Il giallorosso vissuto con i suoi figli, Franco: “Il Catanzaro il più bel giocattolo che mai ho ricevuto da piccolino”
Franco Sei l’amore per il Catanzaro l’ha fatto suo sin da piccolo: “Non ho mai avuto un papà o una persona più grande che potesse trasmettermi questo amore”. Oggi l’ha trasferito ai figli Manuel, Luca e Mia
La mano tesa ad accompagnarlo verso lo stadio, a salire i faticosi gradini e a proteggerlo. Dalle intemperie del vento e dell’acqua, dalla calca creatasi tra la gente in attesa di superare il tornello, dal non perdersi nel mare dei seggiolini una volta entrato. La mano tesa. Di un padre, di un nonno oppure di uno zio. Qualcosa di così naturale da sembrare quasi scontato, in ragione di un affetto e di un legame di sangue con cui nasciamo. Un destino che non governiamo ma che viene depositato tra le righe vuote di una vita tutta da scrivere.
La storia di Franco Sei

Si può rimpiangere un affetto mai ricevuto? Forse sì, ma forse no. Sarebbe come vivere nell’ombra, proiettandosi nelle origini del proprio passato per cercare quel colpevole di tale manchevolezza che semplicemente non esiste. E allora che fare? Annaspare nel presente o costruire un futuro migliore?
A queste domande, Franco Sei oggi ha trovato le sue risposte. La storia di un bambino speciale, che ha fatto del Catanzaro il suo supereroe, il compagno di giochi preferito. “Le mie origini sono di Sellia, nella Presila catanzarese, anche se poi ho vissuto per anni a Catanzaro sotto Piazza Roma – racconta Franco – Dal 2011 invece mi sono trasferito al Nord, precisamente a Monza dove vivo con la mia famiglia. La prima immagine del Catanzaro? Quando salivo per andare allo stadio e vedevo la folla della gente a piedi che saliva insieme a me, tutti quanti con le radioline. Ai tempi facevo il seminario al Duomo e noi già alla quinta elementare si entrava gratis, noi bambini aspettavamo la domenica come l’evento della settimana e già quando finiva si pensava ai prossimi 15 giorni, di quando il Militare sarebbe tornato a riempirsi. Gli adulti vedevano noi bambini, con i giornalini che gli ultras distribuivano e si usavano come coriandoli. Quello che ho visto quando il Catanzaro era in A non è molto, anche se come bambino ricordo un Catanzaro-Roma rinviata per il vento: non so perché mi ricordo quella partita che non si giocò, ma d’altronde i ricordi più belli da bambino sono quelli che vivi con entusiasmo. Ai tempi del seminario ci facevano stare in tribuna, poi quando diventai più grande partivo da Sellia per venire da solo allo stadio. La passione per il Catanzaro l’ho fatta mia da bambino, non ho mai avuto un papà o una persona più grande che potesse trasmettermi questo amore”.
I primi anni al Nord e la passione trasmessa ai figli
Un amore ugualmente intenso, come quello che si prova per la prima fidanzatina. Turbolento ma indimenticabile. “L’entusiasmo mi faceva vedere le cose più grandi di quelle che in realtà erano. In Serie B vincemmo una volta una partita contro il Pescara e ricordo che un signore che non conoscevo mi prese per il braccio e mi lanciò in aria. Oggi ho 55 anni, ho visto derby e playoff, e da grande li vivi diversamente. Il calcio era più popolare, vissuto dalle persone con cui, anche se non le conoscevi, condividevi la stessa passione. Catanzaro poi è un ambiente dove ti conosci con tutti, da bambino quella passione e quel trascinamento non avevano prezzo. Così come quando passavi le domeniche pomeriggio dopo la partita in tabaccheria con tutti i risultati. Era un altro vivere, sia il prima che il post di una partita”.
Negli anni Duemila i primi viaggi al Nord, in un momento storico di profondo e umiliante declino giallorosso. “Di anni bui e difficili ce ne sono stati tanti. Avendo vissuto gli anni d’oro quando ero bambino, penso agli anni della B del Cosenza visto che per un periodo ho studiato lì. A distanza vedevo anche il Catanzaro navigare tra la C1 e la C2, ma nonostante questo io andavo sempre a seguirlo perché ricordavo quel giocattolo bellissimo di cui mi ero innamorato. Da grande, quando sono nati i miei figli Manuel che ora ha 10 anni e i due gemelli Luca e Mia, ho cercato di trasmettere loro la passione per il Catanzaro. Ma all’inizio non è stato facile. Il distacco ci fu quando mio figlio venne a Salò per i playoff d’andata e perdemmo, Manuel aveva 3 anni e agli amichetti diceva del Catanzaro che però rispondevano: “chi è questo Catanzaro?”. Una volta fece persino un torneo e quando gli chiesero che squadra tifasse lui, che in campo lo soprannominano “Ringhio” per la grinta, rispose Roma e Milan. Mi disse che aveva risposto così perché non poteva dire Catanzaro, altrimenti l’avrebbero quasi preso in giro. Io volevo sprofondare perché aveva ragione…Quando per le prime volte sono salito al Nord c’erano quelli che si attaccavano ancora a Palanca, perché non c’era altro nella nostra storia che potesse rappresentare un orgoglio sportivo. Il vero problema sono stati gli anni bui, di quando dicevano che la Reggina e il Crotone erano la Calabria senza conoscere la vera storia. Io che invece avevo solo in testa il Catanzaro. I due anni della B nel 2005 e 2006 anche se sono state mazzate in termini sportivi hanno rappresentato un piccolo godimento, perché almeno potevamo guardare dal vivo il nostro Catanzaro piuttosto che farlo dal televideo. Sono stati anni di grande vuoto”.
