Una vita sulla fascia, ora Maurizio corre solo per il suo Catanzaro: “I giallorossi sono vita”
I primi ricordi con Mammì in giallorosso, gli anni da terzino tutta fascia e la storia di Chiaravalle passando per il figlio Domenico e il rapporto con il presidente Cosentino. Maurizio Bronzi si racconta: “Credo che Noto ci porterà in Serie A”
I calzettoni corti, rigorosamente sopra al ginocchio, e la maglietta sudata a fare da pendolino, per gli spostamenti tutta fascia. La carriera scolpita girovagando tra i campi della Calabria e della Sicilia, nel mondo dilettantistico ma non per questo privo di valori. Di quelli che appartengono a un calcio vero e genuino.
La storia di Maurizio Bronzi

La storia di Maurizio Bronzi nasce dai campi di terra battuta, espressione romantica del gioco del calcio. E dolce pretesto, anzi dolcissimo, per seguire da vicino il Catanzaro. “Sono sempre stato attaccato ai colori giallorossi da quando ho capito l’importanza del calcio – racconta il signor Maurizio – La passione la devo a mio zio Antonio, che mi portava a vedere delle partite quando lui giocava a Catanzaro Sala sul finire degli anni Sessanta. La prima immagine visiva del Catanzaro invece è di quando segnò Angelo Mammì nello spareggio contro il Bari a Napoli, sotto la curva. Io ero lì, avevo 10 anni”.
Un passato (e presente) da calciatore: la storia scritta a Chiaravalle
Le gigantografie in bianco e nero con Mammì a cui presto fecero spazio nella sua memoria le prime foto a colori di un giovane catanzarese, riflesse come un giro di lancette, in una storia sportiva che inizia da Pontepiccolo. “Il gioco del calcio mi è entrato nel sangue tanto che ci ho giocato fino a 45 anni, in Prima categoria. Ho iniziato a giocare intorno ai 9-10 anni, nella Santacroce di Pontepiccolo. Il ruolo è sempre stato quello di terzino di fascia, ambidestro. Ho sempre giocato come marcatore, marcavo gli avversari più veloci e pericolosi nei tempi in cui si marcava a uomo mentre quando attaccavo erano gli altri a mirare me. Dopo gli anni alla Santacroce sono passato al Soverato nel 1977. Qui l’allora presidente Franco Maellare, che in città aveva una tipografia molto rilevante, decise di trasferire la squadra a Chiaravalle, diventata la Frama Sud. Era una signora squadra, il presidente pagava bene e prendeva i migliori calciatori. Vincemmo tre campionati arrivando nel 1986 in Serie C2: rimasi lì a giocare sette stagioni, di cui tre indossando la fascia da capitano”.

