La patente sospesa a Gullit e la posta a Nicola Ceravolo, la storia di Gianfranco Simmaco: “Il Catanzaro uno stile di vita”
Il racconto del capotifoso del Catanzaro, un titolo che gli è stato riconosciuto dalla piazza per via della sua lunga militanza. Perché se Simmaco è diventato un simbolo di Catanzaro e del Catanzaro, nel bene e nel male di chi sui social lo prende di mira ogni tanto, lo si deve al suo attaccamento così viscerale per il mondo giallorosso.
Istrionico, dissacrante, goliardico ma anche sincero e giudizioso. Semplicemente Gianfranco Simmaco. Colui che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Alzi la mano chi non lo conosca, con il suo portamento e il modo di comunicare così originale, tra il serio e il faceto, ma sempre dritto.
La storia del capotifoso del Catanzaro, un titolo che gli è stato riconosciuto dalla piazza per via della sua lunga militanza. Perché se Simmaco è diventato un simbolo di Catanzaro e del Catanzaro, nel bene e nel male di chi sui social lo prende di mira ogni tanto, lo si deve al suo attaccamento così viscerale per il mondo giallorosso.
“Ho 64 anni e sono nato nel quartiere stadio – racconta Simmaco – Abitavo in via Mario Greco, sopra lo storico fotografo del Catanzaro Giuseppe Mannella. Ho abitato per 25 anni in quella zona, poi mi sono trasferito a Piterà prima di prendere il volo verso il Nord”.
“Quella volta che sospesi la patente a Gullit”
Ebbene sì: per chi non lo sapesse, Simmaco affezionato da sempre alla causa Catanzaro e punto di riferimento del Ceravolo è stato lontano dalla città natìa per alcuni anni. “Motivi di lavoro, lavorando alla motorizzazione fui mandato a Milano. Ci rimasi 3-4 anni, fu una bella esperienza”. Tanto bastò per far parlare di sé anche nella metropoli meneghina. “Quando lavoravo a Milano sospesi la patente a Ruud Gullit. Un giorno venne la Fininvest che aveva la delega del ragazzo per rinnovare la patente: distrattamente approvai quella pratica ma poi venni a sapere che la sua patente era scaduta in Olanda. Così, rettificai la pratica. Sul quotidiano “La Notte” (storico giornale nazionale che aveva la sua sede proprio a Milano, ndr) fu scritto all’indomani che un terrone, proprio io, non aveva rinnovato la patente di Gullit. Come andò a finire? Bene, nel senso che poi venne direttamente il ragazzo e la questione fu risolta. Se non ricordo male mi diede anche un pallone, ma lo regalai a non so chi”.
Le domeniche con papà Giuseppe e lo stadio vissuto da ragazzino

Qual è il tuo primo flash in giallorosso? “Mio padre Giuseppe, presidente del Dopolavoro delle Poste, che premia nel 1965 al centro del campo con il sindaco Furriolo e il giudice Brasco Cesare Maccacaro, indiscusso campione di quell’epoca. Cominciai ad andare allo stadio verso i 4-5 anni, sempre con mio papà a cui devo la passione per il Catanzaro e che negli anni Quaranta aveva anche giocato tra le fila giallorosse, frequentando tanti calciatori del passato, salvo poi lasciare tutto per lavorare nelle poste. Papà portava la corrispondenza al presidentissimo Nicola Ceravolo e qualche volta mi capitava di accompagnarlo: Ceravolo era un uomo molto riservato, a volte poteva sembrare scontroso, ma una persona sana e soprattutto un avvocato rispettato. Io però, quando c’era qualcosa che non andava, mi facevo sentire. Una volta mi cacciarono anche dallo stadio: mi trovavo nel settore dei Distinti e protestai contro Ceravolo. Ricordo che il fratello dell’Avvocato Ceravolo, siccome conosceva mio padre, lo chiamò perché andassi al suo negozio di scarpe e cinture dopo quella mia sfuriata: ci andai con mio padre e lì Ceravolo mi rimproverò dicendo che mi ero comportato come un maleducato. Lo stesso successe anni dopo con il presidente Merlo che aveva svenduto la squadra con le cessioni tra i più di Mauro e Sabato, quando all’epoca avevamo una squadra fortissima. Io sono sempre stato così: innamorato del Catanzaro a prescindere, ma pronto a difenderlo se vedo qualcosa che non mi piace. La mia è una storia sana, di aneddoti sinceri tutti raccolti nel mio libro “1929 Volte Giallorosso””. Che è uscito quattro anni fa e ha raccolto molti proseliti. “Il libro me l’hanno voluto scrivere, ma non è che con questo io mi reputi superiore: chiunque può scriverlo, troverai sempre chi è d’accordo e chi no”.