“Quella volta che servii al ristorante Palanca…”
Poi, come d’incanto, l’atteso riscatto. “Solo dieci anni fa mai avrei pensato a un regalo più bello, la Serie B, con mio figlio che sta vivendo le emozioni della mia età, di quando ero giovane come lui e vivevo la A. Adesso Manuel è orgoglioso di tifare Catanzaro e mi somiglia come partecipazione, viene sempre in trasferta con me e lancia i cori insieme agli ultras. Coinvolge anche i suoi amici che ora sono interessati a cosa fa il Catanzaro nei fine settimana. L’anno passato pure i genitori dei suoi compagni di scuola calcio mi fermavano chiedendomi dei ragazzi di Vivarini, di come giocasse bene la squadra. Quei trent’anni vissuti nell’anonimato sono diventati la voce di tutti. Vivarini se n’è andato ma a me non importa, riconosco che per fortuna ha rimesso sulla bocca di tutti il Catanzaro e già questo mi basta”.
C’è un Catanzaro a cui sei più legato? “C’era quel Catanzaro di Zaninelli, Sabadini, Mauro, Borghi…quella formazione che sapevamo tutti a memoria. Di Massimo Palanca ho un ricordo personale: avevo 16 anni e facevo il cameriere per mantenere gli studi, lavoravo al ristorante Il Tamarro e Palanca un giorno venne a mangiare. Nonostante fosse una celebrità, quell’uomo mi fece sedere con lui. Mi chiese se tifavo Catanzaro, come mai lavorassi lì. Potrei dire di altri giocatori ma nell’immagine che ho di quell’incontro conservo l’umanità che riuscì a trasmettermi. Fu un momento molto bello. Così come, sempre in quegli anni, quando al Miramare di Soverato venne a prendersi un gelato e un caffè Tarcisio Burgnich, allora l’allenatore del Catanzaro. Dal vivo si prestò a fare due chiacchiere con tutti. All’epoca i calciatori sapevano di essere fortunati a fare questo mestiere, nonostante chissà quali soldi potessero vantare. Eppure con umiltà e riconoscenza condividevano la loro passione. È questo che manca oggi nella maggior parte dei calciatori e me ne dispiace. Se però devo pensare a qualcosa di più recente, dico che sono anche legato a mister Antonio Calabro. Quando vennero a disputare i playoff contro l’Albinoleffe e atterrarono all’aeroporto di Orio al Serio, mi trovavo lì. I giocatori uscirono un po’ così, non si concessero tanto mentre Calabro fu un signore ricevendo mio figlio Manuel. A parte i risultati e il suo modo di giocare, che poteva piacere oppure no, Calabro è stato sempre una persona dai modi signorili e che ha mostrato appartenenza. Un altro episodio che porto nel cuore riguarda invece la trasferta di Parma di due anni fa. Ero in hotel con tutta la famiglia, andammo a trovare Vivarini e nella hall beccammo Andrea Fulignati. Fulignati andò da Manuel ma a mio figlio venne spontaneo chiedere di D’Andrea perché stravedeva per lui. Fulignati allora prese il cellulare e chiamò D’Andrea per dirgli di scendere, cosa che fece. Era un bel gruppo, si respirava un gran bell’ambiente”.
“Il futuro? Trent’anni di B, senza più C”

Come lo immagini il futuro? “A me basta che restiamo in Serie B. Io non sono uno che dice di andare ai playoff, anzi se avessi la possibilità resterei per trent’anni in B a fare i campionati di salvezza. Non perché non voglio andare in A ma perché so che posso andare a vedere il mio Catanzaro, senza creare più quel vuoto della Serie C dove anche buona parte dei tifosi non c’era. Perché il pubblico ti crea degli episodi a tuo favore. Faccio un esempio: una volta in trasferta Fulignati prese gol perché aveva il sole contro, dal settore ospiti pare che mi sentì perché venne a prendere un cappello. Gli prestai quello del Catanzaro Club Milano Giallorossa di cui faccio parte e poi dopo venne a ridarmelo. Il calcio è bello anche per questo. Le foto e i momenti di una partita vissuti insieme aggiungono bagaglio per la vita di ciascuno di noi”.
Se lo dovessi spiegare a chi non lo conosce, che cosa rappresenta per te il Catanzaro? “Rappresenta la mia gioventù. Il più bel giocattolo che mai ho ricevuto da piccolino”. Da tenere stretto, più di ogni altra cosa.






Commento all'articolo