Allo stadio con i suoi quattro figli a cui ha trasmesso il giallorosso, Giusy: “Il Catanzaro una tradizione che ci unisce”
Vivace, ribelle, ma soprattutto tifosa. La storia di Giuseppina Iozzi, per tutti Giusy: “Ero la piccolina di casa e andavo allo stadio con mio papà Salvatore, quando sento il coro della curva mi emoziono”.
Un grido d’amore che si eleva in cielo, sospinto da migliaia di cuori che battono all’impazzata fondendosi in un unico abbraccio. Quello della Curva Capraro e dei suoi colori, giallo e rossi, a muoversi secondo una passione che non conosce logica.
La storia di Giusy Iozzi

Avvolta in quell’abbraccio c’è l’immagine di Giuseppina, per tutti Giusy. Di una donna che conserva ancora oggi l’animo della ragazzina, delle sue prime volte allo stadio Ceravolo. Anzi, al Vecchio Militare. “Il mio primo ricordo in giallorosso è la Curva Capraro, l’anima del Catanzaro da sempre al di là del tifo – dice – Quando ero piccina andavo allo stadio con mio papà Salvatore, che è stato colui che mi ha trasmesso la passione per il Catanzaro, insieme ai miei fratelli. La mia prima partita fu un Catanzaro-Juventus con Massimo Mauro che marcava Antonio Cabrini sulla fascia destra; potevo avere sui 6-7 anni e ricordo nitidamente Palanca quando segnava dalla bandierina quei gol spettacolari. All’epoca andavo in tribuna e osservavo questa curva colorata, con le bandiere sventolate: ancora oggi quando parte il coro “Siamo la Massimo Capraro” ho nella mia testa l’immagine di qualche anno fa della curva e del pino che non c’è più. Sono loro l’anima e cuore della nostra squadra”.
“Potevo andare allo stadio solo se accompagnata, altri tempi…”
La sua storia giallorossa racconta di una seconda possibilità, vissuta per il Catanzaro con una compagna di vita e di giochi davvero speciali. “Papà non andò più allo stadio e io la più piccola di casa, allora, potevo andarci solo se mi accompagnava mio fratello Francesco: erano altri tempi – prosegue sorridendo – Negli anni altre circostanze mi hanno fatto allontanare dallo stadio, ho messo su famiglia ma ho sempre seguito le vicende della squadra. Basti pensare che nelle fasi più importanti, come le finali playoff o altre partite, lasciavo i bimbi a mia sorella per andare allo stadio. Ho ripreso invece assiduamente ad andare a vedere il Catanzaro quindici anni fa circa, una volta che sono cresciuti i figli a cui ho trasmesso i valori del tifo giallorosso. Ho quattro figli, si chiamano Domenico, Margherita, Gioacchino e Andreabruna. L’ultima mia figlia, che ora ha vent’anni, mi segue e insieme facciamo pure le trasferte: anche lei si è appassionata al Catanzaro”.
L’incredibile rituale di Giusy
Qual è il rapporto con le partite? “C’è un programma tutto da seguire: i miei figli sanno che se perde il Catanzaro, chi resta a casa di loro, non mi deve parlare fino a martedì – ride, ndr – Il giorno della partita, invece, dobbiamo salire prima allo stadio e prendere il caffè. La sciarpa si toglie al primo gol altrimenti si rimette nello zainetto, ognuno deve essere seduto rigorosamente sul proprio posto numerato. Abbiamo il rituale di scattare una foto prima della partita con il nostro gruppo di amici. Siamo un gruppo ormai veterano composto da otto persone fisse, ci facciamo le trasferte a modo nostro: chi porta i panini con la ‘nduja, chi le bibite; abbiamo le macchine piene di viveri. Quando il tragitto è più lungo partiamo con un pullmino, il clima è sempre conviviale. Ogni tanto abbiamo persone in più che si uniscono. La trasferta più bella? Senza dubbio Salerno, al di là del ritorno in Serie B. Era il giorno del mio compleanno e l’ho vissuto insieme a tutti i miei figli. È stato bellissimo, tutti quanti abbiamo pianto dalla felicità, un’emozione grandissima essere usciti dall’incubo della Serie C”.

Ci sono stagioni indimenticabili e giocatori che, neanche a dirlo, si depositano con struggimento nelle corde emotive. “Non esiste altro giocatore che possa avere l’importanza di Massimo Palanca, è il nostro simbolo. Se parliamo dei nostri tempi, quelli moderni, chiaramente il riferimento va a Pietro Iemmello perché rappresenta la città. Ha il suo carattere balordo, ma è trascinante e ha un’intelligenza calcistica fuori dal normale. Per me è un genio indiscusso del calcio, potrebbe davvero giocare in campo con le ciabatte. Tra gli altri calciatori che hanno fatto parte del Catanzaro e a cui sono più affezionata dico Sounas, il cui addio mi è dispiaciuto: sento molto la sua mancanza. Ma si sa che i giocatori vanno e vengono, prendono delle scelte in base alla propria carriera o vita. Lo stesso discorso vale per mister Vivarini: cosa dobbiamo criticare? Ognuno prende la sua strada, magari farà anche scelte sbagliate, ma è giusto che prendano altre strade. Dopo gli anni d’oro con Palanca cito volentieri la squadra tipo che ci ha fatto vincere il campionato di C tre anni fa con Martinelli, Scognamillo, Brighenti….Come allenatori penso invece che tanti hanno criticato Caserta, che tuttavia si è dimostrato un uomo perbene, magari avrà delle pecche sotto il profilo tecnico ma dal punto di vista umano nulla da eccepire. Anzi”.

“Vedo giovani individualisti, qualcosa non sta funzionando”
Che idea ti sei fatta su questo Catanzaro? “Quest’anno non sono pessimista ma preoccupata. Non so cosa non sta funzionando. Già a Monza avevo il sentore che non stesse andando bene, è come se si fosse perso l’ambiente, l’intesa. Faccio l’esempio del passaggio di Iemmello a Cisse, quel passaggio a occhi chiusi solito del capitano, quel gioco che ti porta alle ripartenze ma che non è stato colto. È come allora se qualcosa si fosse vanificato: non so se perché la squadra ancora deve amalgamarsi, vedo dei giovani più individualisti. Li posso capire, hanno speranze di Serie A. Ma si deve trovare uno spirito di squadra e vedo un Aquilani che tarda nel cambiare atteggiamento. Magari rinasceremo, vedremo: la mia preoccupazione è assestarci. Quando sento parlare di Serie A rispondo che non siamo pronti, salire significa che tu devi avere una squadra di A con giocatori da massima serie, oltre a strutture e una mentalità confacente alla categoria. Io se arrivo in Serie A ci voglio rimanere, altrimenti la B mi sta da Dio”.
“Il Catanzaro è viscerale, qualcosa di innato”
Se dovessi spiegarlo a chi non lo sa o a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Eh, come te lo spiego. È viscerale, non lo so. Qualcosa di innato, quando partono i cori, è un amore che non so spiegare: senza parole. Anche quando vedo la partita in tv sento i nostri cori, canto per casa, parte dentro di te. Una storia che ci portiamo dentro, altri tifosi magari sono abituati, per noi vederci crescere man mano è stata un’emozione unica. E poi ho i ricordi da bambina, di papà che andò a Palermo per la prima trasferta, qualcosa di così strano. È un rapporto atavico. Al mattino giri per strada, tra la gente del rione San Leonardo: ti guardi, sempre la stessa divisa per andare allo stadio, ci si chiede se siamo pronti a un’altra partita. Una tradizione che muove e unisce tutta la città”.










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