Insomma, una piccola favola. “Ho cambiato casacche, arrivando a giocare con il Catanzaro Lido, il Gimigliano e anche nel crotonese ma la squadra che mi ha dato più soddisfazioni è senza dubbio il Chiaravalle. La Calabria l’ho girata tutta, non c’erano i gironi come adesso con l’Eccellenza e la Promozione. Una volta c’era solo un girone unico di Promozione distribuito sulle fasce Cosenza-Catanzaro-Reggio Calabria. Il livello era più alto, per giocare dovevi essere bravo e questo già in Quarta Serie, oltre che ovviamente nella C2. Negli anni del Chiaravalle, dal 1978 al 1982, ho avuto anche la possibilità di essere chiamato in rappresentativa di prima categoria, insieme ai migliori prospetti della Calabria, partecipando a tornei interregionali”.
“Mi rivedo un po’ in Petriccione”
Che tipo di calciatore era? “Il classico terzino fluidificante, così lo chiamavano ai miei tempi, adattandomi sia sulla destra che sulla sinistra. Una volta si giocava con le marcature, ricordo diversi duelli: uno su tutti con un certo Musumeci, in Promozione a Gioia Tauro, un signore di grande esperienza tanto da fare ogni anno un qualcosa come 30-40 gol. Quel giorno riuscii a bloccarlo, anche perché non lesinavo la mia aggressività e fisicità. Uscimmo stremati, tutti e due con le labbra piene di sangue e alla fine della partita si congratulò con me perché nessuno lo aveva marcato come feci io. Crescendo con l’età ho anche cambiato ruolo, facendo sia il mediano che il libero anche se più che altro erano sempre difensivi come ruoli, dove era necessario mettere esperienza”. Qualche giocatore in cui si rivede? Di oggi o dell’epoca? “Ho sempre trovato ispirazione nei fratelli Baresi, in particolare Franco Baresi. Anche se tecnicamente avevo le mie doti, mi piaceva tenere la palla e smistarla un po’ come fa Petriccione. Ancora oggi, a sessant’anni, faccio qualche partita: a livello tecnico ci siamo, manca un po’ il fiato ma è normale non potermi certo confrontare con i più giovani. Tuttora corro, gioco a futsal a livello amatoriale. Insomma, mi difendo bene”.
La panchina, la politica e il figlio Domenico: il pallone di padre in figlio
Nelle mille vite di Bronzi c’è stata anche la parentesi di allenatore e non solo. “Nel 1996 presi il patentino di allenatore a Cosenza con il corso che fu tenuto da Franco Pavoni, ex calciatore del Catanzaro peraltro quando eravamo in A nel 1971. Ho allenato con il grande Nunzio Tolomeo vincendo campionati e poi me ne sono andato di nuovo in giro: Serra San Bruno in Prima categoria, poi a Gagliano dove vinsi il campionato e anche Sant’Antonio, una squadra di periferia con cui feci la scalata dalla Terza alla Prima. Un anno sono stato anche in Sicilia a Pozzo di Gotto. Poi ho staccato perché mi hanno chiesto di entrare in politica nel 2006 e ho fatto il consigliere comunale presiedendo la Commissione dei Lavori Pubblici. Anche dopo che l’esperienza in politica è terminata, la mia passione è rimasta sempre per il Catanzaro perché il Catanzaro è vita. Abbiamo questa squadra che ci rende orgogliosi, sarebbe bello che anche gli altri sport della città riescano ad avere lo stesso successo”.

Una tradizione, quella calcistica, che papà Maurizio ha infuso al figlio Domenico: oggi apprezzato preparatore atletico, che vanta dalla sua esperienze importanti a livello professionistico. Prima in casa con il Catanzaro di Vivarini, poi girando lo Stivale tra Ferrara, Potenza e ora Modena. “Sono contento per mio figlio e la carriera che sta avendo, quando era ragazzino giocava a calcio ma poco prima di esordire con il Catanzaro gli si ruppe il ginocchio. Si è messo a studiare, si è laureato e ha fatto la gavetta. Non l’ho aiutato, si è formato da solo. Io ho cercato di indirizzarlo per il gioco del calcio e lui è sempre stato malato del pallone, nel senso che anche di notte, in casa, ci giocava. Ha fatto il corso da allenatore e piano piano si è inserito come preparatore atletico, lavorando con Vivarini la stagione di Serie C 2021-2022. Dopo quell’anno Vivarini gli suggerì di andare via da Catanzaro perché era bravo e doveva misurarsi in altre realtà. Lo chiamò la Spal con cui ha vinto il campionato U18-U19 e poi due anni fa è andato al Potenza in prima squadra. L’anno scorso è stato chiamato invece dal Modena e ora è responsabile atletico della prima squadra insieme a un team di ragazzi che lavora con lui. Domenico è un ragazzo umile, mi somiglia ma è più bravo di me”.
“Quella volta che feci alzare il vescovo…”
Se la ricorda la sua prima volta allo stadio? “Credo che fosse la partita contro la Juventus. Ma a parte quella, ricordo anche un Catanzaro-Inter dove giocava Mazzola, all’epoca c’era pure il Milan di Rivera…insomma era un bel vedere. Pochissime volte sono andato in curva, preferivo i Distinti ma attualmente, da quasi vent’anni, vado in tribuna centrale sotto le autorità. Adesso è molto bello, con le vetrate che hanno tolto migliorando l’esperienza visiva. Con il tempo mi sono fatto promotore del tifo di quella zona, un po’ facendo delle scommesse con gli amici e posso dire di esserci riuscito. Ho un carattere molto curioso, spesso mi tiro dietro le persone: qualche anno fa, durante Catanzaro-Pescara per i festeggiamenti del campionato vinto di Serie C, feci alzare il vescovo! – sorride, ndr – È stato molto disponibile e di questo lo ringrazio. Ma io in realtà in quello spicchio di stadio ho conosciuto la maggior parte dei presidenti”. Tra tutti Giuseppe Cosentino. “Avevo un grande rapporto con lui e la figlia Gessica, ogni volta che saliva ci salutavamo e c’era stima reciproca. Di Cosentino posso solo parlare bene, qualcuno se lo dimentica ma ci ha salvato”.
C’è un Catanzaro a cui è più legato? “Ho tanti amici, con Sabadini ad esempio ci sentiamo e ho un rapporto bellissimo. Ma ho anche un bel rapporto con Banelli, Silipo e Massimo Palanca. Palanca tra l’altro si allenava a Chiaravalle perché all’epoca era l’unico campo con l’erba in zona e io lo vedevo allenarsi. Ricordo anche la buonanima di Pellizzaro, scomparso qualche mese fa”.
Dal fondo al riscatto sognando la massima serie

