Il nuovo Ceravolo non s’ha da fare, almeno per ora: il rinvio dei lavori sarebbe la soluzione più logica?

Il nuovo Ceravolo non s’ha da fare, almeno per ora: il rinvio dei lavori sarebbe la soluzione più logica?

Viaggio nell’Italia degli stadi, di quelli che il presidente dell’Uefa Ceferin li ha definiti una vergogna. A Catanzaro tutto lascia pensare che i lavori di restyling tanto attesi si faranno l’anno prossimo

Cos’hanno in comune il compleanno di mister Aquilani, festeggiato ieri, e l’anniversario celebrato domenica scorsa degli otto anni dei Noto in sella al Catanzaro? Apparentemente niente. Due date che si intrecciano, come i destini di due vite rincorse qua e là, ma che somigliano al candore di una storia tutta in giallorossa. Da una parte la Roma, dall’altra il Catanzaro. Nel mezzo il senso dell’ambizione.

Di Aquilani che, quando ancora inventava sul rettangolo verde di gioco, masticava già l’idea di allenare provando chissà a emulare (o rendere ancora più speciale) la sua importante carriera. Di Floriano Noto e dei suoi fratelli, leader incontrastati della grande distribuzione in Calabria e nel Meridione; spesso invocati nei tempi più cupi dell’Uesse di poter rendere realtà la favola che un giorno, di otto anni fa, avremmo finalmente vissuto.

Nel mezzo il senso dell’ambizione, si diceva. Due percorsi accomunati dalla determinazione e da una visione. Le stesse che non sembrano scaldare i cuori sulla vicenda stadio. Ancora nulla è stato deciso, ma solo i prossimi giorni separano l’ufficialità del rinvio dei lavori di riqualificazione. Della curva Massimo Capraro, interessata da un restyling all’inglese, e della curva Est (in seguito) che avrebbero consegnato alla città di Catanzaro un impianto nel senso più nobile del termine. Per non dimenticare della nuova tribuna coperta, forse prima (vera) necessità di un settore che avrebbe decisamente bisogno di una sistemazione urgente e capillare (i piloni adombrano la sfera di qualcosa di vetusto, ormai poco concepibile nel senso moderno dell’architettura infrastrutturale).

I fondi stanziati per l’opera – ad oggi 10 tondi tondi, ottenuti in fasi temporali distinte – non verranno toccati e tantomeno rimodulati da diverse esigenze, così si è appreso, dando assodato il fatto che per i lavori se non sarà quest’anno sarà per l’anno prossimo e cioè la fine della stagione che sta per iniziare. Giusto per essere chiari, le reminiscenze conducono all’anno della promozione quando i giallorossi dovettero attendere un paio di settimane prima di potersi godere nuovamente la B tra le mura amiche, in uno stadio “Ceravolo” ristrutturato in tempi record come è stato dichiarato.

La retorica di questi giorni offre i protagonisti della vicenda quali vincitori e non spettatori assenti. “Giusto il rinvio, così la società non dovrà rimetterci con gli abbonamenti”, “Meglio così, i lavori si faranno a campionato finito e non ci saranno disagi”. Basta scorrere sulle pagine social e i commenti di una buona parte dei supporters giallorossi per imbattersi in questo mood. Chi scrive non contesta tale spirito di rinfrancante sollievo – anche perché vedere la curva Capraro vuota o spostata è un’immagine ormai ben lontana (per fortuna) –, tuttavia crede ingenuamente che si stia perdendo il focus del ragionamento.

In altre parole, rinviare i lavori del Ceravolo appare la scelta più logica: vuoi perché il progetto definitivo non è stato ancora approvato, vuoi perché il cantiere in autunno potrebbe far insorgere altre problematiche legate alla logistica e alle condizioni climatiche oppure perché semplicemente la macchina amministrativa – checché se ne dica – non è ancora pronta. Ma se era preventivato da mesi, se non dall’anno scorso, che la stagione 2025-26 avrebbe interessato il Ceravolo di nuovi lavori, perché venire invischiati ora da tale lassismo?

La premessa è doverosa: la polemica, ove ci fosse, non ha niente a che vedere con l’appartenenza partitica o di colore. Piuttosto, ci sembra sia tutto da rimandare a una questione di merito. “Perché rinviare a domani quello che puoi fare oggi?” è un proverbio accostato a vari autori, tra cui Benjamin Franklin. Cosa centra direte voi? Franklin era statunitense. La cultura del self made man – dell’uomo che si è fatto da solo –, più semplicemente la visione pragmatica della vita.

Ed è su questo che si sbatte la nostra, di cultura. Ma non solo. Perché il nemico che insabbia capacità manageriali e programmazione nel nostro Paese si chiama burocrazia. Fattispecie spesso abusata dalle istituzioni per provare a nascondere proprie negligenze o inappropriate consulenze, e che rappresenta fedelmente la cultura dello stallo. Dei problemi che si sommano ad altri problemi, che spazientiscono l’imprenditorialità. Per un attimo spostiamo l’attenzione da Catanzaro ad altre città, ben più facoltose. A Roma i Friedkin e a Firenze Commisso. Entrambi stanno vedendo la luce – i viola sono più avanti – dei propri obiettivi numero uno, ovvero uno stadio nuovo, ma dopo quanti anni? Tanti, troppi. Recentemente anche il presidente dell’Uefa Ceferin si è lamentato con l’Italia sottolineando come la questione degli stadi nostrana sia semplicemente “vergognosa”.

“Perché rinviare a domani quello che puoi fare oggi?”. Il nuovo stadio Ceravolo non s’ha da fare quest’anno, ma forse l’anno prossimo. Già perché, al di là degli intendimenti, un cronoprogramma reale degli interventi fatica a ergersi. La speranza è che l’anno prossimo di questi tempi, l’impianto dell’Uesse possa essere ricco di ruspe in azione e più moderni blocchi di cemento da apporre. Senza ritrovarsi invece a dover scrivere di un nuovo rinvio.

D’altronde si tratta di un bene comune che interessa tutti noi, assistere da spettatori assenti al Ceravolo che diventa un rebus sarebbe disarmante.

 

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