Nato a 200 metri dal Ceravolo, Alessio: “Quando mamma mi rimproverava mi nascondevo nello stadio”

Nato a 200 metri dal Ceravolo, Alessio: “Quando mamma mi rimproverava mi nascondevo nello stadio”

La storia di Alessio Magliocco, tifosissimo giallorosso emigrato al Nord. “Qui vissuti momenti non facili, il Catanzaro mi ha aiutato”. Non si perde una trasferta con il Catanzaro Club Milano Giallorossa: “Lo zaino me lo preparo sei giorni prima”

Il profumo di vernice fresca sulle pareti pitturate da papà Salvatore e un bambino che gironzola in casa. Pieno di vita, con la mente che posa sul sentimento della spensieratezza e della curiosità: i pennelli che sembrano fare fuscello di travi cromatiche, le mura infinitamente più grandi del suo mezzo busto. E di quella casa che il piccolo Alessio guarda stropicciandosi gli occhi dinanzi a due signori dal brillante avvenire: Massimo Palanca ed Enrico Nicolini.

La storia di Alessio Magliocco

Alessio Magliocco in direzione Dimaro per l’amichevole di quest’estate contro il Napoli

Ci sono storie che fanno il paio con l’assurdo, che possono ritenersi incredule ma solo perché semplicemente autentiche. Il racconto di Alessio Magliocco, oggi 49enne, valica i confini dell’inverosimile: di un’adolescenza fugace ma vissuta da una posizione privilegiata. È lui stesso ad ammetterlo. “Sono nato e cresciuto a 200 metri dallo stadio, in via Francesco Paglia e posso dire di aver avuto questa fortuna – dice – Basti pensare che i nostri giochi d’infanzia erano tra il Roks Bar e il benzinaio, dove c’era la biglietteria e quando mamma mi rimproverava io mi andavo a nascondere nello stadio. Il primo flash in assoluto sul Catanzaro è all’età di 5-6 anni, di quando mio papà Salvatore portava me e i miei fratelli allo stadio, negli anni di Serie A. Ricordo che papà mi metteva in un angolino in curva perché faceva il tamburista: allora io me ne stavo tra i buchini della rete a vedere la partita, insieme ai miei fratelli”.

“Io nella casa di Palanca, che effetto…”

Papà Salvatore, testimone di una storia gigantesca. “Mio padre è stato il carpentiere della Curva Ovest, tutti lo conoscono come Pellizzaro perché dietro casa c’era un campetto e ogni tanto quando si giocava se ne stava in porta: dicono che un po’ lo ricordasse per le movenze. Oltre a fare il carpentiere mio papà era anche l’imbianchino personale di Massimo Palanca e di altri calciatori del Catanzaro dell’epoca. Io lo accompagnavo sempre e rimanevo ammirato: io nella casa di Palanca, fa un certo effetto a pensarci oggi…Il flash più recente invece riguarda la nostra risalita in Serie B perché mi sono ripreso di tutti quegli anni che mi sono perso, di quel buio totale”.

I primi anni al Nord con un Nokia e le prime amicizie

Con il nostro Davide Pane

Di quell’orgoglio strozzato in gola per troppi anni, soprattutto per chi come Alessio ha vissuto fuori da Catanzaro. La storia di un figlio di Calabria, che come tanti altri, ha lasciato la propria terra in cerca di un avvenire migliore. Segrate, in provincia di Milano, la sua destinazione. “Ho lasciato tanti amici e i ricordi per venire a lavorare al Nord, mi ci sono trasferito nel 1999. All’epoca avevo un Nokia con un display piccolo piccolo e non si poteva mica guardare il Catanzaro come oggi. L’unico modo era il televideo oppure mi capitava spesso di passare le domeniche in cabina a chiamare i miei fratelli per chiedere aggiornamenti da giù”. Poi dopo qualche tempo le cose cambiarono. “Grazie a Davide Pane (nostro collaboratore, ndr), socio di Milano, ebbi l’opportunità di conoscere tante persone: le storie di tanti tifosi catanzaresi sparsi qui al Nord. A volte si è legato anche qualche aneddoto curioso, come ad esempio a lavoro: io sono un colorista e in passato ho lavorato in un colorificio; allora venendo da me imbianchini per prendere determinati prodotti ci si scambiava due chiacchiere. Il nostro accento è abbastanza marchiato e la cosa bella che dopo qualche secondo dalla discussione ci chiedevamo a vicenda: “E duva si?”. Nelle trasferte che ho fatto, tra l’altro di recente, ho rivisto persone e coetanei con cui andavo assieme a scuola o per esempio ai giardini di San Leonardo. Ogni trasferta rivedo persone, questo entusiasmo e anche calore me li sto godendo”.