Diversi i contatti con la tifoseria organizzata, anche se lo spirito è sempre stato quello di un tifoso libero da schemi e logiche di gruppo. “Il titolo di tifoso capostorico non è nato in una riunione e tanto meno non me lo sono dato da solo, anzi è arrivato dalla gente, io che già negli anni Settanta appendevo gli striscioni allo stadio, su tutti i Leoni della Ovest. Le prime partite mi portava mio padre, arrivavo allo stadio e mi mettevo fuori a distribuire le copie della Domenica Giallorossa. Poi mettevo lo striscione dei leoni e me ne andavo in curva sotto al pino. Il dramma vero è stato quando ho vinto il concorso della motorizzazione e il Catanzaro è sceso dalla B alla C, con me che non potevo seguire da Milano la squadra. Tornando comunque ai primi anni, ho fatto parte del Club Stadio, poi del Club 1979 con Franco Rotella per scrivere successivamente sul forum di UsCatanzaro.net. Parlavo dei fiordi, di quando l’aquila si nasconde ferita dai lupi, e della gibbia. Il mio racconto nasce dalla gente comune, vado allo stadio e ricordo i tanti ultras nati in quegli anni, dai Cani sciolti ai Tipsy, ma la mia identità è rimasta uguale”.
“Dobbiamo parlare alla gente, dare alla piazza continuità di tifo”
Che non sempre è stata compresa. “A volte sono stato aggredito. Quando abbiamo perso il playoff a Padova e stavo per togliere il mio stendardo, volevano bruciarmelo. Da questo punto di vista Catanzaro è una città particolare, ma io ho sempre tenuto la schiena dritta. Io penso che chi non porta con dignità i vessilli giallorossi deve stare a casa, il resto non è calcio. Ora per fortuna il gruppo è sano, anche la curva sono anni che si è organizzata bene con i gruppi. La nota positiva è la capacità organizzativa, soprattutto delle trasferte, che qualche anno fa non c’era. Ben venga che ci siano ragazzi e gruppi nuovi a Catanzaro, la cosa più importante e che dico sempre è che dobbiamo parlare alla gente e dare alla piazza una continuità di tifo”.
Il Catanzaro la summa del bene comune, al di sopra dei personalismi. “Nei periodi più bui ci sono sempre stato. Quando perdemmo con la Cisco Roma fu una pagina bruttissima: andai a Roma con il club Banelli ad assistere a quella disfatta. Il giorno dopo, in motorizzazione, si presentarono Francesco Corapi e Marcello Pitino: dal risentimento che avevo gli dissi che non volevo vederli. Poi è arrivato il presidente Giuseppe Cosentino, che per me è stato come l’oro di Marte e Plutonio messi assieme: ha cacciato tutti i debiti e ci ha fatto vincere un campionato. Cosentino era un uomo di forte umanità ma se lo prendevi in giro, se provavi a schernirlo, bé sapevi che subito dopo non ti avrebbe più mostrato il suo cuore. Anche con lui, nonostante un bel rapporto, non sono stato tenero: dopo la gara contro il Melfi ci fu una contestazione a Giovino e io andai con tanto di megafono a dire di andarsene via. Perché il Catanzaro è di tutti e non può essere trattato come se fosse una cosa sola, un oggetto da buttare”.
“Con Noto in Serie A ma sullo stadio…”
Il tuo rapporto con le partite? “Io la partita la vivo bene, sono ottimista di natura. La vive male chi invece ha caratteri cupi, bui. Bisogna avere ottimismo e io con questa proprietà vedo bene il Catanzaro. Quando non verranno i risultati, allora potrà esserci anche una mia nota negativa. Io penso comunque che con questa società arriveremo sicuramente in A, Noto vuole eguagliare i record di Ceravolo. Per il resto mi fa piacere che ora la gente partecipi allo stadio, ci sia più unione da parte di tutti, anche se sappiamo che qualora dovesse rompersi la “luna di miele” torneranno i problemi. Spero questo non avvenga ad esempio per la questione stadio: siamo indietro di trent’anni, non ci sono strade e una viabilità decenti. La mia idea sullo stadio è come quella di Noto: terrei il Ceravolo in città per le giovanili e poi farei una struttura degna di questa tifoseria, dove possiamo ospitare anche eventi internazionali e la nostra nazionale. Ma si sa che è anche una questione politica: se Noto metterà i soldi è giusto allora che sia lui a decidere”.
Se dovessi spiegarlo a chi non lo sa, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Uno di stile di vita e una passione, che si tramanda nel sangue e con una mentalità sana. Una passione che si eredita dai genitori, con il rispetto per il bene comune e l’uguaglianza per tutti. Io non sono superiore a un bambino: posso avere sì una storia, perché ho più anni alle spalle, ma io e lui saremo sempre uguali. Questo è il Catanzaro, un amore che ci accomuna”.















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