La forza delle donne, Maria: “Al Catanzaro non ci rinuncio più, anche con la febbre”
La passione per i giallorossi trasmessa da mamma Antonietta e papà Salvatore, oggi Maria va allo stadio con sua sorella Anna e la nipote Marta: “Vedere la curva mi emoziona”
La tribuna numerata del Vecchio Militare l’albore di un ricordo lontano, che la memoria ha consumato di pensieri e affetti custoditi insieme a mamma Antonietta e papà Salvatore. Perché il Catanzaro è famiglia e viceversa.
La storia di Maria Corea
Sono i ricordi a fare da incipit alla storia di Maria Corea. Il sorriso a irradiare di un simpatico intendimento la chiacchierata: il respiro genuino di una passione che la signora Maria, da qualche tempo, è tornata a coltivare. Quella per il giallorosso.
“Sono cresciuta a Pontepiccolo – dice – mamma e papà portavano me e mia sorella in tribuna. La Serie A non la ricordo ma i miei con la tribuna numerata sì. Mio papà è un tifoso accanito: è stato lui a trasmettermi la passione per il Catanzaro e ancora oggi a 85 anni non si perde una partita. Papà andava anche in trasferta con un mio zio e gli amici, si partiva in macchina e anche mia mamma a volte lo seguiva. Tuttora ci compatisce e segue le nostre arrabbiature se una partita non va per il verso giusto”. Perché la rabbia? “Mi arrabbio quando vedo che potremmo dare di più, cosa che accadeva soprattutto i primi tempi. E poi quando vedo errori arbitrali che mi faccio spiegare da mio padre perché ha fatto l’arbitro e mi piace ascoltare il suo parere più tecnico. A volte, arrivo alla conclusione che semplicemente capitano anche le giornate no e alla fine dei conti non puoi proprio farci niente”.
“Metto sempre gli stessi jeans e la sciarpa al collo”
Il nastro del passato si arrovella sulle prime partite vissute come avventure. “Quando era piccola ne ho viste parecchie. Ricordo un post partita di Catanzaro-Cosenza: dovetti nascondermi sotto un portone ai giardini di San Leonardo. Mi trovavo lì perché era una zona frequentata da noi ragazzi, forse erano altri tempi ma certo è che tutta quella violenza non la condivisi”.
Mani che battono all’unisono e abbracci che si sciolgono in un sentire comune. L’immagine della famiglia ai tempi d’oro dell’Uesse rivive sotto un’altra angolazione: Maria l’ha fatta sua oggi da una visuale speciale. Grazie alla sorella gemella Anna e alla nipote Marta. “Sarà qualche anno che ho ripreso a frequentare lo stadio, da due-tre anni. Prima mi tenevo aggiornata tramite mio papà e la televisione. Allo stadio siamo io, mia sorella, Marta che è proprio una sfegatata dei giallorossi, insieme a papà. Il rapporto con le partite? Ho molta ansia e dirò di più: metto sempre gli stessi jeans e la sciarpetta del Catanzaro al collo”.
Pare che porti bene. “ll momento più bello da quando seguo assiduamente il Catanzaro allo stadio penso sia stato il derby vinto 4-0 lo scorso anno, vedere tutta la curva colorata e un’atmosfera da brividi mi ha emozionato. Per di più giocammo molto bene quella partita. Ma cito anche il giorno di San Valentino di due anni fa con la coreografia degli ultras a testimoniare un amore così bello e intenso”. C’è un Catanzaro a cui sei più legata? “Se penso al Catanzaro rispondo con il capitano Pietro Iemmello. Tuttavia, sono molto legata a Tommaso Biasci, un ragazzo molto a modo, non che gli altri non lo siano vedi ad esempio Niccolò Brighenti, persona e giocatore tutto d’un pezzo. Dei nuovi devo farmi ancora un’idea più precisa anche se di Cisse non avevo dubbi”.
“Le critiche ad Aquilani rivolte troppo presto”
I primi mesi di campionato scivolati via per dare luce a esami e nuovi banchi di prova per i ragazzi di Aquilani. Con il suo fare schietto e sincero, Maria non lascia traccia a dietrologie: “La nostra credo sia una bella squadra, fatta di giocatori giovani, senza la vista di alcuni giocatori chiave che avevamo l’anno scorso come Biasci e Scognamillo che mi mancano per certi versi. Di certo ad Aquilani va solo lasciato il tempo per lavorare e fare l’allenatore, le critiche non sono mancate ma trovo che gli siano state rivolte troppo presto”.
Il presente e il futuro scrivono Catanzaro ma il passato, ripensandoci, ti ha lasciato il rammarico di non aver seguito prima le Aquile? “Sì, forse la mia è stata negligenza. Sono una persona che quando parte prende e fa tutto, ma se non mi do spinta faccio fatica a proseguire. Grazie a mia sorella e mia nipote posso dire di aver trovato la chiave dell’entusiasmo nell’andare a seguire tutti insieme il Catanzaro. In trasferta, un giorno, mi piacerebbe andarci ma per via del lavoro e della lontananza non mi è possibile. Però grazie a mio nipote che è negli ultras ho tutte le notizie. Il futuro? Speriamo di andare un giorno in A, da quello che sento in giro è ancora presto ma come si suol dire “mai dire mai””.
Se dovessi spiegarlo a chi non lo sa o a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Una grande emozione e una città, prima di tutto. Bisogna vivere lo stadio per capire veramente che cosa significhi tifare il Catanzaro, io l’ho trascurato per tanto tempo ma adesso non ci rinuncio. Anche con la febbre il mio Catanzaro non lo lascio più”. In fondo, quella del giallorosso è una malattia che non va più via…



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