“Con Lazio e Padova le delusioni più grandi, a Cosenza me la feci a piedi”

Anni che hanno finalmente strappato un sorriso, dopo tante amarezze che Alessio non dimentica. “La mia più grande delusione fu quella di Catanzaro-Lazio con il gol di Monelli all’ultimo secondo: avevo 12 anni, ricordo che piansi per una settimana. Anche il playoff perso contro il Padova qualche anno fa è stato brutto: partii da solo da Milano e ritrovai nel settore ospiti un mio carissimo amico, Andrea Andreacchio, con cui sono cresciuto nel quartiere Aranceto. Dal 1992 al 1999 ho fatto anche varie trasferte a Cosenza, una volta fummo lasciati a piedi in stazione e facemmo 9km a piedi sotto la pioggia. Ma anche Cava dei Tirreni quando il nostro bus fu preso a sassate. Al di là comunque delle rivalità, penso che su questo poi sia importante come ti poni: io sono sempre stato per lo sport pulito. Ricordo ad esempio che quando arrivai a Milano passai un giorno a Brusaporto, dagli zii della mia ex fidanzatina. Io all’epoca ero anche ingenuo perché giravo con la sciarpa del Catanzaro al collo e conobbi due gemelli ultras dell’Atalanta. Come è andata a finire? Ci scambiammo le sciarpe e mi portarono nella loro curva. Un episodio bellissimo, che va al di là dei colori e che ancora oggi mi mette i brividi”.

La passione per il Catanzaro e la moglie “disperata”

Oggi Alessio fa parte del Catanzaro Club Milano Giallorossa, continuando a cullare una passione che anche sua moglie ha “dovuto” accettare. “Mia moglie è disperata – sorride, ndr – Milanese doc che non ama tanto il calcio, dato che ha giocato per anni a pallavolo. Però ormai mi conosce e mi sostiene, è venuta con me in diverse trasferte storiche come a Pisa, Cremona, Parma e Como. L’anno prossimo ad esempio tornerò a Venezia, quella che reputo sia stata la trasferta più bella in assoluto: tutti a cantare nei 40 minuti di battello che ci portava allo stadio, i fumogeni nella laguna. Stupendo!”.

C’è un Catanzaro a cui sei più legato? “Se penso ai giocatori dico chiaramente Palanca, è indiscutibile. Ma anche i vari Rebonato, Corona e oggi Iemmello hanno dato tantissimo. Non lo darei per scontato e a loro metto pure Bivi, Borghi e Cascione. Allenatori? Si dice sempre che gli allenatori vanno e vengono, il Catanzaro è quello che resta. Dell’epoca adolescenziale ricordo senz’altro Tarcisio Burgnich e Bruno Pace, papà del mio amico Stefano: un uomo umilissimo, di un’altra epoca. E poi sicuramente Vivarini, anche se mi è rimasto l’amaro in bocca per come è andato via. Aquilani è un ragazzo in gamba, mi dicono amici che l’hanno visto lavorare a Firenze che è uno che ragiona offensivamente. Sono un po’ perplesso più che altro se lui abbia la capacità di potersi adattare alle richieste dei giocatori; detto questo mi auguro che riesca nel suo intento come fece Caserta”.

“La notte prima della partita non dormo mai”

Che rapporto hai con le partite? “Tremendamente ansioso. Tre giorni prima vado già in ansia, quando devo acquistare i biglietti poi non ci sono per nessuno: mi collego sul sito e devo avere i biglietti per forza. Se parliamo invece dello zaino, quello me lo preparo sei giorni prima. La notte prima della partita non dormo mai, le ore dalla vigilia mi si blocca pure lo stomaco”.

Se dovessi spiegarlo a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “La gioia di vivere, il socializzare con le persone. Vivere con l’ansia addosso ma anche una passione tramandata di padre in figlio. Un’emozione che si deve provare una volta nella vita. Il Catanzaro non si discute ma si ama, sempre. Chi non l’ha mai vissuto di provare a vivere per la squadra della propria città non lo può sapere. Catanzaro è la mia vita, mi scaccia tutti i malesseri. Ho passato anche momenti non facili qui al Nord ma il Catanzaro mi ha sempre aiutato, in un modo o nell’altro. A me, la parola Catanzaro trasmette positività”. Con lo stesso sorriso di quel bambino che, pieno di vita, gironzolava nella casa dei suoi idoli giallorossi.

Commento all'articolo

Il Giallorosso nel cuore