi non li ama. Una vittoria o una sconfitta condizionano l’umore, nel mio caso pure per una settimana dove preferisco non guardare i social. Penso ancora al playoff con il Sora, ai derby del Cosenza o alle sconfitte in casa con la Vigor Lamezia e di quello striscione che la curva espose con scritto “Per voi la partita della vita, per un’umiliazione infinta”. Ma, nonostante tutto, sono ancora qui”. Perché la storia non si dimentica, anzi fortifica.

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