Il legame con il giallorosso come quello di una sfera del pallone attaccato ai piedi. “Ho sempre seguito il Catanzaro e ricordo le tante partite con lo stadio vuoto. Ad esempio in quel famoso Catanzaro-Cisco Roma, dopo la figuraccia dell’andata, ero l’unico presente nella tribuna numerata con i tifosi in sciopero. Io ci andai lo stesso e ho avuto anche dei rimproveri da qualche mio amico ultras perché non dovevo entrare secondo loro, ma io ci andai solo per il Catanzaro. Penso che la pagina più buia della nostra storia sia stata il playout per non retrocedere in Serie D con la Vibonese. Ero a Vibo in tribuna e dico che ho avuto paura: il Catanzaro ha una sua storia che va difesa, a livello di mentalità, cuore e blasone. Non voglio offendere nessuno ma non possiamo paragonare la nostra storia a quella di Lamezia, Vibo o Crotone. Detto questo, sono cambiati i presidenti, i giocatori ma il Catanzaro rimarrà sempre il Catanzaro”.
Come vede il futuro? “La visione è molto positiva. Si viene da campionati strepitosi, abbiamo tutto quello che serve per fare calcio. Credo che Noto ci porterà in Serie A, lo sento perché Noto è una persona che proietta le cose e le risolve. L’unico pensiero, semmai, può essere quello di un Catanzaro senza i Noto. Le cose stanno andando benissimo e se poi finirà un giorno tutto questo? Bisogna guardarsi dietro, sempre. Ma detto questo, comunque, anche presidenti di fuori, non catanzaresi, hanno portato bene a Catanzaro. Sono fiducioso”.
“Catanzaro popolo corretto, da noi si fa calcio”
Se dovesse spiegarlo a chi non può saperlo, che cosa rappresenta per lei il Catanzaro? “Per me il Catanzaro è la squadra del cuore. Il Catanzaro è il capoluogo della regione e come squadra di calcio la gente si deve rispecchiare in essa. Dà molte motivazioni a livello di pubblico e rispetto. Attraverso i campionati, il Catanzaro ha raggiunto una dimensione di grande credibilità e grazie anche alla tifoseria dovunque andiamo siamo un popolo corretto. Catanzaro ha una visibilità che tutti dovrebbero avere, da noi si fa calcio e non la violenza”.





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